
Il guerriero guaritore: un titolo intrigante, quello del recente libro di Alessandro Lo Presti (editrice SettePonti). Apparentemente un ossimoro che si rivela, invece un formidabile elemento di complementarietà
Si tratta di un libro avvincente agile nello stile profondo nei concetti. Quindi particolarmente interessante perché esamina attentamente una delle pagine più significative della storia del XX secolo ma troppo rapidamente dimenticata. Soprattutto questa narrazione emoziona, provoca turbamento, appassiona e induce a leggere il libro tutto d’un fiato. Ma, al contempo, scopriamo che dietro il linguaggio scorrevole, quasi una conversazione amichevole con il lettore, si collocano concetti profondi sui quali è interessante riflettere perché aprono scenari sulle problematiche, le inquietudini della società contemporanea e sulle possibili vie d’uscita da una spirale di conflittualità che tra etnie, popoli e culture che sembra non avere mai fine.
Imprescindibile, nel libro il riferimento al grande carisma di Mandela che ammaliava le persone di qualunque ceto sociale.
Ma Lo Presti va oltre, oltrepassa il mito di Mandela eroe carismatico per soffermarsi sulla sua profonda umanità come in questo passaggio cruciale “Una questione che mi preoccupava molto in prigione era la falsa immagine che proiettavo involontariamente sul mondo esterno: di essere considerato un santo. Non lo sono mai stato, nemmeno sulla base della definizione terrena di santo come peccatore che non smette mai di provare a migliorarsi.(p. 32).
Allora – si domanda Lo Presti – se era un uomo tra gli uomini, con i suoi limiti, le sue ombre, vizi e virtù, non certo un santo come lui stesso ammonisce, chi era veramente colui che per tutti noi rimarrà comunque forse la personalità più emblematica del XX secolo. Anche qui è lo stesso Mandela che conia la definizione. Cito ancora da “Guerriero e guaritore” :
Quando gli fu chiesto di descrivere “come e in cosa lo avessero trasformato ventisette anni di carcere, lui che era riluttante ed anche estraneo ad analisi psicologiche introspettive perché più proiettato al pragmatismo, infine, quasi esasperato, disse: “Ne uscii più maturo”.
Un punctum particolarmente significativo. Lo Presti, colpito dalla disarmante semplicità e concretezza di questa risposta osserva che specie in questi tempi difficili segnati dalla pandemia (nel libro si fa anche un excursus sui mesi del lockdown) abbiamo bisogno proprio di donne e uomini maturi ”non di leader carismatici, di uomini soli al comando, di politici innamorati del proprio ego”.
A questo punto, il libro si misura con l’aspetto più straordinario ma anche più controverso della vita politica di Nelson Mandela: il modo con cui è riuscito a passare dal regime dell’apartheid a un Sudafrica dove la popolazione di colore assumeva il governo senza cadere nel vortice delle guerre civili ma anzi, dando vita a una nazione arcobaleno
La vicenda storica è nota, ed è altrettanto noto il successo di questo arduo percorso politico. Ma leggendo il saggio di Lo Presti ci accorgiamo che non ne sapevamo poi molto perché di solito tutto si concentra nello stupore per quella forza d’animo che spinse il leader sudafricano, dopo 27 anni di dura prigionia, a non cercare vendetta ma riconciliazione fra bianchi e neri.
Lo Presti coglie questo aspetto centrale ma va oltre per esplorarne le origini e le conseguenze. Vuole capire come si formò questa idea di un perdono non solo individuale ma come fatto politico. Non un’amnistia, come talvolta è capitato dopo le guerre civili ma qualcosa di più profondo e di più incisivo
E la sua ricerca lo porta a farci conoscere che il guerriero è anche guaritore, di ferite che sembravano insanabili.
Questa è la sua caratteristica più peculiare e Lo Presti fuori da ogni dogmatismo religioso, in quanto seguace del Buddismo laico Soka Gakkai, inserisce questa vicenda nel novero della sapienza asiatica, africana e occidentale, della cultura della tolleranza e della riconciliazione per scoprire che il perdono corrisponde al riconoscimento di un principio di interdipendenza carnefice-vittima.
Concetto arduo. Ma Lo Presti spiega come sia complesso il concetto di “restorative justice”, la giustizia “riparativa” elemento essenziale della riconciliazione.
Il caso più noto di giustizia riparativa è l’ azione della Truth and Reconciliation Commission guidata da Desmond Tutu, incaricata di riportare l’ ordine e la riconciliazione nello Stato Sudafricano. E ai lavori della Commissione l’autore di questo libro dedica un intero capitolo sfrondando da semplificazioni e da semplicismi
Si apprende che la Commissione per la Verità e la Riconciliazione fu istituita per rileggere il passato, costruire una memoria il più possibile realmente condivisa e, così, avviare una nuova fase politica dopo le prime elezioni democratiche Nessun sudafricano ha potuto più dire “Io non lo sapevo”.
La Commissione ha lavorato sempre sulla base del diritto. Ha costruito un modello di “giustizia riparativa (p. 59). dove alla filosofia classica della pena, che trova le sue radici nel rispetto della legge, la difesa della società e la rieducazione dell’individuo, ha proposto un modello che parla di riparazione del danno subito, riconciliazione delle parti, rafforzamento del senso di sicurezza collettivo.
Delineati gli obiettivi, il libro entra nel merito e segue i lavori della Commissione per consentirci di capire come è potuto avvenire questo fenomeno della riconciliazione che appare un unicum nel contesto delle crisi internazionali.
Ma più di ogni altra considerazione valgono le parole che il Presidente Mandela pronunciò durante il discorso di insediamento il 10 maggio del 1994: “È giunta l’ora di guarire le ferite. È arrivato il momento di colmare l’abisso che ci divide. È tempo di costruire”…. .E prosegue specificando, appunto, l’impegno a costruire una società in cui tutti i sudafricani, neri e bianchi, potranno camminare a testa alta, senza la paura nel cuore, certi del loro inalienabile diritto alla dignità umana, una Nazione Arcobaleno in pace con sé stessa e con il mondo”
Il libro contiene vari episodi e aneddoti che riguardano il rapporto di Mandela con i suoi carcerieri, con i leaders neri e con i fautori dell’apartheid, della celebre partita di rugby narrata nel film Invictus e di come da quello che era una dei regimi più esecrati del mondo si sia passati senza traumi a una pacifica convivenza … Il miracolo Mandela che può essere un esempio e uno stimolo per chi crede “che ingiustizie planetarie inaccettabili non dovrebbero più essere tollerate e che sarebbe giunto il momento in cui guerre troppo a lungo combattute siano fermate in un’ottica di pace e concordia”.
Gabriele Parenti

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