
Ieri il Consiglio di Sicurezza ha approvato la risoluzione 2803, cioè la ratifica del piano di Trump per Gaza, evento che ha ovviamente innescato le immediate reazioni autocelebrative del tycoon. Sulla carta si parla di “demilitarizzazione”, “disarmo delle milizie”, “forza internazionale di stabilizzazione”, di un “Board of Peace” che governa la Striscia per un paio d’anni e, in fondo, della solita “prospettiva” di Stato palestinese. Tutto molto pulito, molto pompato nelle dichiarazioni. Ma il punto vero è che non esiste un piano serio, concreto e praticabile per disarmare Hamas ed eliminarla dal quadro politico. E tutti gli attori lo sanno benissimo.
Nel testo si accenna al disarmo come compito dell’International Stabilization Force, una forza mista che dovrebbe entrare a Gaza, presidiare il territorio, addestrare una nuova polizia palestinese e, in teoria, supervisionare la consegna delle armi da parte di Hamas e delle altre fazioni. Ma “sorvegliare il disarmo” non è un piano, è un titolo. Manca tutto il resto. Non c’è scritto chi va a bussare ai tunnel, chi entra nei quartieri dove Hamas è radicata da anni, con quali regole d’ingaggio si agisce se le armi non vengono consegnate, quanto sangue si è disposti a versare per imporre questa “demilitarizzazione”.
I paesi che dovrebbero fornire i soldati lo hanno capito subito e infatti sono tiepidi: non hanno nessuna voglia di farsi trasformare in bersaglio, né di farsi odiare dalle proprie opinioni pubbliche perché mandano truppe a combattere i palestinesi per conto di un piano scritto a Washington e ratificato a New York. Hamas, da parte sua, ha già detto che non si disarma e considera la forza internazionale una tutela straniera ostile. Non serve un genio per capire come finisce: sulla carta “disarmo”, nella realtà status quo armato.
Israele questo lo sa perfettamente. Non si fa certo cogliere impreparata. Il piano e la risoluzione le servono per tre cose: legittimare a livello internazionale la propria posizione dopo due anni di guerra, agganciare all’operazione alcuni paesi arabi e musulmani sotto ombrello ONU e ottenere una cornice formale che vincoli il ritiro israeliano a “progressi verificabili” sul fronte sicurezza. Tradotto: finché il disarmo di Hamas resta incompiuto (e resterà incompiuto, perché nessuno ha la forza politica e militare per imporlo), Israele può rallentare, modulare, sospendere le fasi di ritiro e tenere il controllo di ciò che le interessa davvero: i confini, i corridoi, i cieli, i punti strategici. La risoluzione non la blocca, le dà semplicemente un linguaggio elegante per giustificare ogni prudenza e ogni rinvio.
L’ONU, dal canto suo, non è ingenua. Sa benissimo che non ha gli strumenti per “smantellare Hamas”. Non ha eserciti propri, non ha un comando unificato in grado di imporre una campagna militare sotto bandiera blu, non ha la volontà politica dei membri per prendersi una guerra urbana a Gaza come missione. Quello che può fare è un’altra cosa: prendere il testo dell’accordo raggiunto a Sharm el Sheikh tra Israele, Hamas e mediatori, metterci sopra il suo timbro, trasformarlo in risoluzione del Consiglio di Sicurezza e dire al mondo “questa è ora la cornice legale internazionale”. È un lavoro da notaio, non da stratega militare. Il risultato è una finzione utile a tutti: sulla carta c’è l’impegno a disarmare Hamas, nella pratica nessuno si assume il compito di farlo davvero.
Qui sta la contraddizione centrale. La risoluzione viene venduta come il passo decisivo verso una Gaza “post Hamas”, demilitarizzata e normalizzata. Ma il meccanismo scelto scarica su una forza internazionale ancora da inventare il compito che né Israele né gli Stati Uniti né i paesi arabi vogliono prendersi apertamente: una guerra di bassa intensità, lunga, sporca, contro un movimento che non è solo milizia ma anche struttura sociale, rete di potere, identità politica. Senza una rottura interna nel mondo palestinese, senza un’alternativa politica credibile che sottragga consenso a Hamas, il “disarmo” resta solo un paragrafo ben scritto.
Israele, nel frattempo, gioca su due tavoli. Da un lato incassa la risoluzione, perché le dà copertura internazionale, soldi per la ricostruzione filtrati da altri e la promessa che un pezzo di mondo arabo si impegni a mettere la faccia in una Gaza “pacificata”. Dall’altro mantiene margini enormi per intervenire di nuovo se ritiene che Hamas resti pericolosa, usando proprio l’argomento che la stessa risoluzione le offre: il disarmo non è stato completato, la minaccia persiste, la fase di stabilizzazione non è conclusa. Non è improvvisazione, è calcolo freddo.
Alla fine il quadro è questo: una risoluzione che parla la lingua della pace, ma non contiene nessuno strumento reale per eliminare Hamas dal contesto politico e militare; un’ONU che mette il timbro su una formula che non controlla; una forza internazionale che sulla carta disarma, nella realtà cercherà solo di non farsi travolgere; Israele che si muove sapendo che il vero potere di fuoco e di veto sul terreno ce l’ha ancora lei. In queste condizioni non è credibile dire che “si apre una fase nuova”. Si apre, al massimo, una fase diversa nella forma, ma non nella sostanza: Hamas non sparisce, Israele non delega davvero la propria sicurezza, l’ONU si accontenta di aver prodotto l’ennesimo pezzo di carta da esibire alla stampa. Tutto il resto, purtroppo, resta uguale.
Piero Terracina

Lascia un commento