I linguaggi musicali del primo novecento (1)
L’avvento del nuovo secolo portò nuovi, rivoluzionari concetti nella composizione della struttura musicale. Mentre nei secoli antecedenti le trasformazioni formali e tecniche erano avvenute progressivamente, frutto di personalità geniali che hanno inciso singolarmente nella concezione complessiva della composizione, il rifiuto dei vecchi canoni stilistici arrivò come scelta sociale, collettiva, dando un diverso impulso ed un’ accelerazione tesa a conquistare nuovi spazi in temi come la forma, la fruibilità, il messaggio, l’espressione.
Il sistema tonale, che fino ad allora aveva costituito la base della forma musicale nella quasi totalità delle opere, fu “processato” a causa dell’esaurita stimolazione immaginativa, per la sua prevedibilità e per i limiti descrittivi nei confronti delle nuove coscienze sociali che si affacciavano al XX secolo. Ardite teorie, animosi postulati, considerazioni filosofiche si riversarono in numerose correnti stilistiche, che cercarono ispirazione nell’involontarietà musicale, nel risveglio delle zone occulte dell’animo umano, nella naturalità, anche selvaggia o primordiale, del suono.
Tre i sistemi musicali a cui approdarono la gran parte di codesti mirabili sforzi intellettuali: l’atonalismo, il politonalismo e la dodecafonia. E molti gli autori europei che hanno lasciato tracce indimenticabili, rivoluzionando il potere descrittivo del suono per raggiungere nuovi spazi interiori e raccogliere nuove possibilità illustrative e cromatiche.
Naturalmente il processo evolutivo fu graduale ed alcuni musicisti possono essere indicati come precursori dei rivoluzionari cambiamenti che hanno caratterizzato la musica novecentesca, tra questi si possono ricordare Zemlinsky, Mahler, Busoni.
Zemlinsky e “Una tragedia fiorentina”
Alexander Zemlinsky, viennese, nato nel 1871 e morto a New York nel 1942 era direttore del nuovo Teatro Tedesco di Praga quando compose Eine florentinische Tragödie. Il testo di questa brevissima opera di un atto è fornito dalla trascrizione quasi integrale del dramma omonimo di Oscar Wilde; straordinaria partitura, un capolavoro del primo ‘900 incomprensibilmente trascurato dalle italiche scene.
In una Firenze rinascimentale si consuma il dramma di una gelosia silente tra due uomini per la stessa donna, Bianca moglie del mercante Simone, corteggiata dal Principe di Firenze Guido Bardi, in cui calibrate sonorità si trasformano in ricami esaltanti il raffinato testo wildeiano. Uno sperduto ma colpevole amore, pennellato da un delicato lirismo, ci porta in un clima ormai decadente: la sconfitta e la morte del principe fiorentino da parte del mercante testimonia il nuovo prevalere sociale della forza su la già irrimediabilmente malata bellezza . Il genio di Wilde si rivela ancora nel finale. Simone, strangolato il rivale, si rivolge geloso e furente a Bianca, deciso a uccidere anche lei. Ma avviene un imprevedibile sconvolgimento di sentimenti, i due crollano l’una nelle braccia dell’altro, chiedendosi: «Perché non mi hai mai detto che eri così forte?» e «Perché non mi hai mai detto che eri così bella?». Una scrittura strumentale ordinata e limpida, con ampi segmenti tonali che si fanno meno percettibili e più sfuggenti, diventa il simbolo di un estetismo musicale ancora non sconfitto dal tempo, ma piegato a mutare le sue fogge nelle nuove percezioni atonali.
Umberto Zanobetti

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