
Dopo aver sentito Sergio Mattarella affermare con forza che “la guerra di aggressione è un crimine”, è lecito chiedersi se vi sarà in un futuro prossimo un Capo dello Stato italiano capace di essere altrettanto chiaro e ultimativo su temi di principio. Non è un interrogativo qualunque, è una riflessione politica e storica.
Per eleggere, tra non molto, il nuovo Presidente basterà, dal quarto scrutinio, la maggioranza assoluta.
Guardando al quadro politico attuale, con un’opposizione, guidata da un partito che sta poco sopra il 22% e “testardamente” disponibile a mettere in conto le imposizioni degli alleati pentastellati, la previsione generale – politica, non matematica – è che il centrodestra potrà eleggere da solo il nuovo Presidente.
Lo spirito della Costituzione, con i primi tre scrutini a maggioranza qualificata, dovrebbe spingere a cercare spazi di convergenza (e allora bisognerà guardare a esponenti della prima Repubblica, come l’attuale Presidente), ma è anche facile pensare che le pulsioni dei vincitori non saranno tanto accondiscendenti, in una condizione in cui sarà meno necessario dimostrare capacità di compromesso e di realismo. Dopo un quinquennio in cui le promesse elettorali sono state ribaltate, vi potrà essere insomma per paradosso un quinquennio in cui il voto potrà autorizzare anche quello che in campagna elettorale non sarà stato detto.
Sarebbe comunque davvero negativo disperdere l’esempio che Sergio Mattarella ha dato in questi anni.
Nessuno si è espresso come lui con tanta chiarezza e capacità di interpretare il senso comune nazionale sui tanti argomenti controversi che sono emersi nel primo e ora ancor più nel secondo settennato.
Sulla questione Ucraina, Giorgia Meloni è stata meritoriamente netta fin dall’inizio, ma Mattarella ha saputo dare di questa ed altre questioni connesse – la pace, l’atlantismo, l’europeismo, il multilateralismo – una sorta di interpretazione autentica.
In termini costituzionali, il Presidente non ha formalmente margini di autonomia molto ampi rispetto alla posizione prevalente del Parlamento e del Governo, ed è normale che in molte circostanze le sue esternazioni siano felpate e abbastanza generiche.
Fortuna e capacità hanno invece voluto che la crescente autorevolezza conquistata da Mattarella, abbia sempre più consentito questo linguaggio chiaro, che capiscono tutti.
Davanti al Bundestag che rappresenta la Germania di oggi opposta a quella di ieri, è stato emblematico condannare l’uso della forza nei rapporti tra Paesi vicini e scegliere una straordinaria citazione dl Robert Jackson, Procuratore del Processo di Norimberga: “Se riusciremo a imporre l’idea che la guerra di aggressione è la via più diretta per la cella di una prigione e non per la gloria, avremo fatto un passo per rendere la pace più sicura».
Concetti importanti, che non piaceranno né ai tanti filoputiniani in giro per l’Europa e l’Italia, e neppure agli ammiratori di Netanyahu, ma anche concetti-chiave per chiarire tante contraddizioni che funestano la nostra politica estera.
Le dichiarazioni di Matteo Salvini, in puro stile populista, sulla contrapposizione tra le tasse dei lavoratori e pensionati italiani e le tangenti percepite dagli amici di Zelensky, fino a quando potranno conciliarsi con le coraggiose posizioni del Ministro della Difesa Crosetto e le sottovalutazioni del Ministro degli Esteri?
Dietro tutto questo c’è – è vero – il punto di forza/debolezza del centrodestra, compattissimo nelle decisioni formali e libero di rubarsi ogni giorno i voti con la demagogia, ma c’è anche qualcosa di non risolto: la percezione reale del rischio guerra in Europa, che proprio Mattarella ha evocato citando i dottor Stranamore che giocano con le bombe atomiche.
La “stabilità” politica italiana è giustamente importante, ma è fatta anche di questo bilanciamento tra appetiti interni alle forze politiche e lungimiranza di chi rappresenta l’unità nazionale.
Ma chi ci sarà dopo Mattarella?
Beppe Facchetti

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