Il “neoclassicismo”
Tra le correnti di pensiero che nei primi decenni del ‘900 si concretizzarono gradualmente nelle sonorità atonali, emerge il neoclassicismo. Un particolare segmento intellettuale che ha avuto un’intrinseca difficoltà ad essere catalogato e ben definito, a causa della divisione, in molti rivoli ideologici e divagazioni, che ha caratterizzato il suo sviluppo.
Partendo da un rifiuto del cromatismo postwagneriano e della cultura romantica del XIX secolo, i punti di riferimento neoclassici si basano sull’involontarietà dell’espressione musicale, ma al tempo stesso, sul suo essere opera composita.
L’artista dunque non deve cercare di dare obbiettivi al proprio lavoro, ma indagare e fermare esclusivamente le condizioni spirituali necessarie per una composizione ispirata e conforme agli ideali della razionalità e della concretezza. Gli assunti basilari furono formulati da Cocteau e sviluppati in Francia dal Gruppo dei Sei, i cui più eminenti rappresentanti furono Poulenc e Honegger.
Ferruccio Busoni e la Turandot
Fermo annunciatore del neoclassicismo fu Busoni, nato ad Empoli nel 1866 ma precocemente trasferito in Austria, terra dove assorbì le raffinate concezioni musicali nordeuropee.
Nonostante le opinioni neoclassiche, Busoni ebbe tuttavia una stile musicale estremamente personale, dove i richiami romantici sono legati a classiche citazioni, ad una grande ironia, al mondo della maschera. La sua musica, non ancora collocabile nello stile atonale, ha influenzato molti importanti compositori del ‘900.
Nel 1917, ispirato dall’omonima fiaba di Carlo Gozzi e da uno spettacolo di marionette, da vita ad una opera breve, la “Turandot”, da presentare insieme al suo precedente lavoro ”Arlecchino”.
La prima rappresentazione si tenne a Zurigo, l’11 maggio 1917 suscitando vivo interesse. In Turandot l’ispirazione di Busoni è sedotta in modo preciso dalle maschere della commedia dell’arte che animano la storia. A ciascuna mantiene i propri caratteri peculiari: Pantalone addobbato e con la caratteristica parlata, Tartaglia certamente rimasto balbuziente, Truffaldino impertinente castrato; ed a loro affida il compito di disegnare il tratto buffo e di sapore settecentesco che caratterizza la commedia.
Spunti settecenteschi sono anche i tempi di gavotta nell’introduzione al 2° quadro del primo atto e l’andamento di marcia alla turca, che scandisce la conclusione dell’opera nell’entusiasmo generale.
Un altro elemento musicale dominante è quello esotico, di provenienza orientale, inserito come parte impressionistica all’interno di costruzioni euritmiche ancora decisamente tonali.
Con un’orchestrazione leggera e vaporosa, dai tratti ironici e vagheggianti sapori magici, la suggestione settecentesca ci regala un’opera delicata e sospesa, da dove emerge il riuscito tentativo di offrire, con personalissime concezioni estetiche, un fulgido esempio di commedia dell’arte moderna.
Umberto Zanobetti

Interessante il suo articolo, mi piacerebbe però, visto che abitiamo tutti a firenze, forse fosse trattato un periodo estremamente interessante nella vita culturale fiorentina, cioè quella dei primi del 900 con la presenza nella nostra città di importanti personaggi che sono purtroppo andati sicuramente anzitempo nel dimenticatoio. Parlo di Pizzetti, Frazzi, Dallapiccola Brugnoli e di poeti come Papini, Cicognani, Pittori come Oscar Ghiglia L. Loyd e tanti altri meno rinomati ma lo stesso poco eseguiti in Firenze. Comunque, sono a Vostra disposizione qualora vogliate approfondire questa tematica, grazie della pazienza e spero a presto Matteo Nanni