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Modena, il coraggio silenzioso di chi ha scelto di fermare l’orrore

Dentro questa tragedia ci sono anche uomini e donne che rappresentano il volto migliore del Paese. Persone comuni che avrebbero potuto fuggire, nascondersi, pensare soltanto a salvarsi. E invece hanno scelto di intervenire. Hanno soccorso i feriti, inseguito chi stava scappando, affrontato un uomo armato di coltello pur di fermarlo prima che potesse fare ancora male. È questa l’Italia che troppo spesso resta silenziosa, ma che emerge nei momenti peggiori: quella del coraggio spontaneo, del senso civico, della responsabilità verso gli altri.

di Luca Rampazzo | 18 Maggio 2026

A Modena, nel cuore di un sabato pomeriggio qualunque, una corsa folle ha trasformato il centro storico in una scena di sangue, paura e caos. Un’auto lanciata ad alta velocità contro i passanti, persone scaraventate sull’asfalto, corpi travolti, feriti gravissimi, una donna mutilata nell’impatto. Non un incidente, ma un gesto deliberato, violento, incomprensibile nella sua brutalità.

Dentro questa tragedia, però, ci sono anche uomini e donne che rappresentano il volto migliore del Paese. Persone comuni che avrebbero potuto fuggire, nascondersi, pensare soltanto a salvarsi. E invece hanno scelto di intervenire. Hanno soccorso i feriti, inseguito chi stava scappando, affrontato un uomo armato di coltello pur di fermarlo prima che potesse fare ancora male. È questa l’Italia che troppo spesso resta silenziosa, ma che emerge nei momenti peggiori: quella del coraggio spontaneo, del senso civico, della responsabilità verso gli altri.

Per questo rischia di essere sterile e persino ipocrita ridurre tutto a una disputa sull’origine o sulla cittadinanza dell’aggressore. Parlare di “italiano” o “non italiano” può forse soddisfare la polemica politica immediata, ma manca completamente il punto centrale. E anzi finisce per alimentare, indirettamente, chi sostiene che la cittadinanza debba diventare un diritto revocabile in presenza di reati gravi. Una discussione delicatissima, che non può essere affrontata sull’onda emotiva di un fatto di sangue.

La realtà è che episodi di questo tipo mostrano tutta la difficoltà nel prevenire l’azione dei cosiddetti lupi solitari. Individui che spesso non appartengono a organizzazioni strutturate, che si radicalizzano in modo opaco, che colpiscono senza segnali evidenti o comunque senza indicatori facili da intercettare. Ma proprio questa imprevedibilità impone uno sforzo ulteriore sul piano della sicurezza e dell’intelligence. E in questo senso certe ferite istituzionali del passato non aiutano: casi come quello Shalabayeva hanno lasciato diffidenza, tensioni e fratture anche all’interno dei meccanismi che dovrebbero garantire prevenzione e cooperazione efficace.

Non è questo il momento delle grandi letture sociologiche, né delle tifoserie ideologiche. Non serve trasformare immediatamente una tragedia in una bandiera politica. Serve invece mettere gli investigatori nelle condizioni di lavorare rapidamente e bene, garantire strumenti adeguati alle forze dell’ordine, rafforzare il controllo del territorio e sostenere chi ogni giorno si occupa della sicurezza collettiva.

Prima di tutto, però, resta il dovere di guardare alle vittime e a chi ha avuto il coraggio di impedire che il bilancio fosse ancora peggiore. Perché in mezzo all’orrore di Modena si è vista anche una comunità che non ha voltato lo sguardo dall’altra parte.

Luca Rampazzo

Pubblicato in : Editoriale

Info Luca Rampazzo

Luca Rampazzo, giornalista, laureato in giurisprudenza, è un imprenditore digitale, AD e cofounder di Leotech, libero professionista nel settore della comunicazione, copywrighter, commerciale e addetto stampa. Editorialista di “Milano Post” e “PensaLibero.it”. Nel tempo libero appassionato di politica e di cultura economica. Tutelato dal WWF in quanto liberista e conservatore, sogna un giorno di poter uscire dalla riserva in cui viene protetto in questo paese dove il liberismo viene trattato gratuitamente dal SSN.

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