
C’era una volta il medico internista. Entravi nel suo studio e dicevi semplicemente: “Dottore, sto male”. Non sapevi dove fosse il problema, né dove cominciare a cercarlo. Era il suo mestiere capirlo. Se avevi un dolore al fianco, lui sapeva che poteva nascere dalla schiena. Se ti mancava il respiro, non si fermava ai polmoni.
Guardava la persona, non il singolo organo. Perché il corpo umano è un sistema complesso, non un insieme di compartimenti stagni. Quella figura, lentamente, sta scomparendo. Oggi sembra che il paziente debba arrivare già con la diagnosi in tasca. Prima consulta Internet, poi ascolta l’amico che ricorda un caso identico capitato alla nonna trent’anni fa e infine si presenta dallo specialista con una certezza tutta sua: “Credo di avere un problema al fegato”.
Ed è proprio lì che il sistema funziona… fin troppo bene. Lo specialista del fegato controllerà il fegato. Con competenza, tecnologie sofisticate e, se necessario, cure eccellenti. Ma se nel frattempo hai una gamba gonfia perché la circolazione sta dando segnali preoccupanti, probabilmente nessuno te ne parlerà. E se lo fai notare tu, la risposta rischia di essere disarmante nella sua logica: “Io mi occupo del fegato.” Non è cattiva volontà. È organizzazione.
Lo stesso succede nella prevenzione privata. Ti vendono pacchetti di controlli sempre più completi, sempre più convenienti, sempre più in offerta. Ma il vero specialista, alla fine, dovresti essere tu. Devi scegliere quali esami fare e quali no. Se sbagli, rischi di spendere soldi per controllare ciò che è sano e dimenticare proprio quello che avrebbe dovuto essere controllato. È una medicina che ragiona a centimetri. La TAC comprendeva la mano, ma non il braccio. L’ecografia arrivava fino a un certo punto. Il pacchetto copriva alcuni esami, non altri. Dovevi essere tu a sapere, prima ancora del medico, dove finiva il problema.
Perfino gli esami del sangue sembrano ormai un catalogo del supermercato: profilo base, profilo completo, pacchetto prevenzione, pacchetto benessere. Magari quello giusto è anche in promozione. In tutto questo, l’internista, quello che aveva il compito di mettere ordine nel caos dei sintomi, è diventato quasi introvabile. Quando c’è, dirige un reparto ospedaliero. Trovarne uno che visiti privatamente è sempre più difficile. Eppure qualcuno dovrà pur fare il lavoro di collegare i puntini. In teoria dovrebbe essere il medico di medicina generale. Ma gli si chiede di svolgere un ruolo che richiede soprattutto esperienza, proprio mentre i giovani medici vengono immessi nel sistema sempre più in fretta, oberati di pazienti e di burocrazia.
Le Case della Comunità rappresentano un tentativo di risposta, ma il rischio è che, tra procedure amministrative, personale che cambia e tempi contingentati, il dialogo con il paziente diventi ancora più complicato. E senza dialogo, la medicina perde il suo principale strumento diagnostico. Così finiamo tutti per comportarci allo stesso modo: scegliamo lo specialista prima ancora di sapere quale sia il nostro problema. Usciamo soddisfatti perché il pancreas è perfetto. Nessuno, però, ha guardato il polmone. E non perché il medico fosse incapace, ma perché non era quello il suo incarico.
Alla fine resta il Pronto Soccorso. È l’unico posto dove puoi ancora presentarti dicendo soltanto: “Sto male”. Lì qualcuno è obbligato a ricomporre il puzzle e a cercare una spiegazione d’insieme. È un paradosso curioso: il luogo nato per gestire le emergenze sta diventando, per molti, l’ultimo posto dove essere visitati come persone intere e non come proprietari di un organo da riparare. Forse il vero problema della medicina moderna non è che manchino gli specialisti. Ne abbiamo di bravissimi. Il problema è che sta scomparendo chi aveva il compito più difficile: ricordarci che un paziente non è un fegato, un pancreas o un polmone. È una persona.
Angelo Santoro

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