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Il rapporto fra Pietro Mascagni e Livorno, sua città natale, è stato e rimane un rapporto di amore.
Dal 1881, anno in cui Pietro Mascagni, non ancora diciottenne, presentò al Teatro San Marco la sua cantata IN FILANDA ad oggi, sulle scene livornesi si sono alternate un gran numero di opere di questo autore. E dal 1890, quando CAVALLERIA RUSTICANA dette a Mascagni popolarità e successo imperituro, quel rapporto è stato quasi sempre entusiastico.
“In questo libro – dice l’Autore – ho cercato di raccontare questo rapporto attraverso i fatti e le persone che hanno avuto a che fare con Mascagni: cantanti, direttori d’orchestra, impresari ma anche quelle figure che, a latere della sua attività artistica, hanno segnato tappe importanti della sua crescita di uomo e di compositore.
Impossibile prescindere in questo percorso dal contesto artistico, quello livornese, che radunava nomi come Plinio Nomellini, Adolfo, Angiolo e Ludovico Tommasi, Oscar Ghiglia, Llewelyn Lloyd, Renato Natali e Amedeo Modigliani per la pittura; Ernesto Rossi per il teatro; Giovanni Marradi, Giovanni Targioni Tozzetti, Guido Menasci, Guelfo Civinini per le lettere; Abramo Basevi e Arnaldo Bonaventura per la musicologia. Un contesto non ancora esperito da alcuna pubblicazione che ho sentito il bisogno di far emergere per dare un senso maggiore alla vita di Mascagni.
Come importante mi è sembrato evidenziare cosa accadeva intorno a lui in Italia, in Europa e nel mondo si in campo musicale che storico e artistico per dare maggiori rilievo alle sue opere proiettandole in uno scenario complesso ed articolato com’era quello italiano ed europeo della fine del XIX secolo e del XX secolo.
Ho voluto approfondire, per quanto possibile, anche quei momenti di tensione, di conflitto, di malintesi che, in certi momenti si sono creati tra Mascagni e la sua città perché era importante vedere come, proprio in virtù di questo reciproco amore, si è cercato da ambo le parti di giungere ad un positivo chiarimento”

Approfondiamo meglio con l’Autore, Fulvio Venturi, quanto anticipato nella presentazione del libro
1. Quando e perché è iniziato il tuo interesse per la lirica?
Si perde nella notte dei tempi. La mia non era una famiglia musicale, ma l’opera piaceva. Ricordo uno zio di mia madre parlare del tenore Galliano Masini, livornese come noi, nella mia infanzia e questo mi piaceva. Le gesta dei cantanti d’opera hanno sempre qualcosa di epico che colpiva la mia fantasia di bambino. Ricordo anche il centenario della nascita di Mascagni e una Livorno completamente tappezzata di manifesti con i titoli delle tre opere che si sarebbero rappresentate al Teatro Goldoni per i festeggiamenti, Iris, Lodoletta, Le Maschere. Era il 1963 e avevo nove anni. Poi una Tosca a Torre del Lago l’anno successivo, con Anna de Cavalieri, Mario Del Monaco e Tito Gobbi e nel 1965 un Andrea Chénier al Goldoni con Angelo Lo Forese e Floriana Cavalli. Il loggione, i racconti degli appassionati, ancora quella epicità che tornava e che mi affascinava. A quindici anni ero irreversibilmente ammalato d’opera, un “passionista” a tutti gli effetti. Mi piacevano le ragazze, ma disertavo le festicciole studentesche per seguire gli spettacoli. A quei tempi si poteva vedere, sentire, ammirare dal vivo cantanti come Franco Corelli, Richard Tucker, Carlo Bergonzi, Piero Cappuccilli, Cornell McNeil, Boris Christoff, Cesare Siepi, Martina Arroyo, Virginia Zeani, Fiorenza Cossotto, Grace Bumbry, Shierley Verrett, oltre a “giovani” come Luciano Pavarotti e Placido Domingo. Davo loro priorità (ride)
2. Livorno con i suoi artisti ha spesso un rapporto conflittuale, perché a tuo avviso? Cos’è Livorno e i livornesi?
La conflittualità, la polemica, persino la contumelia è insita nel carattere livornese. Passioni forti, opinioni da difendere con le unghie e con i denti. Adesso questo carattere si è in parte perduto, ma fino a quaranta-cinquanta anni fa si avvertiva in modo tangibile. Credo che socialmente questo carattere locale derivasse dall’origine eterogenea della città, dal confronto quotidiano di etnìe e culture diverse e anche da un certo spirito di conservazione. I livornesi sono portati così ad amare, ma anche a polemizzare con facilità. Direi che con la stessa facilità dimenticano, non serbano rancore, ma talvolta possono cancellare il passato.
3. E Mascagni, al di là di ciò che sappiamo, chi è per te? Cosa diresti di lui a chi non lo conosce?
Mascagni è per me un tesoro. Ritrovo in lui, nei sui impeti e anche nelle sue cadute, una livornesità perduta. Dal lato musicale è poi straordinario, un autore moderno che sa coniugare il passato in uno stile personale e che spesso anticipa i tempi. Penso a Cavalleria rusticana e all’opera breve novecentesca, penso ad Iris ed al suo sperimentalismo che annuncia la scala esatonale, penso alla declamazione ossessiva di Guglielmo Ratcliff che avvicinerei a quella di Hermann nella Dama di Picche, a quei magnifici esempi di teatro estetizzante che sono Isabeau e Parisina. Tuttavia vedo anche Mascagni come un musicista dallo stile originale, ma bene inserito nelle correnti artistiche europee parallele al periodo in cui lui compose come la pittura, la narrativa e la poesia. Non potremo comprendere a fondo la musica di Mascagni senza avvicinare la pittura macchiaiola di Fattori e Lega a Cavalleria rusticana e all’Amico Fritz, Isabeau ai pre-raffaelliti, Parisina al divisionismo simbolista italiano di Previati e Nomellini, Iris alle nymphéas di Monet e all’orientalismo di Tissot. E così non si potrà compredere Guglielmo Ratcliff senza una conoscenza dello Sturm und Drang, la stessa Iris senza le Japonaiseries d’Automne di Loti, Parisina senza una vera passione per il verso dannunziano e senza pregiudizi, Lodoletta senza i ripiegamenti della poesia crepuscolare. Il finale di quest’opera ha uno spleen tutto gozzaniano.
4. Ci sono opere di Mascagni nelle quali Livorno è presente almeno nello spirito dei personaggi?
A mio avviso l’opera più livornese di Pietro Mascagni è Silvano, con i suoi riflessi lunari sul mare, i suoi impeti, l’attaccamento filiale, ed anche una certa incompiutezza. Tracce che si erano avvertite in parte anche in Cavalleria rusticana. Ma direi che questo carattere si rilevi ovunque nella musica mascagnana. Nelle volate discendenti della bella sinfonia delle Maschere sento folate di libeccio e vedo le tamerici squassate dal vento di Fattori, nei frammenti marini di Parisina sento l’ampio respiro, vedo il vasto orizzonte aperto del lungomare livornese.
5. Mascagni non è solo compositore ma anche direttore d’orchestra: cosa ci puoi dire di lui in questa veste? Quali importanti orchestre ha conosciuto e cosa ha diretto?
Mascagni è stato un direttore d’orchestra appassionato e lungimirante. Il suo repertorio era sconfinato. È stato lui a dirigere per primo in Italia la Sesta di Ciaikowskij, la Sinfonia “Dal nuovo mondo” di Dvorak, fra i primi a diffondere Parsifal. Ammirava profondamente Beethoven, del quale dirigeva tutte le sinfonie, poi Rossini, Donizetti, Verdi. A questo riguardo mi fa piacere sottolineare che Mascagni abbia riproposto Don Carlos in cinque atti e Mosè a date sorprendenti, il 1910 e il 1915. Ha inaugurato nel 1930 il primo Festival Pucciniano di Torre del Lago dirigendo La Bohème, aveva passione per la musica di Catalani, ha tenuto a battesimo Maià di Leoncavallo e per primo ha diretto Pagliacci alla Scala. Ebbe la considerazione di Gustav Mahler. Tenne abitualmente concerti per l’Accademia di Santa Cecilia a Roma, e fu fra i primi a dirigere all’aperto. Come direttore era molto apprezzato a Vienna e a Berlino, dove più volte tenne concerti alla guida dei Berliner e con essi incise dischi, così come ha lavorato costantemente alla Scala dal 1896 al 1940. Tutto questo oltre alla direzione delle sue opere. Purtroppo anche in questa veste non ha tralasciato l’aspetto polemico, intessendo una schermaglia con Toscanini lungo una quarantina di anni, ma l’attività direttoriale di Mascagni meriterebbe di essere documentata in una pubblicazione.
6. Nelle ricerche che hai fatto per realizzare questo “imponente” saggio, in cosa di curioso o interessante ti sei imbattuto che non conoscevi?
In quella fatidica frase “col Nerone sono andato in culo a Mussolini”. Niente di più livornese e mascagnano. Quando ci penso rido da solo.
7. Un breve excursus nelle opere di Mascagni… Quali, a tuo avviso, segnano tappe significative nel panorama lirico italiano e internazionale?
Senz’altro Cavalleria rusticana, lo spartiacque fra l’opera ottocentesca e quella novecentesca, ma anche Iris segna un capitolo importante riguardo il messaggio sociale, essendo un’opera che parla di violenza sui minori, sulle donne e del degrado delle metropoli.
8. Tra storia e leggenda, Mascagni è stato certamente un “personaggio”. In cosa si differenzia rispetto ai colleghi coevi?
Per l’aspetto popolaresco che lo rendeva avvicinabile pur essendo un divo.
9. Se dovessi affrontare un altro personaggio, non solo nel campo musicale, chi sceglieresti e perché?
Sono tanti, mi piacerebbe realizzare un saggio fra le comunanze di musica e pittura. Attualmente sto leggendo un saggio su Henri de Régnier, il poeta simbolista francese. Mi affascina il milieu culturale parigino di quegli anni, la poesia dei post-verlainiani come Régnier appunto, come il mio amato Valéry per il quale ho compiuto un pellegrinaggio d’anime fino al suo Cimetière marin di Sète, il belga Verhaeren, la sublime Renée Vivien autrice di stupendi versi d’amore. Ecco, di lei mi piacerebbe scrivere.
Stefano Mecenate

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