• Passa al contenuto principale
  • Skip to after header navigation
  • Skip to site footer

Iscriviti alla newsletter

  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
Pensalibero.it, Informazione laica on line

Pensalibero.it, Informazione laica on line

Quotidiano on line indipendente di area laica dove parlare di politica e tanto altro

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

NATO: tempo di Alleanza 3.0?

Ormai conclusa, per il 2026, la stagione dei vertici – G7, Consiglio europeo e NATO – è normale chiedersi quale sia lo stato delle relazioni transatlantiche dopo quello che è stato indubbiamente un anno vissuto pericolosamente, fra dazi commerciali, Gaza, Venezuela, Groenlandia e Iran: l’ultimo summit della serie, quello della NATO ad Ankara, era anzi visto e percepito come un vero e proprio stress test. Ebbene, il test è andato meglio del previsto, e la gestione dello stress – che pure permane – è molto migliorata.

di Istituto Ispi | 11 Luglio 2026

di Antonio Missiroli*

Ormai conclusa, per il 2026, la stagione dei vertici – G7, Consiglio europeo e NATO – è normale chiedersi quale sia lo stato delle relazioni transatlantiche dopo quello che è stato indubbiamente un anno vissuto pericolosamente, fra dazi commerciali, Gaza, Venezuela, Groenlandia e Iran: l’ultimo summit della serie, quello della NATO ad Ankara, era anzi visto e percepito come un vero e proprio stress test. Ebbene, il test è andato meglio del previsto, e la gestione dello stress – che pure permane – è molto migliorata. 

Ancora alla vigilia del summit i messaggi lanciati da Donald Trump erano stati poco incoraggianti: nuove accuse agli alleati europei, a suo parere poco “leali” (in relazione all’uso delle basi USA per la guerra contro l’Iran) e ancora troppo dipendenti dalla protezione militare americana (in relazione ai bilanci della difesa); minacce nei confronti dei Paesi ancora inadempienti (ventilando a Slovenia, Albania e Cechia, che spendono tuttora meno del 2% del PIL, una sospensione delle garanzie di sicurezza collettiva); e perfino un rilancio delle rivendicazioni statunitensi sulla Groenlandia (che già all’inizio dell’anno avevano condotto a una seria crisi transatlantica).  

Certo, il segretario generale Mark Rutte, come ormai d’abitudine – e come in parte richiesto dalla sua job description –, aveva esibito quelli che ha presentato come gli effetti della “leadership” di Trump, ovvero un aumento degli investimenti per la difesa da parte degli altri 31 alleati pari a 139 miliardi di dollari solo nell’ultimo anno e a circa 1.000 dall’inizio della sua prima presidenza (“The Trump Trillion”). Ma la proverbiale imprevedibilità e suscettibilità – in parte istintiva, in parte calcolata – dell’attuale inquilino della Casa Bianca non garantivano la riuscita del vertice, a cui Trump aveva fra l’altro dichiarato di partecipare solo per rispetto nei confronti dell’ospite, il presidente turco Erdoğan. 

Lieto fine? 

Alla fine, tuttavia, lo stesso Trump ha ringraziato sia Rutte che Erdoğan e celebrato il “tremendous love” che avrebbe permeato la riunione plenaria dei capi di Stato e di governo dell’Alleanza. A porte chiuse, anzi, Trump si sarebbe perfino prodigato in elogi per gli investimenti fatti non solo da baltici, nordici e polacchi, ma perfino dalla (da lui) tanto vituperata Germania. Il comunicato finale ha ripreso il linguaggio dell’anno scorso sull’articolo 5 e sulla Russia – definita una “minaccia a lungo termine […] alla sicurezza euro-atlantica” –, ma ha aggiunto un lungo paragrafo di supporto politico, economico e militare all’Ucraina, con tanto di apprezzamento per il ruolo svolto dall’Unione europea con le sue recenti decisioni al riguardo. E nel bilaterale con Zelensky, ai margini del summit, Trump si è addirittura spinto fino a promettere a Kiev l’autorizzazione a produrre (su licenza americana) le batterie di intercettori anti-missile Patriot, un potenziale game changer nel conflitto in corso, venendo così incontro a un’antica richiesta ucraina che perfino Biden non aveva ritenuto opportuno soddisfare. Se il riposizionamento di Trump rispetto a Kiev e Mosca data in parte già dal G7 di Evian – dove i partner lo avevano convinto che, grazie al sofisticato uso dei droni a media e lunga gittata, l’Ucraina non stava affatto perdendo la guerra –, l’apertura sulle difese anti-aeree è spiegabile anche con la tendenza del presidente statunitense a schierarsi con chi ritiene capace di vincere, con la sua frustrazione nei confronti di Putin riguardo ai negoziati di qualche tempo fa e in parte anche con i dividendi – ora finanziati direttamente dall’UE – che porterà la cessione della licenza.   

Made in NATO, e in Europa 

Questa logica e pratica transactional si è vista anche al forum per l’industria della difesa che ha preceduto il vertice, durante il quale sono stati annunciati ordini e contratti per altri 50 miliardi di dollari. Qui vale la pena notare come alcuni di questi siano andati a beneficio – com’era del resto da attendersi – del complesso militare-industriale e tecnologico USA (da Northrop Grumman ad Anduril), ma anche come molti abbiano invece evidenziato la crescente determinazione degli altri alleati a fare da soli. Già alla vigilia del vertice il premier canadese Mark Carney aveva annunciato l’assegnazione della costruzione di una nuova flotta di sommergibili alla tedesca Thyssen-Krupp; un consorzio esclusivamente europeo, a guida britannica, ha lanciato una joint venture per sviluppare missili a lunga gittata; e la stessa NATO ha acquistato dalla svedese Saab il sistema di monitoraggio GlobalEye da installare sui suoi aerei-radar AWACS (finora prodotti da Boeing), affidando ad Airbus anche il mandato per una nuova generazione di velivoli militari da trasporto.  

Rutte ha presentato tutto questo come prova del dinamismo del Made in NATO – un trademark che comunque non esiste –, ma la vera novità sta proprio nella crescente assertività degli altri 31 alleati: sempre Carney, fra l’altro, ha usato il summit per offrire maggiori dettagli sulla proposta (sua e dei lussemburghesi, con i britannici sullo sfondo) di una Defence, Security and Resilience Bank che – sul modello della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, con sede a Londra e creata dopo la guerra fredda per i Paesi dell’ex blocco sovietico – potrebbe fornire crediti a tassi molto agevolati, grazie al rating AAA garantito dai governi sottoscrittori, limitando così i rischi di indebitamento pubblico e aggirando i vincoli che pesano sui normali istituti di credito e fondi di investimento. In una direzione simile, e potenzialmente convergente, vanno del resto anche le varie proposte fatte in ambito UE per una qualche forma di debito comune, al di là dei finanziamenti, dei prestiti e degli incentivi già offerti dal piano di “riarmo” varato dalla Commissione europea. 

Yankees go home? 

Difficile dire se Ankara possa rappresentare l’inizio di un’Alleanza più europea e meno americana – quella “NATO 3.0” che sembra auspicare anche l’amministrazione Trump – basata su un effettivo burden-shifting (lo spostamento del “fardello” sulle spalle degli altri alleati) invece che sul tradizionale burden-sharing (la sua condivisione, come nei decenni precedenti). Sostituire, anche solo in parte o in misura ritenuta sufficiente, le forze e le capacità USA che hanno già cominciato a essere ridispiegate verso altri teatri – Americhe, Medio Oriente in senso lato, Indo-Pacifico – è una sfida imponente, che richiede tempo e risorse. Se la riorganizzazione interna delle strutture di comando dell’Alleanza è già iniziata, e se la sostituzione di alcuni mezzi e piattaforme è già stata effettuata con successo – come ha riconosciuto lo stesso comandante supremo alleato, il generale americano Alexus Grynkewich –, il vuoto che un graduale disimpegno militare di Washington dall’Europa e dalla NATO può creare non è soltanto di natura quantitativa: in termini di comando e controllo, esperienza operativa, accesso all’intelligence e alla tecnologia, il contributo americano è incalcolabile. Mitigare le possibili conseguenze di una tale perdita non è completamente impossibile, ma richiede determinazione politica nei governi e consapevolezza strategica nelle opinioni pubbliche.  

Molto dipenderà anche da come e quando – il se non è più in dubbio ormai – potrà materializzarsi: se avverrà the easy way, per usare il gergo di Trump, la NATO dovrebbe poter mantenere una capacità di difesa e deterrenza sufficiente a dissuadere gli eventuali aggressori e proteggere i suoi membri; se dovesse invece avvenire the hard way, cioè attraverso decisioni unilaterali e/o punitive da parte dell’amministrazione USA, i rischi per la coesione interna e la tenuta esterna dell’Alleanza diventerebbero enormi. C’è motivo di credere che l’establishment militare del Pentagono, ben consapevole dei vantaggi strategici offerti dalla propria presenza in Europa, perseguirà la prima, mentre la leadership politica resterà tentata dalla seconda.  

Come gestire Trump 

È anche per questa ragione, comunque, che tanti sforzi sono stati compiuti – e non solo da Rutte – per “gestire” Trump: il Trump management è ormai diventato parte integrale dell’arsenale diplomatico europeo e occidentale, soprattutto al fine di evitare trappole (ad esempio, davanti alle telecamere), escalation retoriche e ritorsioni politiche. La stessa dichiarazione finale del summit ha evitato stavolta di impegnarsi a un nuovo appuntamento per l’anno prossimo – si era parlato di Tirana –, proprio per non mettere già in agenda un altro psicodramma politico. Ma l’esperienza di questi ultimi mesi, dalla Groenlandia all’Iran, e vertici, da Evian ad Ankara, sta anche dimostrando come tale “gestione” possa e debba includere anche limiti a quello che si è disposti ad accettare e, soprattutto, iniziative tali da segnalare che si è capaci di decidere e agire in proprio.  

Paradossalmente, insomma, la postura anti-europea e anti-NATO di Trump sta spingendo gli altri alleati a farsi sempre più carico del “fardello” della propria difesa e sicurezza, e a farlo non per compiacere la Casa Bianca ma perché è nel loro interesse. E ciò li sta anche rendendo sempre meno esposti agli umori e alle minacce di Trump e della sua amministrazione. L’“europeizzazione” della NATO e l’autonomia (comunque definita) dell’Europa diventano così due facce della stessa medaglia.  

Antonio Missiroli

*Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

Interazioni del lettore

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sidebar

Iscriviti alla nostra Community WhatsApp

Ultimi commenti

  • Luca Bagatin su Nobel a Pillay, uno schiaffo alla lotta contro l’antisemitismo
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgia, credimi: pace impossibile con la jihad
  • Leone Vincenzo su Miccichè, la Corte dei Conti condanna l’ex presidente dell’Ars: oltre 42 mila euro per l’uso dell’auto di servizio
  • Ugo Malasoma su Naza non è un film documento ma verità amputata
  • Anna La Mattina su Sánchez chiude il ciclo e porta la Spagna alle urne: la casa fa saltare la maggioranza!
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Luca Bagatin su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Salvatore D'ostuni su L’habitat che ci pensa dentro

Argomenti

aduc anni berlusconi cina commissione consenso conti costi costituzione crisi democrazia dichiarato elezioni euro europa firenze francia futuro germania giovani governo italia lavoro lega mercato merito milano mondo movimento nato natura notizia parlamento pd persone processo renzi repubblica roma scuola soldi stati uniti sviluppo toscana usa

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Pensalibero.it

REDAZIONE

Direttore Responsabile
ad interim
Cesare Mannucci

Vice Direttore
ad interim
Claudio Tirinnanzi

WebMaster
Claudio Tirinnanzi

redazione@pensalibero.it

Rimani aggiornato

Attraverso la nostra newsletter riceverai settimanalmente tutti i nostri aggiornamenti

Iscriviti ora

Chi siamo

  • Chi siamo
  • Credits
  • Autori
  • Accesso autori

Note

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Copyright 2004 © Tutti i diritti riservati. Iscrizione al Tribunale di Firenze n. 5418 del 21-4-2005. I contributi al sito non sono retribuiti