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C’è una parola che circola con sempre maggiore insistenza nei palazzi della politica.
Tentazione.
Quella di Giorgia Meloni di dimettersi, salire al Quirinale e chiedere elezioni anticipate.
Una scelta che, fino a poche settimane fa, sarebbe apparsa improbabile.
Oggi molto meno.
Perché il quadro politico si è improvvisamente mosso.
La sconfitta al referendum sulla separazione delle carriere ha aperto una fase nuova.
Non necessariamente una crisi.
Ma certamente una transizione.
E in queste fasi la politica accelera.
Il governo ha già dato segnali evidenti.
Le dimissioni della ministra Santanchè.
Quelle del sottosegretario Delmastro.
E della capo di gabinetto del ministro della Giustizia Bartolozzi.
Non episodi isolati.
Ma l’avvio di una ristrutturazione interna.
Un tentativo di rimettere ordine.
Di ridefinire equilibri e credibilità.
In parallelo, si muove anche il sistema dei partiti.
Forza Italia è attraversata da una dinamica significativa.
Le dimissioni di Gasparri da presidente dei senatori.
Le pressioni interne che hanno portato a quella scelta.
Il possibile avvicendamento alla Camera con Alessandro Cattaneo al posto di Barelli.
Non sono semplici cambi di ruolo.
Sono segnali politici.
Indicano una ridefinizione della linea.
E, soprattutto, una nuova influenza.
Quella di Marina Berlusconi.
Una Forza Italia più aperta.
Più moderna.
Meno identitaria e più dialogante.
Un partito che prova a ritagliarsi uno spazio diverso dentro la coalizione.
In questo contesto, la tentazione del voto anticipato assume un significato preciso.
Non sarebbe una fuga in avanti.
Sarebbe un tentativo di anticipare gli eventi.
Di trasformare una fase incerta in una occasione politica.
Il campo largo, uscito rafforzato dal referendum, appare tuttavia ancora lontano da una vera sintesi.
Manca un leader condiviso.
Manca un programma unitario.
Manca, soprattutto, una coalizione strutturata.
Andare al voto oggi significherebbe coglierlo in una fase di costruzione.
Non ancora compiuta.
Ma la mossa non riguarderebbe solo gli avversari.
Riguarderebbe anche la maggioranza.
Perché elezioni anticipate significherebbero anche riscrivere le liste.
Ridefinire candidature.
Tagliare ciò che è diventato ingombrante.
Fare, in una parola, pulizia.
Un passaggio sempre difficile.
Ma spesso necessario.
Specie quando si entra nell’ultima fase di una legislatura.
Meloni potrebbe giocare d’anticipo.
Scegliere il momento.
E presentarsi agli elettori con una coalizione rinnovata.
Più compatta.
Più selezionata.
Più credibile.
È un azzardo?
Sì.
Perché il voto anticipato non offre mai certezze.
E perché il contesto internazionale resta instabile.
Tra crisi energetiche, tensioni geopolitiche e un’economia europea ancora fragile.
Ma è anche una possibilità.
Perché la politica, a volte, premia chi prende l’iniziativa.
E penalizza chi la subisce.
Il punto vero, come sempre, è il consenso.
Gli italiani potrebbero leggere questa scelta in due modi.
Come una fuga.
O come un atto di chiarezza.
Molto dipenderà dal contesto nel quale verrà maturata.
E dal racconto politico che la accompagnerà.
Ma una cosa è certa.
Se la tentazione dovesse trasformarsi in decisione, il sistema politico italiano entrerebbe in una fase completamente nuova.
Con equilibri tutti da ridefinire.
E con una partita aperta su entrambi i fronti.
Perché a essere spiazzato, questa volta, potrebbe non essere solo il campo largo.
Ma l’intero sistema politico.
Cesare Mannucci

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