
di Antonio Missiroli*
Ormai conclusa, per il 2026, la stagione dei vertici – G7, Consiglio europeo e NATO – è normale chiedersi quale sia lo stato delle relazioni transatlantiche dopo quello che è stato indubbiamente un anno vissuto pericolosamente, fra dazi commerciali, Gaza, Venezuela, Groenlandia e Iran: l’ultimo summit della serie, quello della NATO ad Ankara, era anzi visto e percepito come un vero e proprio stress test. Ebbene, il test è andato meglio del previsto, e la gestione dello stress – che pure permane – è molto migliorata.
Ancora alla vigilia del summit i messaggi lanciati da Donald Trump erano stati poco incoraggianti: nuove accuse agli alleati europei, a suo parere poco “leali” (in relazione all’uso delle basi USA per la guerra contro l’Iran) e ancora troppo dipendenti dalla protezione militare americana (in relazione ai bilanci della difesa); minacce nei confronti dei Paesi ancora inadempienti (ventilando a Slovenia, Albania e Cechia, che spendono tuttora meno del 2% del PIL, una sospensione delle garanzie di sicurezza collettiva); e perfino un rilancio delle rivendicazioni statunitensi sulla Groenlandia (che già all’inizio dell’anno avevano condotto a una seria crisi transatlantica).
Certo, il segretario generale Mark Rutte, come ormai d’abitudine – e come in parte richiesto dalla sua job description –, aveva esibito quelli che ha presentato come gli effetti della “leadership” di Trump, ovvero un aumento degli investimenti per la difesa da parte degli altri 31 alleati pari a 139 miliardi di dollari solo nell’ultimo anno e a circa 1.000 dall’inizio della sua prima presidenza (“The Trump Trillion”). Ma la proverbiale imprevedibilità e suscettibilità – in parte istintiva, in parte calcolata – dell’attuale inquilino della Casa Bianca non garantivano la riuscita del vertice, a cui Trump aveva fra l’altro dichiarato di partecipare solo per rispetto nei confronti dell’ospite, il presidente turco Erdoğan.
Lieto fine?
Alla fine, tuttavia, lo stesso Trump ha ringraziato sia Rutte che Erdoğan e celebrato il “tremendous love” che avrebbe permeato la riunione plenaria dei capi di Stato e di governo dell’Alleanza. A porte chiuse, anzi, Trump si sarebbe perfino prodigato in elogi per gli investimenti fatti non solo da baltici, nordici e polacchi, ma perfino dalla (da lui) tanto vituperata Germania. Il comunicato finale ha ripreso il linguaggio dell’anno scorso sull’articolo 5 e sulla Russia – definita una “minaccia a lungo termine […] alla sicurezza euro-atlantica” –, ma ha aggiunto un lungo paragrafo di supporto politico, economico e militare all’Ucraina, con tanto di apprezzamento per il ruolo svolto dall’Unione europea con le sue recenti decisioni al riguardo. E nel bilaterale con Zelensky, ai margini del summit, Trump si è addirittura spinto fino a promettere a Kiev l’autorizzazione a produrre (su licenza americana) le batterie di intercettori anti-missile Patriot, un potenziale game changer nel conflitto in corso, venendo così incontro a un’antica richiesta ucraina che perfino Biden non aveva ritenuto opportuno soddisfare. Se il riposizionamento di Trump rispetto a Kiev e Mosca data in parte già dal G7 di Evian – dove i partner lo avevano convinto che, grazie al sofisticato uso dei droni a media e lunga gittata, l’Ucraina non stava affatto perdendo la guerra –, l’apertura sulle difese anti-aeree è spiegabile anche con la tendenza del presidente statunitense a schierarsi con chi ritiene capace di vincere, con la sua frustrazione nei confronti di Putin riguardo ai negoziati di qualche tempo fa e in parte anche con i dividendi – ora finanziati direttamente dall’UE – che porterà la cessione della licenza.
Made in NATO, e in Europa
Questa logica e pratica transactional si è vista anche al forum per l’industria della difesa che ha preceduto il vertice, durante il quale sono stati annunciati ordini e contratti per altri 50 miliardi di dollari. Qui vale la pena notare come alcuni di questi siano andati a beneficio – com’era del resto da attendersi – del complesso militare-industriale e tecnologico USA (da Northrop Grumman ad Anduril), ma anche come molti abbiano invece evidenziato la crescente determinazione degli altri alleati a fare da soli. Già alla vigilia del vertice il premier canadese Mark Carney aveva annunciato l’assegnazione della costruzione di una nuova flotta di sommergibili alla tedesca Thyssen-Krupp; un consorzio esclusivamente europeo, a guida britannica, ha lanciato una joint venture per sviluppare missili a lunga gittata; e la stessa NATO ha acquistato dalla svedese Saab il sistema di monitoraggio GlobalEye da installare sui suoi aerei-radar AWACS (finora prodotti da Boeing), affidando ad Airbus anche il mandato per una nuova generazione di velivoli militari da trasporto.
Rutte ha presentato tutto questo come prova del dinamismo del Made in NATO – un trademark che comunque non esiste –, ma la vera novità sta proprio nella crescente assertività degli altri 31 alleati: sempre Carney, fra l’altro, ha usato il summit per offrire maggiori dettagli sulla proposta (sua e dei lussemburghesi, con i britannici sullo sfondo) di una Defence, Security and Resilience Bank che – sul modello della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, con sede a Londra e creata dopo la guerra fredda per i Paesi dell’ex blocco sovietico – potrebbe fornire crediti a tassi molto agevolati, grazie al rating AAA garantito dai governi sottoscrittori, limitando così i rischi di indebitamento pubblico e aggirando i vincoli che pesano sui normali istituti di credito e fondi di investimento. In una direzione simile, e potenzialmente convergente, vanno del resto anche le varie proposte fatte in ambito UE per una qualche forma di debito comune, al di là dei finanziamenti, dei prestiti e degli incentivi già offerti dal piano di “riarmo” varato dalla Commissione europea.
Yankees go home?
Difficile dire se Ankara possa rappresentare l’inizio di un’Alleanza più europea e meno americana – quella “NATO 3.0” che sembra auspicare anche l’amministrazione Trump – basata su un effettivo burden-shifting (lo spostamento del “fardello” sulle spalle degli altri alleati) invece che sul tradizionale burden-sharing (la sua condivisione, come nei decenni precedenti). Sostituire, anche solo in parte o in misura ritenuta sufficiente, le forze e le capacità USA che hanno già cominciato a essere ridispiegate verso altri teatri – Americhe, Medio Oriente in senso lato, Indo-Pacifico – è una sfida imponente, che richiede tempo e risorse. Se la riorganizzazione interna delle strutture di comando dell’Alleanza è già iniziata, e se la sostituzione di alcuni mezzi e piattaforme è già stata effettuata con successo – come ha riconosciuto lo stesso comandante supremo alleato, il generale americano Alexus Grynkewich –, il vuoto che un graduale disimpegno militare di Washington dall’Europa e dalla NATO può creare non è soltanto di natura quantitativa: in termini di comando e controllo, esperienza operativa, accesso all’intelligence e alla tecnologia, il contributo americano è incalcolabile. Mitigare le possibili conseguenze di una tale perdita non è completamente impossibile, ma richiede determinazione politica nei governi e consapevolezza strategica nelle opinioni pubbliche.
Molto dipenderà anche da come e quando – il se non è più in dubbio ormai – potrà materializzarsi: se avverrà the easy way, per usare il gergo di Trump, la NATO dovrebbe poter mantenere una capacità di difesa e deterrenza sufficiente a dissuadere gli eventuali aggressori e proteggere i suoi membri; se dovesse invece avvenire the hard way, cioè attraverso decisioni unilaterali e/o punitive da parte dell’amministrazione USA, i rischi per la coesione interna e la tenuta esterna dell’Alleanza diventerebbero enormi. C’è motivo di credere che l’establishment militare del Pentagono, ben consapevole dei vantaggi strategici offerti dalla propria presenza in Europa, perseguirà la prima, mentre la leadership politica resterà tentata dalla seconda.
Come gestire Trump
È anche per questa ragione, comunque, che tanti sforzi sono stati compiuti – e non solo da Rutte – per “gestire” Trump: il Trump management è ormai diventato parte integrale dell’arsenale diplomatico europeo e occidentale, soprattutto al fine di evitare trappole (ad esempio, davanti alle telecamere), escalation retoriche e ritorsioni politiche. La stessa dichiarazione finale del summit ha evitato stavolta di impegnarsi a un nuovo appuntamento per l’anno prossimo – si era parlato di Tirana –, proprio per non mettere già in agenda un altro psicodramma politico. Ma l’esperienza di questi ultimi mesi, dalla Groenlandia all’Iran, e vertici, da Evian ad Ankara, sta anche dimostrando come tale “gestione” possa e debba includere anche limiti a quello che si è disposti ad accettare e, soprattutto, iniziative tali da segnalare che si è capaci di decidere e agire in proprio.
Paradossalmente, insomma, la postura anti-europea e anti-NATO di Trump sta spingendo gli altri alleati a farsi sempre più carico del “fardello” della propria difesa e sicurezza, e a farlo non per compiacere la Casa Bianca ma perché è nel loro interesse. E ciò li sta anche rendendo sempre meno esposti agli umori e alle minacce di Trump e della sua amministrazione. L’“europeizzazione” della NATO e l’autonomia (comunque definita) dell’Europa diventano così due facce della stessa medaglia.
Antonio Missiroli
*Istituto Ispi

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