Non conosco personalmente Eugenio Giani. Ricordo però che muoveva i primi passi tra i giovani socialisti nel periodo in cui mi stavo distaccando dalla politica attiva e con essa anche dal partito. Da allora è diventato un punto fermo e costante nelle vicende amministrative fiorentine, riuscendo anche in una certa misura a rappresentare una sorta di continuità della presenza socialista, almeno finché ciò è stato possibile. Ha compiuto infine una scelta, quella di entrare nel partito democratico, al cui interno ha continuato a misurarsi, con successo, fino alla recente affermazione nelle primarie per il consiglio regionale. Mi fa piacere constatarlo e sottolinearlo, soprattutto confrontando il suo comportamento con quello di altri dirigenti del movimento socialista, che invece hanno preferito, in Toscana, perseguire e conseguire lo stesso risultato in maniera più comoda, ma, a mio parere, molto meno dignitosa; non tanto per loro, quanto per la corrente politica e di pensiero che affermano di rappresentare.
La vicenda sarebbe di per sé limitata territorialmente e circoscritta nel tempo se non stimolasse una riflessione, collegata alla domanda se, indipendentemente dalle soggettività affermate dai suoi maggiori dirigenti, il partito democratico possa essere considerato, in senso oggettivo, un partito socialista; o quanto meno se al suo interno possa muoversi, con una concreta possibilità di rappresentare qualcosa, una linea di tendenza che, al di là dei termini adoperati, affronti tematiche e proponga soluzioni che facciano riferimento alla tradizione del socialismo democratico europeo e all’interno di questa affrontino una visione della società da interpretare e trasformare e non semplicemente da gestire. Chiedo scusa ai dirigenti di quel partito se forse non colgo correttamente ciò che sta al fondo dei loro propositi e delle loro intenzioni, ma oggi, dilaniato dalla polemica sull’antiberlusconismo, assediato dal dipietrismo e per di più diviso sui problemi degli schieramenti e delle alleanze, non riesce ad offrire una interpretazione della realtà ed una prospettiva di strategia e di programmi di un certo respiro, almeno per il medio periodo.
E’ vero che molti di loro considerano superato e nominalistico il dilemma tra essere socialisti o essere semplicemente democratici e progressisti, ma la politica, bene o male che sia, è fatta anche di segni di riconoscimento e l’essere socialisti o socialisti democratici, almeno nella dimensione in cui ci dobbiamo confrontare, cioè in Europa, è ancora un segno di riconoscimento. E’ vero che gran parte della classe dirigente di quel partito deve ancora smaltire la disillusione di un troppo frettoloso approccio alla cultura liberale da parte di due mondi, quello ex comunista ma anche quello cattolico, che a questa cultura erano praticamente rimasti estranei, ma è anche vero che gran parte dei presupposti di questa scelta in senso liberale non consideravano che liberale doveva essere il metodo, ma socialista la visione strategica, almeno per quanto riguarda le provenienze dall’area marxista.
Ecco perché mi domando – e con questo ritorno ad Eugenio Giani, con tutto ciò che figure come la sua, magari in maniera ancora non del tutto espressa, potrebbero rappresentare – se oggi non ci sia la necessità ed anche la possibilità di far avanzare e crescere all’interno del partito democratico un’esigenza socialista probabilmente non maggioritaria, però riconoscibile e soprattutto impegnata a restituire alla sinistra italiana una componente ridotta al lumicino in termini politici, ma ancora presente ed importante in termini di esigenza culturale. Bersani afferma che caratterizzerà la sua segreteria con il peso della forza e di una tradizione che viene da lontano. Meglio di no, se intende quella dell’ex PCI, con le sue doppiezze istituzionali e le sue tentazioni pedagogiche, ma fortunatamente all’interno del partito democratico sia pur timidamente emergono i segni di una nuova frequentazione e di un modo di intendere il partito diverso da quello che ha caratterizzato le due maggiori componenti di provenienza. Come all’esterno, oltre ai reduci più o meno sinceramente impegnati, si formano o riemergono energie che sarebbe un peccato relegare a semplici manifestazioni di testimonianza.
Non commettiamo certo l’errore – né si deve avere questa presunzione – di credere che il processo si determini meccanicamente e non è detto neppure che possa avere un buon fine assicurato. Apriamo però un confronto se vale la pena di tentare, altrimenti saremo destinati per molto tempo a restare schiavi del bipolarismo impotente.
Silla Cellino

Se l’evoluzione del pensiero politico debba maturarsi sul galleggiamento dei “re travicello” ,probabilmente hai ragione . Ma permettimi di diffidare circa la rettitudine ( ma per carità ,non intendo certo scagliare la prima pietra ,lascio ai “dipietro”il giustizialismo) dei numerosi equilibristi cui fai riferimento . Non si tratta di trovare il treno su cui salire , ma piuttosto discutere ed affermare i valori che debbano guidare l’azione politica. Si era partiti da lì .O no ?