I problemi di un partito incapace di aprirsi, di accogliere, di confrontarsi.

Celebrazione che, tuttavia, almeno per chi voglia riferirsi alle vicende socialiste, non può limitarsi alla registrazione del tempo trascorso. Occorrerebbe soffermarsi a riflettere sul risvolto ambiguo che, per quelle stesse vicende, una celebrazione di tal fatta dovrebbe significare.
Facile, infatti, mostrare e vantare stimmate di estraneità al corso politico sociale che dal ’92-’94 ad oggi hanno distinto una comunità, quale quella socialista, sulla cui dissoluzione, insieme ad altro, prese il via la seconda repubblica e ricondurre a quella alterità l’origine di tutti i mali, le difficoltà, le impraticabilità che negli anni detta comunità ha oggettivamente affrontato.
Più difficile ammettere che quelle stimmate hanno colpevolmente costituito per i socialisti post PSI, si intende quello sciolto nel 1994, spesso e nella migliore delle ipotesi, un alibi per non affrontare con maggiore coraggio e determinazione la sfida dei tempi, forse a causa di una inconscia resa ad una situazione data per inesorabilmente incorreggibile, e, nei casi peggiori, ma non poco diffusi, uno schermo a difesa, ad ogni livello, di questa o quella rendita di posizione.
Di ciò se ne ha esempio assai evidente a Milano, che nel suo titolo di epicentro del terremoto che ha schiantato il PSI di una volta ha trovato ragione per giustificare ogni inadeguatezza, ogni risultato mancato, ogni riserva di potere.
Proprio a Milano più che altrove si è registrata, in tale senso, la rinuncia a perseguire una via di discontinuità e di alternativa, di scoperta di nuove questioni, di nuovi legami. Si è rinunciato all’idea che la crisi del socialismo non andasse ricercata mettendo le mani nelle nuove questioni sociali, ma che fosse unicamente un gioco da condurre a tavolino, una questione di posti spartiti e assegnati da Roma. Proprio a Milano più che altrove si è assistito poi all’isolamento progressivo rispetto alla società cittadina, alla chiusura su se stesso di un ceto di partito politicista e politicante. Un partito incapace di aprirsi, di accogliere, di confrontarsi e che, disabituato a dialogare disinteressatamente e non strumentalmente con ciò che c’è fuori di esso, ha in fine perso la credibilità perché ciò che c’è fuori cercasse di dialogare con esso.
Proprio a Milano più che altrove si sono misurate continue degenerazioni personalistiche di assoluta mediocrità; egoismi senza più controllo, lotte grandi per poteri piccoli ma esclusivi, con la convinzione intima e diffusa in molti, ma non per questo scusabile, che una vicenda collettiva quale quella di un partito iniziasse e finisse con la propria persona; il vizio, diventato poi regola, di giudicare svendita e tradimento gli accordi in cui a qualcuno non si garantiva uno spazio e patti alti e nobili quelle intese secondo cui per quel qualcuno usciva invece un posticino al caldo. Non da ultimo, si pensi allo spettacolo cui si è assistito nel corso dei preparativi delle elezioni regionali in corso: fughe solitarie, accordi separati e riservati con il candidato presidente e altri pezzi della coalizione, boicottaggio delle liste nel resto della regione – basti pensare alle firme raccolte per il candidato, rectius autocandidato, alle primarie e quelle non raccolte per la presentazione delle liste provinciali, tanto per essere chiari -, sistematico aggiramento e delegittimazione degli organi regionali del partito non ritenuti sufficientemente allineati ai voleri di qualcuno.
Certo, a ragionare in questi termini si rischia sempre di sconfinare nella generalizzazione, facendo un unico fascio di vicende invece di segno diverso, con l’effetto collaterale, e come tale, si precisa, non voluto, di mischiare esperienze personali caratterizzate da prevalente generosità e disinteresse ad altre non altrettanto lineari e in cui il peso del proprio protagonismo, sempre e comunque, senza se e senza ma, rischia oggi di deteriorare meriti anche giustamente detenuti. Anche se, a pensarci meglio, il confine tra queste categorie non è poi così difficile da tracciare, che è la stessa linea assai spessa che divide chi ha comunque dato molto da una parte e chi ha sempre e ininterrottamente avuto dall’altra.
Forse, di queste cose si dovrebbe iniziare a parlare. Anche e soprattutto a Milano. Vent’anni dopo.

o forse è troppo tardi. Comunque complimenti