Il recente discorso di Aung San Suu Kyi ha generato critiche e malumori nell’opinione pubblica occidentale: molti aspettavano una posizione più chiara sulle accuse di pulizia etnica nei confronti dei Rohingya. La leader birmana e premio Nobel per la pace ha ridimensionato la gravità della situazione nella regione del Rakhine, evidenziando sia le responsabilità dell’etnia di religione islamica sia il pericolo di radicalizzazione all’interno della stessa comunità Rohingya.
L’opinione pubblica occidentale ha repentinamente modificato la narrazione di Aung San Suu Kyi, da eroina catalizzatrice della speranza è stata equiparata agli stessi generali che ha combattuto per decenni mentre un’analisi più equilibrata dovrebbe tenere conto di numerosi fattori.
Nella morsa delle divisioni etniche
La struttura etnica, politica e culturale del Myanmar è complessa, ci sono 135 distinti gruppi etnici che vengono per semplicità raggruppati in otto fazioni principali. Questi gruppi sono tutti localizzati in un determinato territorio, parlano una propria lingua ed in molti casi sono in conflitto da secoli con l’etnia Bamar che detiene da sempre il potere politico nel territorio dell’attuale Myanmar. Alcuni di questi gruppi portano avanti una guerriglia da decenni – Karen, Shan e Kachin tra gli altri -, mentre gruppi come i Kokang e gli Wa hanno un controllo totale del territorio e dispongo di carri armati e contraerea.
La situazione dei Rohingya presenta un ulteriore grado di complessità: per più di cinquant’anni, il regime militare ha promosso e diffuso la narrazione della totale estraneità storica, politica e culturale dell’etnia di religione islamica rispetto al mosaico che compone l’identità birmana. Un’interpretazione che non può essere cancellata da appena diciotto mesi di governo guidato da Aung San Suu Kyi: la percezione dei birmani sulla questione Rohingya rimane fortemente incentrata sull’impostazione che la giunta militare ha promosso da decenni.
Le dimostrazioni di piazza, il genuino supporto della folla e il sostegno degli intellettuali birmani sono l’ennesima dimostrazione della convinzione della popolazione dell’assoluta estraneità dei Rohingya al mosaico etnico del Myanmar.
Nazionalismo buddista e aggressioni ai musulmani
Sin dall’avvio del processo di apertura democratica nel 2012, i gruppi nazionalistici buddisti hanno conquistato uno spazio sempre maggiore all’interno del dibattito pubblico, la possibilità di inediti spazi di confronto ha creato dei movimenti radicali, incentrati sulla difesa dell’identità religiosa come necessità primaria. La Patriotic Association of Myanmar, detta Ma Ba Tha, e il suo predecessore diretto, il Movimento 969, hanno individuato nei fedeli musulmani il principale pericolo per l’integrità religiosa e per la preservazione della cultura nazionale birmana.
I simpatizzanti del Ma Ba Tha hanno compiuto numerose aggressioni, alcune mortali, contro membri della comunità islamica. Si tratta di un movimento marginale e minoritario, sia in termini numerici sia come impatto sull’opinione pubblica. Tuttavia, nella delicata fase di transizione in Myanmar, il pieno supporto delle autorità religiose è uno strumento indispensabile e la religione islamica è vista dall’intero clero buddista birmano come una reale ed effettiva minaccia. La necessità di tenere insieme un Paese composto da numerosi gruppi etnici, che da sempre sono in conflitto con il potere centrale, la forte avversione del clero nei confronti dei musulmani e il quadro interpretativo, costruito da decenni di indottrinamento, dei Rohingya come corpo estraneo alla cultura birmana costituiscono le principali spinte per la comprensione dell’atteggiamento di Suu Kyi. Leggi tutto:
http://www.affarinternazionali.it/2017/09/myanmar-rohingya-aung-san-suu-kyi/

Lascia un commento