Con Narciso Parigi (Campi Bisenzio, 29 novembre 1927 – Firenze, 25 gennaio 2020) cantante e attore con decenni di fama in tutto il mondo, scompare non solo un superfiorentino ma, soprattutto un fiorentino super. Della citta’ è stato, dall’immediato dopoguerra l’interprete genuino, capace di incarnarne l’anima e le trasformazioni per oltre settanta anni. Soprattutto i momenti migliori, quelli nei quali Firenze ha saputo esprimere al meglio i valori della solidarieta’ e degli slanci generosi come in occasione della Liberazione, della ricostruzione e della grande alluvione del 1966. Gli aggettivi per Narciso vengono alla mente nitidi e sicuri: generoso, altruista, simpatico, sorridente, umile. Lo potevi incontrare al bar, alle cerimonie, alle feste, per strada: mescolato sempre tra la gente come una persona qualsiasi. Se ci incontravamo in mezzo ad altre persone, mi indicava e diceva: “questo l’ho tenuto in collo da bambino”. Esagerava, perché la differenza di eta’ non era poi cosi’ tanta. E, comunque, lo conobbi che gia’ portavo i pantaloni lunghi. Ma era fatto cosi’: quasi fosse un privilegio per lui conoscere me, e non viceversa.
Eppure aveva alle spalle una ventina di film e centinaia di canzoni di successo. Quelle dedicate a Firenze, hanno parole che persino nella citazione dei toponimi, quartieri, piazze, parchi o semplici vie, fanno capire quanto minuziosa fosse la conoscenza della citta’ e della sua gente. Per i più giovani, probabilmente, Narciso è “quello dell’inno della Fiorentina”. Che sarebbe come identificare un gigante con la sua unghia del dito mignolo della mano sinistra. Perché tra l’artista e l’uomo identico era il grande spessore. Disponibile con tutti, generoso , non si negava mai. Ho potuto sperimentarlo tutte le volte, non poche, che disinteressatamente è venuto al Centro di Gavinana della Fondazione Turati per intrattenere gli ospiti anziani, disabili o malati che fossero. Non mi è mai capitato che mi parlasse dei suoi “bei tempi andati e dei suoi successi. Non ha mai sofferto di tale nostalgia perché ha sempre saputo riempire la sua vita di molteplici interessi. Era un grande collezionista d’arte. Ricordo, nell’ufficio di direzione della RAI di Firenze, che ho occupato per dieci anni, un simpatico siparietto. Narciso che gira attorno alla mia scrivania e si avvicina ad un bel ritratto opera di Ottone Rosai, tanto da quasi toccarlo con il naso. “O che non ci vedi più, Narciso. O non ti intendi più di quadri? Non lo vedi che è un Rosai?”. “No, guarda, io ti voglio dire se l’è vero. Perché..vedi questo pelo di pennello? C’erano tanti falsi Rosai che nemmeno Ottone riconosceva i veri dai falsi e da vecchio nemmeno se li ricordava. Perciò quando ne faceva uno nuovo, ci lasciava appiccicato un pelo del pennello. Questo è un quadro vero”. Ci sarebbe mancato altro di scoprire che un Rosai che impreziosiva l’ufficio del direttore della RAI, era diventato falso durante la mia permanenza. Quando Narciso compi’ gli ottanta anni, nel 2007, organizzai una bella festa sulla terrazza del bel Palazzo in Largo De Gasperi in suo onore ed anche di un altro allora splendido ottantenne: il giornalista Marcello Giannini, gia’ capo redattore e indimenticabile cantore delle gesta della Fiorentina e dell’epopea delle giornate dell’alluvione del novembre 1966. La folla che vi partecipò con grande entusiasmo è un piacevole ricordo di un amore non più consueto con il quale i fiorentini avvolgevano coloro che altrettanto amore e tantissime capacita’ avevano dedicato alla loro città.
Nicola Cariglia

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