Nella possibilità di scelta avrei preferito essere generato da un loto. Ri-generato e benedetto e invocato ogni giorno.
Mi si disse: “Sei nato da un cavolo”. Di quelli dal torso turgido indispettito dalla armoniosa geometria dei fiori che sorregge. Con una sola nascita. Una sola.
Nella possibilità di scelta avrei preferito essere generato da un loto. Ri-generato e benedetto e invocato ogni giorno. Io, Nefertem, il creatore, il dio sole, fonte di ogni vita.
L’assillo della senilità si condensa in desideri irrealizzati o irrealizzabili o nelle astrazioni senza più confronto. Pacatamente offerte allo scherno agitato di chi agita la presunzione della vita.
Vagando tra l’insorgere di meditazioni sulla mia nascita vengo a leggere (con riferimento alla cultura occidentale religiosa) la Bibbia che, nella Genesi (1: 11/12), anticipa la presenza del mondo vegetale non solo all’uomo ma, finanche, alla “luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte” (ibidem, 1:16).
Sospirando teorie sulla formazione del nostro satellite – dove si ipotizza che la luna si sia formata/composta dall’agglomerato dei residui di uno scontro cosmico devastante, tra la terra e un asteroide – potrei supporre la presenza del mondo vegetale, avanti tale catastrofe e, poi, la sopravvivenza ad essa?
E mi insorge una ulteriore indagine sulla vita vegetale: è l’ unica condizione vitale autosufficiente, in ogni condizione.
Invero, le decomposizioni di ogni genere di sostanza organica – quindi, anche di quelle vegetali – si riversano nella terra e nelle acque e l’assorbimento delle sostanza minerali e molecolari sorreggono il ciclo nutrizionale delle piante.
Il mondo animale – noi – ne è impedito. Necessita di alimentarsi con sostanze organizzate. Alla mancanza di queste sopravverrebbe la imposibilità a cibarsi di alcunchè se non della propria specie.
Potrei agitare l’assunto che siamo noi esseri viventi, animali e umani, il cibo destinato alla proliferazione del mondo vegetale?
Siamo noi il brado allevamento nutrizionale? Sono le piante il vertice della catena alimentare?
Ancora, le piante possono far sopravvivere la loro specie con un seme, comunque sgravato sulla terra. Diversamente, noi necessitiamo di sperma ed ovuli deperibili in un tempo breve. Né la tecnologia e la biogenetica potrebbero assegnare indici di perpetuazione nella evenienza di un cataclisma planetario. Da se stesse, nella trasformazione/produzione di ossigeno, le piante potrebbero annullare gli effetti di ogni calamità, di ogni devastazione.
Così opinando, il ciclo della vita terrestre, l’occupazione dello spazio-vita terrestre, il significato della vita terrestre, il destino della vita terrestre non potrebbe intendersi se non rovescio.
Saremmo noi gli invasori della terra; ospitati, benevolmente ma fruttuosamente, dagli autentici possessori titolati del pianeta: le piante.
O licheni, o mangrovie, o querce: il loro possesso del territorio è ovunque.
Ovunque le radici si insinuano e distruggono gli ostacoli naturali e artificiali; con un tempo di avanzamento per noi umani impercettibile perchè non selezionato e contato con i tempi scanditi dalla nostra vita.
Nel corso di nostri mille anni, il mondo vegetale raderebbe al suolo ogni testimonianza della presenza umana; il trascorso creativo e produttivo di 40 generazioni umane, perseguito in 10.000 anni.
La longevità degli alberi si conta in 3.000/4.000 anni (finanche, 13.000); mi chiedo, allora, se i miti quando cantano Matusalemme, narrino del figlio di Enoch o del pino della California, ovvero del castagno dei cento cavalli di Catania.
So che le piante comunicano tra esse. Con reti sotterranee o con vibrazioni delle foglie. So che percepiamo le modulazioni delle influenze che emanano; ma siamo troppo esosi nei nostri modelli ambigui di società per essere dediti alle convenienze che devono gli ospiti.
Credo che abbiano insinuato nelle nostre menti il fuoco, il suono, l’architrave, le colonne, la geometria, la bellezza. Oggi, le connessioni informatiche.
Penso: tra breve nelle baite brucerà il ceppo di natale.
È il busto di Nimrod che brucia. Nimrod redivivo nei sempreverdi e nuovamente ucciso dalla cupidigia erosiva e corruttore delle comunità umane.
Vorrei saper parlare con un albero e chiedere delle sue storie, delle origini e delle presenze, e, poi , delle debolezze, delle stanchezze, delle memorie umane raccolte sulle cortecce. E a quale pianta sarebbe più opportuno debba io destinarmi come cibo.
Opportuno sarebbe un fior di loto; perché potrei chiedere di esserne frutto. Sancendo la mia essenza divina. Ri-nascendo da un loto e non da un cavolo.

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