
Martedì a Bruxelles il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti ha portato al Consiglio Affari generali la richiesta italiana di slegare lo Stato di diritto dalla condizionalità del bilancio dell’Unione. Ieri l’eurodeputato @sandrogozi vi ha visto una continuità con la «dottrina di Orbán». Foti invoca criteri obiettivi e parità di trattamento. Ma il meccanismo europeo già prevede che i fondi possano essere sospesi solo quando una violazione dello Stato di diritto mette a rischio, in modo sufficientemente diretto, la gestione del denaro comune. Propone la Commissione, decide il Consiglio.
Non è neppure una trappola senza uscita. Proprio ieri la Commissione ha proposto di sbloccare 4,2 miliardi di euro congelati all’Ungheria, dopo le riforme adottate dal nuovo governo. Se il Consiglio approverà, saranno ripristinati anche gli accessi a Erasmus+ e Horizon Europe per le università interessate. Le regole consentono di riconoscere i cambiamenti: non occorre separarle dai finanziamenti.
Il precedente più istruttivo è il MES. Nel dicembre 2023, la maggioranza ha bocciato alla Camera la ratifica della sua riforma. Il punto centrale era una rete di sicurezza comune per il fondo europeo destinato a gestire le crisi bancarie: una linea di credito di ultima istanza, da usare se le risorse fornite dalle banche non bastassero. Tutti gli altri Paesi interessati hanno ratificato; l’Italia resta l’unica a bloccare l’entrata in vigore della riforma. Così tutta l’eurozona è ancora priva di quella protezione. Nell’ottobre 2025, Christine Lagarde ha richiamato pubblicamente il Paese che impedisce al MES di svolgere pienamente questa funzione. E nei giorni scorsi il presidente dell’Eurogruppo, Kyriakos Pierrakakis, è tornato a chiedere il completamento dell’Unione bancaria. Il blocco italiano resta lì.
Meloni difende anche il diritto di veto nelle decisioni europee. L’Italia è rimasta fuori dall’iniziativa di undici governi, fra cui Francia e Germania, per rendere meno facile paralizzare la politica estera dell’Unione, nonostante il ministro degli Esteri Antonio Tajani si sia detto favorevole al superamento del veto. Lo si presenta come una garanzia della sovranità italiana. Ma è anche il potere di lasciare le scelte dell’Italia e di altri venticinque Paesi nelle mani del governo più disposto a bloccarle.
Anche su SAFE, lo strumento europeo di prestiti per la difesa, il governo ha esitato a lungo, prima di prendere una parte dei fondi.
Presi singolarmente, questi dossier hanno ragioni e storie diverse. Insieme pongono una domanda alla presidente del Consiglio: quale potere è disposta ad affidare all’Europa che dice di voler rafforzare? Se ogni governo conserva il veto, se un solo parlamento può bloccare per anni una protezione bancaria comune e se il rispetto delle regole viene separato dall’uso dei soldi comuni, la forza dell’Unione dipende ogni volta dal permesso di chi ha interesse a fermarla.
Quando Meloni chiede un’Europa forte davanti a Putin e magari anche a Trump, dovrebbe dire se la vuole forte anche davanti ai propri Stati membri.
Un’Europa forte deve poter decidere e difendere le proprie regole. Altrimenti resta forte soltanto nei discorsi.
Marco Taradash

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