Quando si parla dei problemi del Sud d’Italia,
mi sovviene una riflessione di George Wilhelm Friedrich Hegel che,
analizzando le condizioni di formazione dell’allora nascente società
industriale, nel 1821 scriveva: “appare qui che, nella sovrabbondanza
della ricchezza, la società civile non è ricca abbastanza, cioè, non
possieda, nella ricchezza ad essa propria, abbastanza per ovviare all’
esuberanza della povertà e alla formazione della plebe”.
Questo pensiero direi ben riflette la situazione che ancora oggi caratterizza
in particolare il Sud del nostro Paese. A parte ogni intento
didascalico, giova sottolineare che, anche nell’economia moderna,
persistono quali fattori di sviluppo della ricchezza il capitale, il
lavoro e ciò che più in generale possiamo definire le risorse naturali
del territorio. Nel Mezzogiorno, purtroppo, la crisi è quindi ancora
oggi dovuta principalmente a scarsità di capitale. Come peraltro
risulta dimostrato, per contrasto, sia dalla ricchezza delle risorse
naturali presenti sul territorio, sia in special modo dal fenomeno dell’
emigrazione di forza lavoro verso il Nord del Paese. In proposito,
basta ricordare il dato del 2004: 270.000 emigranti, appena 20.000 in
meno rispetto agli anni del cosiddetto esodo.
La grave e perdurante crisi di capitale del sud del Paese non ha tuttavia di fatto impedito
che negli ultimi anni fosse posta all’attenzione del dibattito pubblico
una questione settentrionale. A detta di molti, sostenuta da una classe
dirigente maggiormente rappresentativa degli interessi di questa stessa
area del Paese. Personalmente, credo si possa anche a ragione dubitare
che questa ne sia la ragione principale. Sono infatti piuttosto
propenso a credere che preminente sia la motivazione della crisi
strutturale dell’intera economia di sistema. Crisi che, stando
soprattutto alle recenti dichiarazioni del Governatore della Banca d’
Italia Draghi, non può pensare di essere superata senza l’apporto
decisivo delle forze di produzione presenti nell’area meridionale del
Paese.
Questa crisi strutturale è senz’altro figlia di scelte politiche
di strategia e di investimento finalizzate ad un’ottica di sviluppo di
breve periodo, basate sul consolidamento della piccola e media impresa
e quindi principalmente sulla riduzione del costo del lavoro. In chiaro
e netto contrasto con il fenomeno della globalizzazione del mercato
internazionale, governato da ingenti capitali finanziari e da grandi
imprese multinazionali, favorite innanzitutto da politiche
protezionistiche adottate nell’ambito degli Stati di provenienza, in
base ad un’ottica di sviluppo, anche espansionistica, viceversa di
lungo periodo!
In generale, mi sembra pertanto di buon segno l’iniziativa socialista intrapresa con gli emendamenti all’attuale
disegno di legge finanziaria in materia di sostegno alle imprese.
Promuovere lo sviluppo del territorio mediante strategie di attrazione
del capitale è peraltro intervento che potrebbe addirittura anche
risultare decisivo per le sorti del nostro futuro sistema democratico;
in ragione del contrasto alimentato quotidianamente da un modo di fare
politica che urta i diritti-doveri della cittadinanza. A tale
proposito, nel suo Anni Settanta, Giovanni Moro scrive: “Secondo molti
gli anni Settanta sono stati l’atto di nascita dell’antipolitica. Con
questo termine si intende in tutto il mondo la pretesa di gruppi più o
meno rilevanti e influenti di fare a meno delle strutture e del
personale della politica per mettere mano a problemi di carattere
collettivo. Connessi a questo fenomeno, che appunto si registra
ovunque, sono la crescente sfiducia nelle leadership politiche, l’
emergere di figure autocratiche o semi-autocratiche che vengono dalla
verità), il peso crescente delle aziende private negli affari pubblici,
la diminuzione della partecipazione elettorale, la tendenza a creare
piccole e piccolissime repubbliche autonome e ferocemente ostili verso
l’esterno e così via”.
Si tratta in effetti della storia di questi ultimi anni; vissuti alla ricerca, a destra, di mire di potere (simil)
berlusconiane, mentre, a sinistra, di mire di potere antiberlusconiane
culminate solo di recente nella formazione del Partito democratico.
Pertanto, non sarebbe solo in gioco il destino della sinistra in Italia
(E. Macaluso); di più, potrebbe essere in gioco il destino della nostra
stessa vita democratica, di un Paese che, come sostiene Aldo Cazzullo
nel suo ultimo libro Outlet Italia, è oggi diventato tutto meridionale!
Partecipare tutti, l’intera cittadinanza, al progetto a cui si è più
volte accennato di sviluppo del territorio, in particolare ancora oggi
del Sud del nostro Paese, diviene pertanto questione assolutamente
prioritaria. Se ha ragione Cazzullo, è stato ben detto: “la vera
sconfitta del Nord non consiste certo nel non aver esportato la bagna
cauda e le carni stufate, bensì nell’aver ammainato i propri modelli
culturali, civili e produttivi (…) Milano è meridionale. E meridionali
sono stati grandi milanesi: Mattioli, Cuccia, Afeltra, Versace, Muti.
Torino, la prima capitale d’Italia, non fa eccezione: ha salvato la
Fiat, non l’azionismo. Sia Cavour, che voleva l’Italia come il
Piemonte, sia D’Azeglio, che voleva lasciare il Sud ai meridionali, sia
Bobbio, che voleva l’Italia socialista e liberale, sono stati
sconfitti. L’Italia di oggi è meridionalizzata nelle grandi e nelle
piccole cose: dal malaffare nella vita pubblica all’uso del clacson nel
traffico. Siamo tutti meridionali. E ancora una volta a dirlo è un
piemontese” (G. Desiderio).
Ma non è così che l’intero sistema può e deve funzionare. Sì che tocca ancora una volta, per primi, a noi
socialisti cercare di dimostrarlo!
Angelo Giubileo

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