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Mestre, la moschea e il confine che non va superato

La questione della grande moschea di Mestre non riguarda soltanto un edificio religioso. Riguarda un principio molto più ampio e cioè chi decide le regole della convivenza in una città. La risposta, in uno Stato democratico e laico, dovrebbe essere semplice: le regole le stabiliscono le istituzioni, nel rispetto della Costituzione e nell’interesse generale.

di Paola Bergamo | 30 Agosto 2026
Il sindaco di Venezia Simone Venturini e il rendering della nuova moschea

La questione della grande moschea di Mestre non riguarda soltanto un edificio religioso.

Riguarda un principio molto più ampio e cioè chi decide le regole della convivenza in una città.

La risposta, in uno Stato democratico e laico, dovrebbe essere semplice: le regole le stabiliscono le istituzioni, nel rispetto della Costituzione e nell’interesse generale.

Non le stabilisce una comunità religiosa.
Non le stabilisce una minoranza organizzata.
E non le stabilisce neppure chi ritiene di poter trasformare il proprio peso economico in uno strumento di pressione politica.

È da qui che bisogna partire per comprendere la vicenda della moschea progettata in via Giustizia a Mestre.

La comunità bengalese è ormai una presenza importante e stabile nella società veneziana. Migliaia di persone lavorano, producono, partecipano alla vita economica e sociale della città.

Nessuno può seriamente pensare di negare loro la libertà religiosa, e in questo la nostra Costituzione è chiarissima: gli articoli 3, 8, 19 e 20 garantiscono a tutti la libertà di professare la propria fede e di esercitarne il culto.

Ma proprio perché questo principio è fuori discussione, bisogna evitare una mistificazione che rischia di avvelenare il dibattito.

Qui non è in gioco il diritto di pregare.

È in gioco la costruzione di un grande centro islamico capace di ospitare fino a circa 1.500 persone, su un’area di quasi ottomila metri quadrati, con un investimento di molti milioni di euro e con un impatto urbanistico, sociale e simbolico inevitabilmente rilevante.

Sono due cose profondamente diverse: il diritto alla libertà religiosa è costituzionalmente garantito; il diritto a costruire una grande moschea in un determinato luogo, con determinate dimensioni e attraverso una variante urbanistica, semplicemente non esiste.

Quella è una decisione amministrativa e politica e deve essere valutata nell’interesse dell’intera città.

Per questo la prudenza del sindaco Simone Venturini non soltanto è legittima ma doverosa.
Venturini non ha vietato la religione islamica; non ha chiuso luoghi di preghiera; non ha negato ai musulmani di Mestre il diritto di professare la propria fede.

Ha detto qualcosa di molto diverso: per un progetto di questa portata servono condizioni adeguate.

Servono verifiche urbanistiche.
Servono garanzie sulla sostenibilità della struttura.
Serve chiarezza sulla gestione.
Serve trasparenza sui finanziamenti.
Serve soprattutto un percorso di integrazione reale.

È su quest’ultimo punto che una parte del dibattito politico finge di non capire. Integrare non significa semplicemente vivere nello stesso territorio.

Non basta lavorare nella stessa città.
Non basta pagare le tasse.
L’integrazione è un processo più profondo.
Significa accettare che esista uno spazio pubblico comune, fondato su principi non negoziabili.
Quali sono questi principi?

La parità tra uomo e donna

La libertà individuale.

L’obbligo scolastico.

Il primato della legge civile.

Il rispetto delle istituzioni.

La separazione tra appartenenza religiosa e ordinamento dello Stato.

Sono questioni che diventano particolarmente importanti quando si parla di Islam, non perché ogni musulmano rappresenti un problema. Sarebbe una sciocchezza dirlo.
Ma perché l’Islam, nella sua tradizione storica, non nasce semplicemente come esperienza spirituale privata.

Religione, comunità, norma e organizzazione sociale sono profondamente intrecciate.
La shari’a non riguarda soltanto la preghiera o il rapporto dell’uomo con Dio.
Storicamente investe anche il diritto familiare, i rapporti sociali e il comportamento pubblico.

E allora una società europea ha il diritto — anzi il dovere — di porre una linea chiarissima.

La fede è libera. La legge è una.

È quella della Repubblica italiana.

Nessun principio religioso può prevalere sull’uguaglianza tra uomo e donna, sulla libertà personale, sui diritti dei minori o sulle norme dello Stato.

È esattamente questo il terreno dell’integrazione. Ed è legittimo che un sindaco lo richiami.

Poi è arrivato l’errore politico della comunità bengalese

Fin qui si poteva discutere. Poi è arrivata la reazione di Prince Howlader che va analizzata in profondità. Ed è qui che la vicenda cambia natura. Di fronte alle riserve del sindaco, il rappresentante della comunità bengalese ha evocato la possibilità di fermare il lavoro (Fincantieri, alberghi, ristorazione. Turismo).

Il messaggio politico è apparso chiarissimo: guardate quanto siamo indispensabili; se non ci darete ciò che chiediamo, possiamo creare un problema alla città.

Questa non è integrazione.
Questa è pressione che rivela un’idea pericolosa dei rapporti tra comunità e istituzioni.

Una comunità può manifestare, può protestare, può rivolgersi ai tribunali, può chiedere incontri, può contestare politicamente il sindaco.

Sono tutti strumenti perfettamente democratici.

Ma quando il proprio peso economico viene esibito come leva per ottenere una decisione amministrativa, si supera un confine.

Perché Fincantieri non decide dove costruire una moschea.
Gli albergatori non decidono una variante urbanistica.
I ristoratori non rilasciano permessi edilizi.
Minacciare di colpire economicamente soggetti estranei alla decisione significa esercitare pressione sulla città attraverso terzi.

Ed è precisamente questo che una pubblica amministrazione non dovrebbe accettare.
La politica deve essere particolarmente ferma su un punto.

I diritti non si misurano sulla forza contrattuale di una comunità.

Altrimenti domani qualsiasi categoria economicamente indispensabile potrebbe pretendere una scelta politica minacciando di paralizzare un settore.

Sarebbe la fine dell’interesse generale, sarebbe la fine della Democrazia.

Il vero tema è l’integrazione

C’è poi una questione che riguarda direttamente Mestre.
La crescita rapidissima della comunità bengalese pone inevitabilmente un problema di integrazione.

Quando una comunità diventa numericamente importante, la società che la accoglie deve evitare due errori opposti.

Il primo è l’assimilazione forzata.

Il secondo è il multiculturalismo ingenuo che accetta la nascita di comunità parallele, ciascuna con le proprie regole, le proprie gerarchie e i propri riferimenti.

Entrambi sono modelli fallimentari.
La strada dovrebbe essere diversa.

Una comunità può mantenere la propria cultura, la propria religione, le proprie tradizioni.

Ma deve riconoscersi senza ambiguità nello spazio costituzionale della Repubblica.
Non possono esserci enclavi culturali impermeabili alla società circostante.
Non può esserci un diritto della comunità che prevale sul diritto dell’individuo.
Non può esserci una concezione della donna incompatibile con l’uguaglianza.
Non può esserci una religione che pretende di diventare ordinamento parallelo.

Ed è per questo che il richiamo di Venturini alla condizione delle donne, alla lingua italiana, alla scuola e alla convivenza civile non è affatto marginale. È il cuore della questione.

Venezia conosce l’Oriente meglio di molti moralisti contemporanei

A Venezia, poi, le lezioni sulla tolleranza religiosa fanno sorridere.
La Serenissima commerciava con il mondo islamico quando gran parte dell’Europa lo considerava soltanto un nemico. Venezia dialogava con Costantinopoli, Alessandria, Damasco.
Assorbì influenze artistiche, linguistiche e architettoniche orientali.
Basta attraversare Piazza San Marco per accorgersi di quanto Oriente vi sia nell’identità veneziana.

Ma Venezia non confuse mai l’apertura con la rinuncia alla propria sovranità.
Dialogava proprio perché sapeva chi era.
Ed è questa forse la lezione che dovremmo recuperare.

Una società sicura della propria identità non teme una moschea.

Ma neppure considera razzista chi chiede quale moschea, dove, con quali dimensioni, con quali finanziamenti e con quale rapporto con il territorio.

Queste non sono domande islamofobe. Sono domande politiche.

Una grande moschea non è un edificio qualsiasi

C’è poi un ultimo elemento che la retorica dei “diritti negati” tende a rimuovere.

Una struttura capace di ospitare 1.500 persone non è semplicemente una stanza nella quale pregare. È inevitabilmente un centro sociale. Diventa un luogo di aggregazione. Produce leadership. Organizza una comunità. Crea relazioni culturali e, inevitabilmente, anche politiche.

Proprio per questo è del tutto ragionevole che un’amministrazione valuti con attenzione chi governerà quella struttura, quali attività vi saranno organizzate e quali rapporti intratterrà con realtà straniere.

E se davvero vengono prospettati investimenti nell’ordine di molti milioni di euro, chiedere piena trasparenza sulla loro provenienza non è diffidenza. È normale amministrazione.

La libertà religiosa non richiede opacità finanziaria. Anzi.

Una grande moschea pienamente inserita nella società italiana dovrebbe essere la prima a pretendere trasparenza.

Il punto politico è semplicissimo

Mestre non deve scegliere tra islamofobia e resa culturale. È una falsa alternativa.

Può essere contemporaneamente una città aperta e una città consapevole di sé.
Può difendere il diritto dei musulmani a pregare e contemporaneamente discutere se sia opportuno costruire una struttura di quelle dimensioni.
Può accogliere la comunità bengalese e pretendere che l’integrazione sia reale.
Può rispettare l’Islam e ribadire che nello spazio pubblico la legge della Repubblica viene prima di qualsiasi precetto religioso.

E soprattutto può dire una cosa molto semplice: una moschea non si costruisce sotto minaccia.

Non perché la moschea rappresenti un pericolo. Ma perché una decisione pubblica ottenuta attraverso la pressione economica rappresenterebbe un precedente molto più pericoloso dell’edificio stesso.

Il sindaco Venturini ha dunque ragione a non avere fretta.
Non è un “no” all’Islam. È un “sì” alla politica.
Un sì al primato delle istituzioni.
Un sì all’integrazione prima della contrapposizione.
Un sì alla libertà religiosa dentro un quadro di regole condivise.

E soprattutto un principio che dovrebbe unire destra e sinistra, credenti e laici:

chi entra nella comunità civile italiana acquista gli stessi diritti di tutti. Ma proprio per questo accetta anche che nessuno abbia più diritti degli altri.

La libertà religiosa va difesa. Il ricatto politico va respinto. E tra queste due affermazioni non esiste alcuna contraddizione.

Paola Bergamo

Pubblicato in : Editoriale

Info Paola Bergamo

Paola Bergamo è una rinomata imprenditrice italiana, si occupa di Turismo e di Sport.
Esperta di relazioni pubbliche e internazionali è apprezzata scrittrice e opinionista seguita in Italia e
all’estero promuovendo il concetto di giustizia tra le genti e il dialogo per la Pace attraverso la
cultura.
E’ presidente del Centro Studi MB2 Monte Bianco-Mario Bergamo per dare un tetto all’Europa
(www.centrostudimb2.eu) attraverso il quale tiene vivo il pensiero politico filosofico di suo Nonno,
Mario Bergamo, politico del ‘900, perseguitato dalla dittatura Fascista e grande europeista.
E’ Presidente del Circolo Culturale “La Caduta”, think thank che si occupa di politica, geopolitica,
temi di natura filosofica, culturale e di attualità.
E’ Presidente del Premio Italiano Mario e Guido Bergamo e del Premio Scoiattolo d’Oro

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Riccardo Maselli

    1 Settembre 2026 alle 00:13

    Sono pienamente in sintonia con quanto scritto. Manca un piccolo tassello o meglio precisazione che passa sul diritto al lavoro su cui è fondata la nostra Costituzione Italiana. Qui a Mestre per lo più le signore valgono meno della gallina, specie se hanno la sventura di non riuscire a procreare; magari già promesse quando bambine ed adulte già a 15/16 anni perché partoriscono sotto i diciotto. Bambini e bambine indottrinate la domenica all’Islam a casa di “amici” invece che a fare i compiti per casa alle elementari: gli vietano le feste “il mio papà non vuole”. Il diritto alla religione è sacrosanto, ma non dobbiamo dimenticare la laicità dello Stato Italiano il quale ha un fronte altamente riguardoso di quello Vaticano che ospita per storia, politica ed economia oltre che per motivi legati strettamente alla Chiesa Cattolica Cristiana. L’integrazione dello straniero islamico deve passare per la conoscenza del know italiano: fatto di secoli di storia. Quindi dare prova di conoscenza della storia del diritto italiano, leggi civiche, diritto civile e penale: saper leggere e scrivere fluentemente.

    Sono liberi di entrare se ne hanno i requisiti e se non aitrovano possono tornare indietro. Hanno anche la possibilità di convertirsi al Cattolicesimo: dando loro, con prova provata di integrazione concreta e reale, benefici fiscali – e non prima assieme a sussidi – limitati. La cittadinanza mai perché non italiani. Solo il permesso di lavoro.
    È disarmante sentirsi dire da un quindicenne che frequenta ancora la 4 elementare e che vuole essere assunto dal padre analfabeta “ no mia madre non deve lavorare, lei non lavora “ e zitta e mucci; disarmante avere tanti piccoli moretti a Venezia quando al Palazzo Ducale custodiamo nella sala d’armi scimitarre e spade di altrettante corazze umane che hanno passato a ferro e fuoco il mondo arabo qualche manciata di secoli indietro.

    Politica errata paese che arretra non va avanti; casse statali sfondate da fiscalità fasulle di familiari non conviventi perché vuoi in continente africano o asiatico del caso, per non parlare di sfruttamento degli aiuti di Stato fino alla riforma cig…. ma questa se pur parallela è un’altro capitolo della classe dirigente che guardava altrove.

    Mi piacerebbe che l’immobile di proprietà mantenesse un valore nel tempo: non vorrei dover scappare da dove sono nato perché i mori fanno quello che vogliono, via Piave è paccottiglia, via Cappuccina un covo di briganti i cui immobili sono privi di valore come in via Piave, Corso del Popolo è ostaggio di delinquenti e spacciatori.

    Che cosa facciamo ?
    RIFORMA FISCALE VERA E NON SPECCHIETTI. STRUTTURALE !!!
    esempio, tutti possono dedurre dagli acquisti entro certi limiti e sottori = tutti fanno fattura e la chiedono o scontrini parlanti;
    RIFORMA DEL LAVORO
    È l’INPS. a lavorare alle pratiche e non le aziende e loro intermediari; senza consulenti esterni , oggi costano 90 milioni di euro anno; i Consulenti controllano e fanno ricorsi mirati;
    PENALE
    introduzione ad alcune fattispecie delittuose come VAGABONDAGGIO

    CARCERI
    istituiti di pena dove vige il lavoro; braccialetti; se sgarrano tornano dove sono nati prima però alcuni mesi a Vipiteno l’inverno a pulire strade boschi e binari dei treni, durante l’anno assistenza ai diversamente abili ed anziani; se delinquono in servizio carcere duro;

    Codice di Peocedura Penale
    modifica delle regole di ingaggio
    con pene severe per chi delinque e non rispetta la PG., in contro partita pene aspre contro corruzione PG

    Rispondi

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