
La pausa dei dazi ha rimpinguato le tasche a Trump e alla sua cricca di miliardari. Ma il nuovo crollo della borsa di New York a causa dell’ inasprimento della guerra commerciale con la Cina dimostra che i mercati finanziari non si fidano.
Pertanto, la ripresa di ieri delle borse europee finirà con ogni probabilità per rivelarsi oggi anch’essa effimera.
Sullo sfondo resta infatti lo scontro tra le due superpotenze mondiali, gli Stati Uniti e la Cina.
La guerra commerciale dichiarata da Trump rappresenta l’inizio di un conflitto più vasto, destinato a segnare un periodo lungo e ad interessare pericolosamente molteplici ambiti.
Una nuova guerra fredda, una competizione e una tensione costante e crescente su più fronti — economico, tecnologico, geopolitico, militare e persino ideologico — che ricorda lo scontro tra Stati Uniti e URSS nel secondo dopoguerra.
L’Europa potrebbe svolgere un ruolo autonomo, non certo lanciandosi in una nuova, inutile e pericolosa corsa al riarmo, ma come potenza democratica che lavora per la pace, la distensione e la cooperazione, in un mondo multipolare.
Deve però liberarsi dalla sindrome della subordinazione al padrone americano Trump, che esprime oggi una brutale volontà di dominio, prima di tutto sui vecchi alleati europei, da lui definiti scrocconi e parassiti.
Il fatto che sia Trump, mosso da interessi geopolitici, a far sapere che non vuol trattare i dazi con i singoli Stati è già un segno di debolezza dell’Unione Europea, finora incapace di avere uno scatto d’orgoglio, di dare una risposta ferma ai colpi e alle offese trumpiane.
Non bisogna infatti dimenticare che l’Europa sta già subendo senza reagire i dazi di Trump del 25% sulle esportazioni di acciaio e alluminio e i dazi del 10%, comunque in vigore su tutti gli altri prodotti.
Ancora più chiaro appare come l’antieuropeismo del governo di destra italiano, di Meloni e di Salvini, finisca per svolgere una funzione negativa, per fare dell’Italia l’anello debole anziché una forza propulsiva dell’Unione Europea.
Il viaggio di Meloni negli Stati Uniti rappresenta la precisa scelta di essere vassalli di Trump, proprio quando gli USA non sono più il paese guida del mondo liberale, ma sono diventati un regime autocratico sostenuto da un gruppo di gigacapitalisti.
Ora si capisce meglio anche l’attacco di Meloni al Manifesto di Ventotene, la volontà di segnare anche sul piano ideologico una linea di demarcazione con l’idea di un’Europa unita, democratica, e socialmente giusta.
Enrico Rossi

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