Il 4 novembre 1966 si comportò “semplicemente” e grandiosamente da giornalista. Calò da una finestra un microfono tenendolo per il filo e nelle case italiane arrivarono la forza e la rabbia fragorose dell’Arno che si accaniva contro la città più bella del mondo.

Ma non è per questi miei sentimenti privati che ne scrivo qui. Piuttosto mi sembra utile spiegare che tipo di giornalista fosse, come ci siano tanti modi di interpretare la professione, e come sia possibile compiere atti di ribellione civica e di denuncia, concreti e produttivi, pure senza mai derogare alla buona educazione e al rispetto per gli altri.
Lo conobbi nel 1970 quando mi chiamò nel suo ufficio di caporedattore della sede fiorentina della RAI (che tanti anni dopo avrei diretto) per un colloquio in vista di una mia assunzione in qualità di praticante giornalista. Capii subito di che pasta era fatto quando, dopo qualche minuto di amabile conversazione, entrò nel suo ufficio un redattore per fargli vedere una notizia appena scritta. Lesse e, improvvisamente, da sorridente che era, cominciò a “dare di matto”. Nella notizia il malcapitato redattore aveva usato la parola “arteria” invece di strada o altra di uso comune. Ne nacque una accesa discussione che Giannini, spazientito, troncò in maniera definitiva: “ quando tu dirai al tu’ figliolo stai attento ad attraversare l’arteria, tu me lo potrai scrivere nelle notizie” ! Era il rispetto che si doveva al pubblico della radio: tutti dovevano capire. Perciò niente parole strane, niente sigle, niente esterofilia: piuttosto chiarezza, semplicità e immediatezza.
Erano tempi nei quali le notizie erano notizie, non sentenze. Ci chiedevamo, senza che facesse scalpore come quando se lo è chiesto padre Francesco, chi fossimo noi per giudicare, solo perché avevamo a disposizione un microfono che altri non avevano. Oltretutto non c’erano ancora le radio e le tv private: la RAI operava in situazione di monopolio. Non ci permettevamo, nello spiegare come fosse avvenuto un incidente stradale, di affermare che un automobilista viaggiasse a velocità eccessiva o avesse attraversato un incrocio col semaforo rosso. Figurarsi, come purtroppo è poi avvenuto, trattare da delinquente, ladro o assassino, chi fosse indagato ma non ancora processato e condannato.
Marcello Giannini, tra i suoi tanti meriti, ha anche quello di smentire gli immancabili stupidi (o disonesti) che volessero affermare che quello era un giornalismo conformista o succube del potere. Il suo “Gazzettino Toscano”, notiziario radiofonico regionale, metteva assieme in ciascuna delle due edizioni quotidiane dai seicento agli ottocentomila ascoltatori: nella sola Toscana, essendo, appunto, notiziario regionale. E questo grandissimo successo era dovuto ad un modo di fare giornalismo tutto proiettato sulle persone, non sulle istituzioni: cronache dalle fabbriche, dagli stadi, dagli ospedali. E microfoni sempre in mezzo alla gente. Abbondanza di dirette: con radiomobile, microfoni in redazione per gli aggiornamenti in corso di notiziario, raramente per telefono, non essendo considerato, all’epoca, di qualità accettabile il relativo sonoro. Posso testimoniare che la libertà del giornalista, in simili condizioni, era assoluta. Come bloccare o condizionare chi parla in diretta?
Ma l’episodio più significativo, al riguardo, è quello cui resta indissolubilmente legato il nome di Marcello Giannini. Mi riferisco a quel maledetto, ma anche epico, giorno dell’alluvione di Firenze, 4 novembre 1966. Marcello, la sera prima, vedendo quanto continuasse a gonfiare l’Arno, era andato a letto tardi, carico di brutti presagi. E, infatti, non aveva potuto dormire granchè e all’alba era già nella vecchia sede della Rai di Firenze, nel Palazzo delle cento finestre. Ci era arrivato non si sa come e l’acqua scorreva sotto le finestre trascinando carcasse, auto ed ogni ben di Dio. Da ore Giannini si sforzava di fare capire tutta la gravità della situazione ma telegiornali e giornali radio nazionali non ne volevano sapere di dare alla tragedia lo spazio che meritava. Oggi sarebbe bastato lo scatto di un telefonino per fare capire cosa stava succedendo, ma all’epoca nemmeno era possibile sviluppare le pellicole in loco, e di satelliti per le telecomunicazioni nemmeno l’ombra. Fu allora che, profittando di un collegamento radio, Giannini si comportò “semplicemente” e grandiosamente da giornalista. Calò da una finestra un microfono tenendolo per il filo e nelle case italiane arrivarono la forza e la rabbia fragorose dell’Arno che si accaniva contro la città più bella del mondo.
Oggi le litanie sul giornalismo che sferza i potenti, che non arretra di fronte a nessun ostacolo, etc. ci hanno stancato. Ma dei cento e cento talk show gridati, rissosi, sguaiati e grondanti boria, nessuno ha mai, nemmeno lontanamente, eguagliato la forza dirompente e ribelle, ed il coraggio di quel gesto di semplice e corretto giornalismo. Una sfida ferma e serena al potere politico e ai vertici della RAI che non poterono più ignorare quanto stava avvenendo. Di li a poche ore il Presidente della Repubblica sarebbe giunto in città ed il mondo intero si sarebbe mobilitato a favore della capitale universale dell’arte. I fiorentini, sbollita la rabbia cui proprio Giannini aveva consentito di avere voce, fecero solenne giuramento di avere per Natale (cioè un mese e mezzo dopo l’alluvione) la città nuovamente tirata a lucido. Lavorando come matti mantennero la promessa e la notte del 24 dicembre Paolo VI potè celebrare la santa Messa sotto la Cupola del Brunelleschi.
Di Giannini oltre che le cronache sull’alluvione del ’66 si ricordano quelle calcistiche sulla Fiorentina. La passione per la squadra viola era smisurata; almeno quanto i suoi sforzi per dimostrare che, al contrario, nelle telecronache era equanime. Ed anche dal Giannini giornalista sportivo c’è molto da imparare. Che fosse divorato dall’amore per la squadra della sua città (ma amava tutto di Firenze; dunque, perché no la Viola?) era difficilmente contestabile. Eppure una volta, al termine di una partita della Fiorentina, per tornare dallo Stadio in redazione per montare i servizi, mi trovai assieme a Marcello assalito da un gruppo di “tifosi” che cominciarono a sballottare la vettura e ad inveire contro di lui al grido di “juventino di m….” Mi guardò incredulo con gli occhioni spalancati. “Marcello – lo consolai – se non lo avessi sentito, non ci crederei nemmeno io. E’ un tributo alla tua onestà…”
Del resto gli arbitri che fischiavano contro, quando sbagliavano, non erano né “cornuti” né “venduti”. Soggiacevano ad un sentimento che era di “sudditanza psicologica” nei confronti dei club più potenti. E questo suo pensare era in linea con quanto aveva scritto in vari saggi nei quali aveva approfondito lo studio del calcio. Non un semplice gioco, ma un fenomeno che riveste una sempre maggiore importanza sotto il profilo economico e sociale e dalle molteplici implicazioni. Anche queste parole scontate oggi, assai meno quaranta anni fa.
Se, con questi ricordi, avrò suggerito, anche solo a qualcuno, quanto potrebbe essere migliore la nostra società se a raccontare i fatti fossero giornalisti altrettanto corretti, onesti, innamorati della professione e rispettosi di tutte le persone, sarà valsa la pena di rivelare sentimenti che conservavo nel mio intimo. Se sono sembrato un po’ troppo condizionato dall’affetto, non me ne pento. I difetti erano veramente trascurabili rispetto a tanta generosità e onestà.

Una bellissima testimonianza, un grande articolo.
Luciano