Sarebbe un atto di coraggio e un servigio reso al Paese per indurre una generale assunzione di responsabilità, fuori dalle piccole furbizie e dai mediocri compromessi che caratterizzano la stagione politica che stiamo vivendo.

Letto quell’articolo di Pensalibero, Lelio Lagorio, già ministro della Difesa, primo Presidente della Regione Toscana e per anni parlamentare italiano ed europeo socialista, imbracciò alla rispettabile età di ottantenne la tastiera del suo pc e postò un commentò che ci avvertiva che avevamo preso una cantonata. Lagorio conosceva bene Napolitano (forse avevano cementato il loro rapporto di amicizia a Strasburgo da colleghi al Parlamento europeo). E garantì che avevamo preso una cantonata: Napolitano sarebbe stato un ottimo Presidente.
Troppa era ed è la stima che abbiamo per l’uomo e il politico Lelio Lagorio per non tenere conto del suo ammonimento. Cominciammo a guardare senza pregiudizi per il passato alla quotidiana fatica di Napolitano in una situazione sempre più difficile. E, a sette anni di distanza, tirando le somme, dobbiamo confermare che Lagorio aveva ragione.
Non ha messo in salvo la barca ma ha evitato, per ora, che andasse a sfracellarsi contro gli scogli. Ai quali, purtroppo la ha avvicinata pericolosamente con la sciagurata decisione di non rivolgersi all’elettorato quando cadde il governo Berlusconi, puntando su Monti ed i suoi tecnici nell’illusione di ingraziarsi i “poteri forti” europei. Da quella esperienza inutile e dannosa (il temutissimo spread si è abbassato per effetto delle iniziative della BCE di Draghi e non della boria di Monti) il quadro politico nazionale ne è uscito ancora più arruffato e inconcludente. L’esercizio della democrazia ha passaggi e tribolazioni inevitabili e le scorciatoie si rivelano sempre dannose.
Questo errore, ripetiamo, non modifica il giudizio positivo. Che poi è il motivo per il quale, Grillo a parte, tutti gli esponenti dei partiti presenti in Parlamento si recarono in processione ad implorarlo di concedere il bis. Fu una incoronazione a furor di popolo dopo un turno elettorale che ci aveva restituito un Parlamento impotente a dare un governo al Paese, se non con l’accordo fra i partiti che si erano sfidati ponendosi come alternativi.
Ma è proprio per questo che, ora, diciamo che Napolitano farebbe bene a salutare baracca e burattini per andarsi a godere la sua meritata pensione. E’ cominciata da settimane l’ondata che ha come obbiettivo travolgere il Presidente della Repubblica ed il suo ancora intatto prestigio. E resistervi non aiuterebbe le cose italiane a mettersi meglio. Il governo delle intese variabili, prima larghe e ora appena maggioritarie al senato, boccheggia e non cava un ragno dal buco. Era l’unica soluzione possibile ma si sta tristemente consumando. Napolitano lo ha voluto (giustamente in quel momento), ma è rimasto ora l’unico vero sostegno che lo tiene in piedi. E siccome tutti lo hanno capito, è il vero bersaglio di chi vuole provocare la crisi di governo. Il sostegno popolare si sta trasformando in una ondata di risacca che rischia di travolgerlo. E non c’è da meravigliarsi: da molto tempo, ormai, la presidenza della repubblica non è più un semplice organo di garanzia. Interviene in maniera determinante negli equilibri politici almeno sin dai tempi di Scalfaro. La Costituzione non aveva posto divieti al doppio mandato e Napolitano, caso unico, lo ha avuto senza peraltro avere tramato per ottenerlo. Ma nella Costituzione non c’era scritto che un Capo dello Stato potesse interferire così scopertamente nella vita dei governi, del parlamento e dei partiti. Il doppio mandato e la metamorfosi che ha fatto del Quirinale il vero e determinante snodo della politica italiana sono una miscela troppo esplosiva in una situazione ormai senza sbocco e di antipolitica montante.
Prima di farsi travolgere, con conseguenze disastrose per il sistema che resterebbe paralizzato, Napolitano farebbe bene ad abbandonare per tempo il suo incarico.
Sarebbe un atto di coraggio e un servigio reso al Paese che contribuirebbe a sbloccare la situazione inducendo ad una generale assunzione di responsabilità, fuori dalle piccole furbizie e dai mediocri compromessi che caratterizzano la stagione politica che stiamo vivendo.

Anche se non è il tema principale dell’articolo, il riferimento a Draghi mi induce a ricordare che l’azione del governatore della BCE non avviene in piena autonomia e necessita del consenso dei banchieri centrali degli stati membri. Anche l’ultima decisione è stata presa a maggioranza.
Renzi è un democristiano, sta ricompattando i cattolici in politica che voteranno in massa per lui, snatura completamente le sorti di un partito che non sarà mai piu’ di sinistra e ricrea la balena bianca e gli italiani citrulli ci cascano in pieno! Votate Renzi, leader del Partito Democristiano.
A proposito di Renzi, ecco qualche sua battuta (fonta: ANSA) di ieri a Prato: “Il Pd ha la maggioranza assoluta della maggioranza delle larghe intese: se non si fa quello che chiediamo noi … finish” – “Quelli che votano Cuperlo e Civati possono restare, non li abbandoniamo: li teniamo con noi” – “In questi mesi hanno detto ‘fai il bravo sulla Cancellieri, sull’Imu, su Alfano’. La pazienza è finita”, etc. etc. A me, che vivo a Salerno, Renzi ricorda sempre più il sindaco Vincenzo De Luca, di cui da qualche giorno parlano diffusamente anche le cronache nazionali …
Napolitano si dimette, entra in carica Grasso, le Camere si riuniscono e non trovano un accordo per il Quirinale, ma il governo crolla e mentre Berlusconi è impegnato a cambiare i pannoloni agli anziani Renzi a e.mail forzate e battute roboanti avanza su Roma ormai ai suoi piedi, Grasso gli dà l’incarico col compito di una nuova legge elettorale che sarà ad usum delphini, un vero listone per Renzi, quindi la repubblica presidenziale viene sigillata sulla Carta, e l’Italia coccola il suo ducetto. Non vedo altre conseguenze alle dimissioni al buio di Napolitano, che io, contro Lagorio, non avrei mai voluto Presidente della Repubblica, perché di Napolitano vedo troppe facce. E una Repubblica di coccio a agitarci troppi mestoli va in pezzi. Con la gioia addolorata dell’Europa.