
Simulare ciò che non si è, dissimulare ciò che si è: voglio cominciare da qui a parlare di “Ars est celare artem” del filosofo Paolo D’Angelo (Quodlibet, pp. 176, € 13,50), un libro che ho letto tutto d’un fiato, poiché semplice ed elegante nel linguaggio ma prima di tutto accattivante nella ricostruzione storica dello sviluppo dell’argomento: dalla filosofia greca, dall’ars oratoria di Cicerone fino all’orinatoio, ai ready-made di Marcel Duchamp.
Se l’argomento è il “nasconder l’arte”, l’Autore rievoca all’uopo il concetto di “sprezzatura”, neologismo coniato da Baldassarre Castiglione nel suo “Il Cortegiano”: “per dir forse una nova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi”. E’ gustoso, il Castiglione, quando ‘applica’ la sprezzatura, per esempio, all’impiego di cosmetici: “Non vi accorgete voi, quanto più di grazia tegna una donna, la qual, se pur si acconcia, lo fa così parcamente e così poco, che chi la vede sta in dubbio s’ella è concia o no, che un’altra, empiastrata tanto, che paia aversi posto alla faccia una maschera, e non osi ridere per non farsela crepare?”
“Pars est eloquentiae eloquentiam abscondere” – diceva Seneca. Anche nell’oratoria forense è essenziale la capacità di nasconder l’arte, di occultare le capacità retoriche, facendo credere di parlare in modo semplice e non studiato. Ha scritto Flavio Filostrato nella “Vita di Apollonio di Tiana”: “nei giudizi l’eccesso di abilità, quando è palese, rischia di riuscire dannoso, quasi che congiurasse ai danni di chi dovrà emettere il verdetto; e solo se si dissimula può ottenere il successo, giacché l’autentica abilità sta nel nascondere ai giudici che si è abili”. Del resto, chi proverebbe mai compassione per le disgrazie di chi, in un momento di pericolo, vedesse enfatico, tronfio e intrigante venditore di eloquenza?
Si dice “sprezzatura” ma anche, con qualche variazione semantica, “grazia”, “nonchalance” e quel certo “non-so-che” che include un’aura di mistero, di non spiegabile: il tutto però, si badi bene, non ha nulla a che vedere con la spontaneità, con la natura così-come-è: l’arte deve comunque supplire all’insufficienza della natura, senza l’aiuto dell’arte raramente essa è tollerabile.
Così, uno dei più bei capitoli del libro è dedicato alla contrapposizione tra giardino all’italiana – con le aiuole dai contorni lineari, i parterres fioriti, i viali di ghiaia, le piante scolpite dall’arte topiaria e le fontane – e giardino all’inglese – con le libere ondulazioni del terreno, i prati verdi, gli alberi casualmente raggruppati, i liberi corsi d’acqua e i laghetti – nato come reazione, sì, “alle forme geometriche, regolari, architettonicamente pianificate, proprie del giardino all’italiana o alla francese”, ma questo giardino informale non nasce certo da sé. Non di assenza, dunque, bensì di dissimulazione dell’ornamento, dell’artificio, si tratta. Perché, come dice il Tao: “la più grande perfezione deve sembrare imperfetta, e allora sarà infinita nel suo effetto; la più grande abbondanza deve sembrare vuota, e allora sarà inesauribile nel suo effetto”.
Nasconder l’arte, anche nella moda. Di un dandy del Novecento, Drieu La Rochelle, Franҫois Mauriac soleva dire: “Era più che ben vestito: era ben malvestito”. La perfezione del vestire – così ha detto Baudelaire del dandy – consiste nella semplicità assoluta, che è poi il modo migliore per distinguersi.
Ecco, volendo inverare e non già – come potrebbesi pensare – banalizzare quanto fin qui detto, voglio citare – fuori dal testo – il personaggio del Tenente Colombo; si, proprio lui, quello della felicissima serie televisiva che molti (me incluso) da sempre amano; quel suo mescolare una bonomia reverenziale, talora adulatoria, con una straordinaria trasandatezza, quante volte è servito a rassicurare, quante volte ha spinto il sospetto assassino a sottovalutare chi aveva di fronte ed ha, con ciò, spianato la strada al disvelamento dei fatti realmente accaduti? Quale impressionante capacità di interpretarli è riuscito a nascondere, il ‘povero’ tenente? Non è un fulgido, popolarissimo esempio di nascondere l’arte?

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