
Il messaggio che Sergio Mattarella ha inviato al Forum Ambrosetti arriva come una lama che incide la superficie liscia della retorica internazionale: dietro la facciata delle conferenze globali, delle strette di mano e delle dichiarazioni di circostanza, il Presidente fotografa un mondo che si sta ricompattando attorno a logiche che credevamo archiviate. Non è un annuncio apocalittico, ma un avvertimento chirurgico: le crisi che attraversano il pianeta non sono più gestibili entro i confini dei singoli Stati, mentre sullo sfondo riaffiorano pulsioni di forza, competizione e predazione.
Il capo dello Stato non usa giri di parole. Parla di un elenco di emergenze che cresce senza tregua: clima, pandemie, energia, cibo, acqua, tecnologie che avanzano più velocemente della capacità politica di governarle. Tutto intrecciato, tutto globale, tutto impossibile da affrontare con la logica del “ognuno per sé”. Eppure, proprio mentre la cooperazione diventa indispensabile, nel sistema internazionale si rimette in moto la vecchia macchina delle rivalità, delle pressioni, dei muscoli esibiti. Una contraddizione che Mattarella definisce senza esitazioni una “tendenza preoccupante”.
Il Presidente descrive un mondo che torna a contendersi risorse materiali e immateriali con metodi che ricordano epoche che pensavamo sepolte. Non è un riferimento generico, è la constatazione che la gestione delle controversie tra Stati sta scivolando di nuovo verso la minaccia, quando non verso l’uso diretto della forza. Una regressione che si innesta su un quadro già segnato da tensioni, instabilità e competizioni strategiche. La “pretesa predatoria” evocata dal Quirinale non è un’immagine retorica, è la diagnosi di un sistema internazionale che, invece di consolidare strumenti comuni, torna a brandire la logica della potenza.
In questo scenario, Mattarella indica un punto fermo: l’Unione Europea. Non come slogan, ma come esempio concreto di sovranità condivisa che ha garantito pace, diritti e prosperità a Stati che per secoli si sono combattuti. Un modello imperfetto, certo, ma ancora capace di attrarre e di dimostrare che la cooperazione non è un’utopia, bensì una scelta politica che produce risultati tangibili. L’Europa, nella lettura del Presidente, resta una delle poche architetture capaci di trasformare la competizione in collaborazione, di sostituire la forza con il diritto, di costruire stabilità invece di inseguire vantaggi immediati.
Il contesto in cui questo messaggio arriva non è casuale: il Forum Ambrosetti, il raduno annuale della classe dirigente italiana e internazionale, dove politica, finanza, industria e diplomazia si confrontano a porte chiuse su strategie globali. È il luogo dove si misura la temperatura del potere, dove si definiscono le priorità economiche, dove si osservano le fratture geopolitiche che attraversano il pianeta. Parlare a quel pubblico significa parlare direttamente ai decisori, senza filtri.
Il Presidente non lancia allarmi isterici, non alimenta ansie, non costruisce scenari catastrofici. Fa qualcosa di più scomodo: ricorda che il mondo sta entrando in una fase in cui la cooperazione non è più una scelta, ma una necessità strutturale. E che ignorare questa realtà significa consegnarsi a un ritorno delle politiche di potenza che potrebbe destabilizzare equilibri già fragili.
Il messaggio è netto: le sfide globali non si risolvono con la forza, né con la competizione cieca. Si risolvono con strumenti comuni, responsabilità condivise, capacità di dialogo. L’alternativa è un mondo che torna a farsi male da solo, inseguendo risorse come predatori in un territorio sempre più stretto.
In un panorama internazionale che si illude di poter gestire crisi globali con risposte locali, Mattarella ricorda che la cooperazione non è un lusso, ma l’unica via per evitare che la storia ripeta i suoi errori. E che l’Europa, con tutte le sue imperfezioni, resta uno dei pochi esempi di come la sovranità possa essere condivisa senza perdere identità, e di come la forza possa essere sostituita dal diritto senza perdere efficacia.
Il resto è rumore. Il messaggio, invece, è una linea tracciata con precisione: o si costruisce un sistema internazionale capace di affrontare crisi che non conoscono confini, oppure si torna a un mondo che usa la forza per compensare la mancanza di visione. Mattarella ha scelto da che parte stare. Adesso tocca agli altri decidere se ascoltare.
Angioletta Massimino

In questo mondo di azzeccacarbugli, per non usare parole più pesanti,menomale che abbiamo un faro.Grazie Presidente Mattarella.