
di Aldo Liga*
Il 9 luglio scorso il sogno del Marocco di sconfiggere la Francia e qualificarsi per le semifinali della Coppa del mondo 2026 si è spento a Boston, con la sconfitta 2-0 su gol di Mbappé e Dembélé. Ma l’importanza di questa partita di calcio va ben oltre l’ultima edizione dei Mondiali FIFA e le contingenze sportive. Negli ultimi decenni, infatti, lo sport ha acquisito un ruolo importante nella politica interna e nella politica estera del Marocco. Questo è concepito come uno strumento di soft power, un veicolo diplomatico complementare nel processo di affermazione del Paese sul piano regionale e internazionale, ma anche come un mezzo per accelerare lo sviluppo socioeconomico e infrastrutturale. Megaeventi, dalla 35ª edizione della Coppa d’Africa ai prossimi Mondiali nel 2030 (organizzati proprio dal Marocco insieme a Spagna e Portogallo), la valorizzazione dei successi dei Leoni dell’Atlante, la nazionale maschile di calcio, come strumento di esaltazione simbolica della leadership marocchina sul continente, e la realizzazione di scuole calcio e programmi di formazione aperti a cittadini dell’Africa subsahariana sono solo alcune delle componenti di questa strategia.
Tuttavia, in un Paese attraversato da profonde disuguaglianze sociali e da un percorso di sviluppo socioeconomico spesso claudicante, questa ambizione si scontra con numerose criticità. Nell’autunno del 2025, denunciando le disfunzioni dei servizi pubblici, in particolare di quelli sanitari, migliaia di giovani sono scesi in piazza, brandendo slogan come “abbiamo bisogno di ospedali, non di stadi di calcio”, “investite nei nostri cervelli, non soltanto nello sport” oppure “almeno gli stadi della FIFA avranno un kit di pronto soccorso!”. Il combinato disposto di tutti questi malesseri sociali sottopone oggi l’approccio del Marocco allo sport a una crescente pressione e a un attento scrutinio da parte dei cittadini e dei media internazionali. È un’ulteriore sfida per un Paese che procede a due velocità diverse – una più rapida, riservata ai ceti più abbienti; l’altra più lenta, per le fasce più vulnerabili della popolazione – e che si avvia oggi verso il rinnovo del parlamento in vista delle prossime elezioni legislative, previste per settembre.
Sport e politica estera
Negli ultimi anni sono emersi con crescente chiarezza alcuni tratti distintivi della politica estera del regno: un approccio sempre più assertivo nella difesa del proprio piano di autonomia per il Sahara Occidentale,[1] proposto inizialmente nel 2007 e oggi in fase di “aggiornamento”, anche al prezzo di normalizzare i rapporti con Israele o di compromettere le relazioni con alcuni Stati europei; un costante sforzo volto a rafforzare i rapporti con i partner dell’Africa subsahariana, in particolare dopo il ritorno del Marocco nell’Unione africana nel 2017, puntando sulla cooperazione economica e commerciale e sulla diplomazia religiosa; la valorizzazione sul piano economico della posizione geostrategica del Paese e le sue relazioni privilegiate con le principali potenze economiche mondiali. Tra gli esempi di quest’ultima figurano l’Accordo di associazione con l’Unione europea, l’Accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, il rafforzamento dei legami con la Cina e con gli Emirati Arabi Uniti – protagonisti, questi ultimi, del più grande investimento estero nella storia del Paese – nonché il rinnovato accento posto sulla dimensione “atlantica” della politica estera marocchina nei confronti dell’America Latina, in particolare del Brasile.
In questo contesto lo sport rappresenta un ulteriore elemento della più ampia strategia con cui il Marocco mira ad affermare il proprio ruolo sulla scena internazionale. L’organizzazione dell’ultima edizione della Coppa d’Africa, elogiata a livello mondiale, perseguiva precisamente questo obiettivo. La stampa internazionale ha infatti sottolineato la qualità delle infrastrutture, l’efficienza organizzativa e la gestione della sicurezza dell’evento. Tutto ciò ha rafforzato la credibilità internazionale del regno, contribuendo ad alimentare la narrazione di uno Stato moderno, efficiente e capace di proporsi come punto di riferimento sportivo per l’intero continente africano.
L’organizzazione della Coppa del mondo FIFA del 2030, quella del centenario, rappresenta la punta di diamante di questa strategia. La candidatura, annunciata nel marzo 2023 e poi tradottasi in un’assegnazione ufficiale un anno e mezzo più tardi, seguiva cinque insuccessi: Rabat avrebbe voluto ospitare le edizioni del 1994, 1998, 2006, 2010 e quella di quest’anno, poi attribuita a Canada, Messico e Stati Uniti. L’idea di una candidatura congiunta tra Madrid, Lisbona e Rabat era già emersa nel 2018, ma le tensioni diplomatiche tra il 2021 e il 2022 ne avevano impedito la realizzazione. In effetti, l’assegnazione congiunta dei Mondiali sancisce la “ritrovata amicizia” tra Rabat e Madrid dopo la crisi diplomatica del 2021, quando la Spagna accolse per ragioni mediche Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario, il fronte indipendentista saharawi, e il Marocco reagì lasciando entrare migliaia di persone a Ceuta, l’enclave spagnola nel territorio africano. A marzo 2022 la Spagna ha riconosciuto il piano di autonomia marocchino per il Sahara Occidentale come “la base più seria, realistica e credibile per la risoluzione della controversia sul Sahara”, sancendo di fatto la fine della crisi. Una simile presa di posizione da parte del Portogallo è arrivata a luglio dello scorso anno.
Ospitare la Coppa del mondo del 2030 rappresenta poi un’importante conferma dell’obiettivo strategico della politica estera marocchina di presentarsi come naturale ponte tra Africa ed Europa e, al tempo stesso, di riaffermare la propria leadership africana nell’organizzazione dei grandi eventi internazionali. Solo il Sudafrica ha ospitato un evento simile, nel 2010.
Un esempio più circoscritto, ma significativo, dell’impiego dello sport come strumento diplomatico si è avuto all’indomani della “turbolenta” finale della Coppa d’Africa dello scorso 18 gennaio, che ha visto affrontarsi Marocco e Senegal. L’incontro è stato segnato da svariati episodi controversi: dopo la concessione di un calcio di rigore al Marocco nei minuti di recupero, i giocatori senegalesi si sono rifiutati, per 17 minuti, di giocare, contestando le decisioni arbitrali. Fra caos e proteste, la situazione è degenerata in scontri e disordini sul campo, portando all’arresto di numerosi tifosi senegalesi. Alla ripresa della partita il Senegal si è infine imposto 1-0. Due mesi più tardi, a marzo, la Confederazione africana di calcio (CAF) ha ribaltato però l’esito della finale, assegnando la vittoria a tavolino al Marocco. Presto fra Dakar e Rabat sono sorte tensioni e recriminazioni: la Federazione calcistica senegalese ha definito la decisione della CAF “ingiusta, senza precedenti e inaccettabile, tale da gettare discredito sul calcio africano”. Già all’indomani della finale, re Mohammed VI aveva dichiarato che “nulla potrà alterare la vicinanza costruita nel corso dei secoli tra i nostri popoli africani né la fruttuosa cooperazione sviluppata insieme ai diversi Paesi del continente” e che “una volta placate le passioni, la fratellanza africana finirà naturalmente per prevalere perché il successo del Marocco è anche un successo dell’Africa”. Senegal e Marocco hanno intessuto negli anni relazioni di particolare rilievo sul piano politico, religioso ed economico, soprattutto nei settori dell’energia, delle infrastrutture e del turismo. Va inoltre ricordato che i cittadini senegalesi costituiscono la più numerosa comunità straniera residente in Marocco, rappresentando circa il 18,4% della popolazione straniera del Paese. Lo scorso maggio, quindi, Mohammed VI ha concesso la grazia ai 15 tifosi senegalesi ancora detenuti per i disordini di gennaio, offrendo un’ulteriore dimostrazione di come i valori associati allo sport possano essere mobilitati per sottolineare la fratellanza tra i popoli, attenuare le tensioni politiche e diplomatiche e favorire la ricomposizione delle incomprensioni.
I Leoni dell’Atlante, veicolo di politica estera e rivalsa sociale
Anche gli straordinari successi dei Leoni dell’Atlante costituiscono un tassello fondamentale della diplomazia sportiva del regno. Nonostante nel corso dell’ultima edizione dei Mondiali la squadra sia stata fermata ai quarti di finale dal 2-0 con la Francia – lo stesso risultato ottenuto durante le semifinali dell’edizione ospitata dal Qatar quattro anni fa –, qualificarsi come “vetta” del calcio africano e arabo è comunque un risultato in grado di suscitare entusiasmo tra i tifosi dell’intera regione e all’interno delle comunità della diaspora marocchina in Europa. In alcuni casi i successi del Marocco sono riusciti a riunire in un unico tifo, in un’unica rivendicazione di orgoglio maghrebino, anche le comunità algerine, in un contesto marcato, a livello di capitali, da tensioni politiche e da una rottura diplomatica che permane dall’agosto di cinque anni fa.
Secondo lo specialista di sport Moncef Lyazghi, il processo di “costruzione del mito” della nazionale marocchina ebbe inizio il 28 marzo 2009, quando i Leoni furono sconfitti per 2-1 dal Gabon, mancando la qualificazione alla prima Coppa del mondo organizzata nel continente africano, l’edizione sudafricana di 16 anni fa. Quella che Lyazghi definisce una “scintilla d’orgoglio”, anticipata dalle Assises Nationales du Sport tenutesi a Skhirat nel 2008, diede avvio a un profondo processo di rinnovamento della leadership del calcio marocchino, sfociato in una radicale riforma dell’industria sportiva e della governance del settore. Fra gli assi su cui si è puntato figura la valorizzazione sociale ed educativa del calcio, tramite il lancio di specifici programmi di formazione destinati ai giovani calciatori. Un esempio importante è quello della Mohammed VI Royal Academy of Football, istituita per volontà del sovrano nel 2009, dove circa il 90% degli allievi proviene da famiglie a basso reddito.
Parallelamente, la Fédération Royale Marocaine de Football (FRMF) si è progressivamente trasformata in un vero e proprio strumento di diplomazia del regno, arrivando a sottoscrivere circa 40 accordi di cooperazione con altre federazioni calcistiche africane e ospitando, presso il Mohammed VI Sport Complex, programmi di allenamento destinati ad atleti provenienti da diversi Paesi del continente. Il Marocco mette poi regolarmente a disposizione i propri stadi affinché altre nazionali africane possano disputare incontri internazionali che non potrebbero essere organizzati in patria a causa della mancanza, nei rispettivi Paesi, di infrastrutture conformi agli standard richiesti dalle competizioni internazionali.
Lo sport come volano per lo sviluppo infrastrutturale
L’organizzazione dell’ultima edizione della Coppa d’Africa e della prossima edizione dei Mondiali rappresenta una straordinaria opportunità per rilanciare, sistematizzare e accelerare i programmi di sviluppo infrastrutturale nel Paese. A tale scopo, nel 2025 è stata istituita la Fondation Maroc 2030, incaricata di coordinare gli interventi connessi ai due grandi eventi sportivi. Gli investimenti complessivi destinati alle infrastrutture ammontano a circa 14 miliardi di euro e comprendono sia l’ammodernamento degli stadi già esistenti – a Rabat, Marrakech, Tangeri, Fès e Agadir – sia la costruzione del Grand Stade Hassan II nella provincia di Benslimane, un impianto da 115mila posti destinato, una volta completato, a diventare il più grande stadio di calcio del mondo. Per finanziare questo imponente programma, tuttavia, il Marocco sta facendo un ricorso crescente all’indebitamento. Nel 2025, ad esempio, Rabat ha raccolto con successo due miliardi di euro attraverso l’emissione di eurobond destinati a sostenere i preparativi per i Mondiali del 2030.
L’orizzonte di fine decennio è ormai divenuto il marchio identificativo di numerosi progetti infrastrutturali. Con la strategia Aéroports 2030, del valore di 3,6 miliardi di euro, il regno punta ad aumentare la capacità complessiva dei propri aeroporti da 38 a 80 milioni di passeggeri l’anno. Entro il 2030, inoltre, la linea ferroviaria ad alta velocità, l’unica al momento operativa su scala continentale, sarà estesa fino a Marrakech, che verrà quindi collegata a Tangeri con un viaggio della durata di meno di tre ore. È in corso l’ampliamento della rete autostradale, il cui progetto simbolo è rappresentato dall’autostrada Rabat-Casablanca, la cui inaugurazione è prevista entro il 2029. Prima dell’inizio della Coppa del mondo entrerà in funzione un nuovo sistema tranviario nella città di Tangeri. Profondi interventi di riqualificazione urbana stanno interessando anche le principali città marocchine. Tra questi figura la realizzazione dell’Avenue Royale di Casablanca, un grande corridoio verde destinato a collegare la Moschea Hassan II con il centro cittadino.
Questo progetto, tuttavia, comporta anche costi sociali significativi, tra cui la demolizione di parti della città storica e il trasferimento forzato di residenti e attività commerciali. L’attuazione dei programmi di sviluppo urbano sta infatti alimentando crescenti controversie all’interno del Paese. Molti osservatori temono che gli interventi previsti in vista dei grandi eventi sportivi possano compromettere profondamente le condizioni di vita delle comunità più vulnerabili. I progetti avviati nei centri di Casablanca e Rabat, ad esempio, comportano sfratti, demolizioni e ricollocazioni della popolazione, spesso denunciate come arbitrarie. Tali interventi incidono sulla vita delle comunità locali, determinano la perdita di patrimonio culturale sia materiale sia immateriale e modificano la composizione sociale e l’identità storica di interi quartieri urbani. Non sorprende, quindi, che gli abitanti delle aree interessate abbiano organizzato, con crescente frequenza, manifestazioni di protesta contro questi interventi.
Sotto i riflettori
Le luci della ribalta espongono il Paese anche a un crescente scrutinio pubblico sulle implicazioni più ampie degli investimenti sportivi approvati negli ultimi anni. Le tensioni generate da questi imponenti progetti di sviluppo, infatti, non sono rimaste confinate alle singole realtà locali. Al contrario, si sono progressivamente trasformate in ampi movimenti di protesta. Tra settembre e ottobre dello scorso anno gli investimenti destinati all’organizzazione della Coppa d’Africa sono diventati la scintilla che ha fatto esplodere un malcontento ben più profondo, radicato in problemi strutturali che il Paese stenta ad affrontare. Tra questi figurano un tasso di disoccupazione che permane elevato (intorno al 13,1%) e che raggiunge livelli particolarmente allarmanti tra i giovani di età compresa fra i 15 e i 24 anni (38,4%); profonde disparità nello sviluppo regionale, soprattutto tra le aree costiere, l’entroterra e le province meridionali; la qualità insufficiente dei servizi pubblici, dalla sanità all’istruzione; e, più in generale, il fatto che il Marocco presenti il più alto livello di disuguaglianza nella distribuzione del reddito dell’intero Nord Africa.
Le proteste sono state innescate dalla morte di otto donne, avvenuta nell’agosto precedente, presso il Centre Hospitalier Régional Hassan II di Agadir. La tragedia è stata attribuita alle gravi carenze strutturali dell’ospedale. A partire dalla fine di settembre un movimento spontaneo denominato Gen Z 212, organizzatosi attraverso la piattaforma di messaggistica Discord, ha portato migliaia di giovani a scendere nelle strade e nelle piazze del Paese chiedendo un accesso più equo alle cure sanitarie, un sistema educativo migliore, alloggi a prezzi accessibili, nuove opportunità occupazionali, una vera lotta contro la corruzione – fenomeno percepito come aggravatosi negli ultimi anni – e, più in generale, maggiore giustizia sociale. I manifestanti hanno chiesto anche le dimissioni del primo ministro Aziz Akhannouch e promosso il boicottaggio delle aziende a lui riconducibili – tra cui Afriquia Gaz, Akwa, Mini Brahim, Fairmont Hotel e Aujourd’hui Le Maroc – e considerate il simbolo della concentrazione di potere economico e politico nelle mani di una ristretta élite. In questo contesto i miliardi di euro investiti nella preparazione della Coppa d’Africa hanno finito per catalizzare la rabbia popolare. Le manifestazioni sono state accompagnate da slogan come “niente Coppa del mondo, la salute viene prima”, trasformando gli investimenti nello sport nell’emblema di una spesa pubblica percepita come distante dai bisogni concreti della popolazione. Gli scontri con le forze di sicurezza hanno provocato la morte di tre manifestanti, decine di feriti e migliaia di arresti.
Sebbene la repressione delle proteste, accompagnata dall’adozione di alcune misure legislative volte a rispondere almeno in parte alle rivendicazioni del movimento, abbia progressivamente ridotto l’intensità della mobilitazione, le proteste della Gen Z hanno lasciato un’eredità politica destinata a durare. Esse hanno mostrato come l’entusiasmo – spesso alimentato dalle istituzioni – per i successi sportivi o per l’organizzazione di grandi eventi internazionali non possa sostituire risposte politiche credibili alle questioni che molti cittadini considerano urgenti ed essenziali, tanto sul piano personale quanto su quello collettivo.
La prossima sfida non sarà sportiva, ma elettorale
Negli ultimi anni lo sport ha assunto un ruolo sempre più rilevante nella strategia con cui il regno mira a rafforzare la propria legittimazione interna, consolidare il proprio percorso di sviluppo e accrescere il proprio prestigio internazionale, tanto in Africa quanto nel resto del mondo.
Questa capacità di attrazione ha rappresentato anche un’opportunità per altri attori interessati ad ampliare la propria influenza sul Marocco. Ne sono un esempio la presenza della piattaforma russa di scommesse online 1XBET tra gli sponsor ufficiali della Coppa d’Africa del 2025 e la campagna di comunicazione lanciata dall’Unione europea per promuovere l’iniziativa del Global Gateway durante lo svolgimento del torneo.
La vera sfida, oggi e nei prossimi mesi, sarà riuscire a conciliare le contraddizioni insite nella strategia sportiva del Paese, renderla più inclusiva e limitarne i costi sociali, riducendo il divario tra le “due velocità” che caratterizzano il Marocco contemporaneo. Le elezioni legislative previste per settembre costituiranno un banco di prova decisivo. Esse permetteranno di valutare fino a che punto i cittadini marocchini abbiano condiviso la scommessa del governo sui grandi eventi sportivi e sugli ingenti investimenti infrastrutturali ad essi collegati. Restano aperti interrogativi importanti riguardo all’impatto di tali investimenti sull’indebitamento pubblico, ai benefici concreti che essi potranno produrre per la società e per l’economia e, più in generale, ai rapporti di prossimità tra élite politiche ed economiche nell’assegnazione dei grandi progetti finanziati dallo Stato.
Sebbene la legge marocchina vieti la pubblicazione di sondaggi elettorali, l’eventualità che dalle urne emerga una maggioranza parlamentare non pienamente allineata agli orientamenti del sovrano – nonostante gli ampi poteri esecutivi attribuiti al re dalla Costituzione – potrebbe rappresentare uno smottamento importante del sistema, con conseguenze che si espanderanno negli anni a venire. In questa prospettiva la decisione del primo ministro Aziz Akhannouch di non candidarsi per un secondo mandato appare già di per sé indicativa della preoccupazione con cui il makhzen[2] guarda alle imminenti elezioni.
Aldo Liga
*Istituto Ispi
[1] Regione che si trova fra il Marocco e la Mauritania, ex-colonia spagnola, considerata come “territorio non autonomo” dalle Nazioni Unite, ma controllata de facto per oltre due terzi da Rabat, che la considera parte integrante del suo territorio nazionale. La questione rappresenta la principale fonte di instabilità nella regione maghrebina da mezzo secolo, nonché il cuore delle rivalità con l’Algeria, che sostiene il fronte indipendentista del popolo sahrawi, il Fronte Polisario.
[2] Etimologicamente “tesoro”, “fisco”, in sociologia politica con il termine makhzen si intende il “palazzo”, l’apparato statale e quindi, per estensione, il sistema di potere marocchino. P. Vermeren, “Le Maroc en 100 questions. Un royaume de paradoxes”, Parigi, Tallandier, giugno 2020.

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