
Incontriamo Marcello Sorgi a Fucecchio a margine della scuola di giornalismo internazionale, organizzata dalla Fondazione Montanelli-Bassi. Da pochi minuti le agenzie hanno battuto la notizia che purtroppo chiude ogni speranza sulla sorte della giovane Giulia Cecchettin, trovata senza vita oggi pomeriggio (ieri per chi legge, ndr) nei pressi di Barcis (PN). Ennesima vittima femminile innocente, che ha avuto come unica “colpa” quella di voler vivere con tutta la dignità e libertà possibili, la propria vita secondo i suoi sacrosanti desideri e aspettative.
Direttore, ennesimo femminicidio praticamente avvenuto con una sequenza quotidiana che lo ha fatto percepire come una lunga diretta televisiva e mediatica, aumentando se possibile, il raccapriccio per questo tipo di delitti tanto disarmanti quanto incredibilmente gratuiti e inconcepibili.
Intanto mi ha colpito come questo caso sia stato seguito appunto quasi minuto per minuto, tra televisioni, radio e i vari siti d’informazione. Un caso che ha commosso l’intero Paese, che ha sperato fino all’ultimo che la sorte di questa ragazza non finisse in maniera così tragica. Anche quando ieri (17 novembre) è uscito il filmato che descriveva l’aggressione dell’ex fidanzato, che una volta colpita la ragazza, l’ha trascinata di nuovo in auto ormai priva di sensi. Anche se il sangue rimasto lì sul selciato, faceva già temere quello che si è poi verificato.
Nel 2022 126 donne uccise, nel 2021 erano state 118. Cosa è possibile ancora fare per iniziare ad invertire la tendenza e arginare con decisione il fenomeno?
Allora guarda, ho svolto personalmente per l’annuario Treccani una piccola ricerca, e al 31 ottobre di quest’anno, le vittime erano già 96, all’incirca una ogni tre giorni. Una situazione veramente indegna per un Paese civile. E anche se tecnicamente qualcuno osserva che non si sia trattato esattamente di femminicidio, sempre di inammissibile violenza si tratta. E segnala secondo me, un problema non soltanto giudiziario o giornalistico, dove si debba rintracciare esattamente la sua giusta definizione, come è avvenuto ad esempio per l’omicidio stradale, ma segnala un problema sociale che andrebbe seguito con modalità diverse. Perché la maggior parte di queste storie, l’85/90% almeno, sono storie sovrapponibili, quasi perfettamente uguali. Si tratta di donne che hanno deciso di interrompere un rapporto che si era deteriorato, separandosi dal marito, fidanzato o compagno, in maniera ragionevole, spiegando loro che non vi erano più ragioni per proseguire la loro storia, entrando in quel preciso momento, in una sorta di persecuzione dalla quale non si sono più salvate. E benché consigliate dalle amiche e/o dai parenti di chiudere il prima possibile queste storie divenute tossiche, oppure nonostante si siano rivolte alle forze di polizia, quindi ottenendo delle diffide per questi uomini, addirittura alcuni sottoposti alla misura di sicurezza del braccialetto elettronico, queste vicende hanno poi lo stesso epilogo. La richiesta di un ultimo incontro, con i parenti o gli amici che suggeriscono di non accettare questa richiesta, e quelle che invece cedono e acconsentono, quasi sentendosi in dovere di farlo, vanno incontro ad un appuntamento con la morte. Un appuntamento dal quale non torneranno.
Mai da sole quindi di fronte a questo tipo di richieste. Sarebbe intanto una precauzione utile da diffondere, specialmente tra le donne più giovani?
Il problema è che c’è sempre una volta successiva. Qualcuna di loro è andata preventivamente accompagnata per sicurezza, però poi c’è sempre la volta nella quale accettano un ultimo incontro, e spesso è un incontro fatale. In particolare in questo caso che è terribilmente tragico perché stiamo parlando di due ragazzi di vent’anni, un’età in cui è normale che una storia finisca, è un dolore certo, poi però sono situazioni che si superano e anzi aiutano a crescere,
Ecco ma in questo caso come in altri del genere, c’è anche alla base un disagio mentale preesistente nel soggetto maschile, e non è che ci siano strutture sufficienti nel Paese per affrontare con margini più efficaci il problema.
Scuola e università potrebbero fare molto ma in verità non sono in grado per adesso di incaricarsi di questi compiti.
È incorso nella politica un dibattito anche sull’educazione sessuale e nel corretto rapporto tra i generi da inserire nell’educazione scolastica.
Sulla questione della sessualità, penso che ormai i ragazzi di vent’anni siano molto più avvertiti e consapevoli dei loro coetanei di venti o trenta anni fa. Quello che invece colpisce di queste storie, è che non viene accettata la richiesta femminile di prendere autonomamente una decisione e determinare la propria vita in un modo diverso. Non è solo questione strettamente sessuale o di maschilismo portato ai massimi livelli, quello che non viene accettato è la libertà della donna, e questo in un Paese che ha ormai raggiunto un livello di maturità come questo, non è possibile da tollerare e concepire.
L’altro aspetto è questo, quando il futuro assassino incappa nelle maglie della giustizia, uno dei crimini dove maggiormente dovrebbe esserci severità, c’è invece spesso un atteggiamento quasi di comprensione, segno evidente che il sistema al proprio interno è ancora caratterizzato da un certo elemento di maschilismo, per cui vengono diffidati e velocemente rilasciati. La diffida è ovviamente completamente inutile, il braccialetto elettronico abbiamo capito che finisce per diventare anch’esso inutile, perché poi succede che manca chi faccia i controlli scrupolosamente. Non è che scatta un allarme quando il soggetto si avvicina dove non dovrebbe e qualcuno immediatamente corre a controllare prima che diventi un assassino.
Uomini che vengono poi descritti nelle interviste, come sostanzialmente normali, anche se evidentemente non lo erano. C’è stato il caso eclatante (a Motta di Livenza nel 2014, n.d.r.) di quel tizio che ha ucciso moglie e i figli, che poi ripulì la scena del delitto e se ne andò apparentemente tranquillo al bar a vedere la partita.
Per finire, siamo quindi già quasi a 100 donne uccise dall’inizio dell’anno e il governo ha “ben” pensato di diminuire i fondi per la lotta alla violenza di genere, dai 17 milioni dell’anno scorso ai 5 di quest’anno. C’è anche un problema dentro le istituzioni?
L’attuale governo tende ad essere molto severo finché si tratta di trattare questi argomenti a livello di propaganda, con misure quali l’inasprimento delle pene, le donne in carcere anche se incinte, o addirittura col figlio piccolo al seguito… Le misure che abbiamo visto adottare soltanto pochi giorni fa, disegnano non dico uno Stato di polizia, ma un governo che prende certe misure soprattutto a scopo di autopromozione. Molte di queste misure non sono in realtà applicabili, tra l’altro. Nei casi dove dovrebbe essere invece più severo, come questo di cui stiamo parlando, o quantomeno dotarsi di un piano, un piano basato sulle scuole, le università, una rete di segnalazione che parta dagli amici e le famiglie, ma anche da chi voglia aiutare una donna in pericolo restando anonimo. In questi casi qui, invece di delineare un percorso e specializzare le forze di polizia, non lo fa e diminuisce i fondi. È davvero singolare che sia così, perché nel 2023 tutte queste vittime femminili in un Paese come l’Italia è una cosa inaccettabile.
Alessandro Silvestri

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