
(fonte Wikimedia Commons)
Leggendo un libro tutto d’un fiato o quasi tutto d’un fiato, il rischio è che molte delle dinamiche ad esso sottese sfuggano a una reale comprensione di “ciò che è” e che sempre precede la manifestazione, in questo caso del pensiero e delle pratiche transumaniste, e le relative logiche oppositive.
Il libro di Vaj è un’indagine “mentale” a tutto campo, che esamina i limiti e le potenzialità, passati presenti e futuri, legati all’agire di “menti” diversificate. Menti cioè che sono costrette ad avvalersi di ciò che la meccanica classica chiamava “corpi” – in relazione agli atomi duri e pesanti della fisica presocratica – e oggi invece la meccanica quantistica chiama “campi di energia”.
Si discute dunque di una forma di pensiero, il transumanismo, che è esattamente e perfettamente in scia, secondo la mia opinione, a quella più antica forma di pensiero nietzscheano che scrive l’autore rappresenta quella “volontà di conoscenza, potenza, grandezza che ad avviso di chi scrive sola può dare significato etico ed esistenziale, da un punto di vista postumanista, alla sopravvivenza medesima”.
Anche questa è però un’idea, che, come dice lo stesso autore in un passo antecedente del libro, deve mettere in conto gli “effetti complessivi che il gene sortisce sul suo ambiente dentro e fuori da un corpo”. Espressione che, letta in chiave metaforica, intravede un meccanismo ereditario (gene) che agisce in un ambiente (essere) in perenne trasformazione. Così che puntuale appare, nella prefazione del libro, la conclusione del filosofo e sociologo Riccardo Campa: “Questioni di fondo su cui le recenti discussioni in materia di “rischi” ed “opportunità” lasciano intendere ci siano risposte scontate e unanimemente condivise, e che invece esaminate più da vicino lasciano aperte soluzioni radicalmente diverse”. E questo è senz’altro il maggior merito del libro.
Angelo Giubileo

Di fronte alle macchine che producono l’intelligenza artificiale si pone la stessa domanda che si è sempre posta per tutte le invenzioni: l’uomo deve essere padrone o schiavo delle macchine che ha inventato? La domanda, per chi è ancora padrone di un minimo di intelligenza naturale, è retorica. Resta naturalmente da sapere quanti sono oggi quelli che sono ancora padroni di un minimo di intelligenza naturale. Se questi fossero in minoranza allora la domanda non si porrebbe nemmeno. Ma questo caso, che non può essere escluso, il destino dell’umanità è già segnato: l’uomo diventerà schiavo della macchina intelligente non resterà più un “essere umano” ma diventerà “un essere transumano”, un mostro; e seguirà il suo destino di mostro. Come la storia ci ha sempre insegnato: il sonno della ragione -ossia dell’intelligenza naturale – genera mostri.