Quando un cittadino si pone l’obiettivo di promuovere un’attività, oppure di avere giustizia, si trova sulla sua strada lo Stato come nemico, e non -come dovrebbe essere- uno strumento in difesa del cittadino.
La stragrande maggioranza dei cittadini italiani è portata a pensare di poter contare sul supporto dello Stato, in caso di necessità. Ebbene, chi pensa di poter contare sullo Stato è un illuso. E’ vero il contrario… Quando un cittadino si pone l’obiettivo di promuovere un’attività, oppure di avere giustizia, si trova sulla sua strada lo Stato come nemico, e non -come dovrebbe essere- uno strumento in difesa del cittadino. Potremmo citare centomila esempi in cui lo Stato ha incarnato l’ingiustizia, mentre in alcuni casi è arrivata tardi. Vogliamo ricordare Enzo Tortora, morto di tumore e di dispiacere, a seguito della persecuzione subita, mentre gli accusatori hanno fatto carriera. Un caso emblematico, di cosa voglia dire finire nei meccanismi dello Stato è la tragica fine di Lea Garofano, la ragazza calabrese che ebbe il coraggio di denunciare gli assassini del fratello. Ma non si trattava di delinquenti comuni; non ebbe esitazione ad accusare la mafia. Nel 2002 Lea venne ammessa ad un programma di protezione, revocato quattro anni dopo, perché a giudizio degli inquirenti il suo contributo alle indagini non venne ritenuto rilevante. In buona sostanza viene abbandonata dallo Stato con la sua bambina, in una città del centro Italia. Lea lotta, fa ricorso per riavere il programma di protezione; in prima istanza viene negata dal Tar. Poi il ricorso è accolto dal Consiglio di Stato (2007) che le dà ragione. Ma frattanto Lea ha perso ogni fiducia in chi avrebbe dovuto proteggerla. Non si sente a casa propria e vorrebbe ritornare al paese d’origine (Petilia Policastro). Nel novembre 2009, Lea Garofano viene assassinata a Milano e bruciata. In questi giorni si sta celebrando a Bergamo il processo al muratore di Mapello. Non entriamo nel merito del processo, ma va detto in breve, che non c’è nessuna prova che Bossetti conoscesse Yara, né che sia mai intercorsa fra i due una telefonata, né che siano state trovate tracce della ragazza sul furgone dell’imputato. E allora che cosa si fa? Un processo esclusivamente indiziario (il famoso esame del Dna è stato fatto senza la presenza della difesa ed evidenzia solo uno degli elementi necessari all’attribuzione; l’altro è di una persona diversa da Bossetti). Così stando le cose, cosa fanno i Pm di Bergamo? Scrivono 60.000 pagine di rinvio a giudizio. Per avere un termine di paragone, il romanzo Guerra e Pace, notoriamente ritenuto un “mattone difficile da digerire”, si compone di 1200 pagine. Conclusioni: per teorizzare la colpevolezza di Massimo Bossetti hanno superato di 50 volte l’opera di Leone Tolstoj. Pensiamo a quel povero avvocato difensore che deve leggere e controbattere 60.000 pagine; è un’impresa disumana. A questo punto ci chiediamo qual è il costo del processo, a incominciare dai 20.000 prelievi del Dna, più le 60.000 pagine, più tutto il resto, difficilmente quantificabile. Una vera fortuna, ingenti risorse pubbliche, per celebrare quello che è solo un processo indiziario. è proprio il caso di dire, guai a chi ci capita… Anche se Bossetti dovesse essere assolto, è prevedibile che la Procura di Bergamo farà opposizione (siamo solo al primo grado di giudizio). A questo punto Bossetti passerà buona parte della sua vita –nel migliore dei casi, come alternativa alla prigione- a difendersi. Ogni altro commento lo lasciamo ai nostri lettori.

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