Il film, fra l’altro premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale, si apre con una scena quasi idilliaca: un piccolo peschereccio, un bambino, uno zio che scherza e gioca con lui e gli insegna ad amare la barca, il mare , la pesca. Ma è solo un flashbach, la macchina si sposta a Boston dove troviamo, tra scene di solitudine e pesante lavoro un Lee Chandler ( Casey Affleck) che lasciata Manchester, lavora come tuttofare in alcuni condomini. Lee non parla molto, specie nella prima parte del film è asociale, chiuso nel suo silenzio e nel suo dolore. Ma è proprio su quel silenzio che Casey Affleck plasma il suo personaggio che gli ha permesso di conquistare meritatamente il suo primo Oscar come Miglior attore protagonista.
La “storia” di Lee inizia con l’annuncio della morte del fratello e da subito il film presenta il lutto come forza distruttrice non solo della famiglia ma anche chi lo vivrà con un forte senso di colpa.
Sarà anestetizzato per sempre Lee che fugge dalla sua città? Per quasi tutto il racconto di una vita “normale” che crudelmente vuole essere vissuta, Casey Afflek non riesce a manifestare reazioni emotive. E’ sommerso e annientato dalla nuova tragedia che lo ha colpito e con lui lo è anche lo spettatore che partecipa al suo smarrimento, al suo dolore, all’inizio senza capire bene da cosa sia determinato, poi, un po’ alla volta impariamo a conoscere quali sono i fantasmi che perseguitano Lee, mentre sullo schermo i flashbach si inframezzano al momento attuale, al nuovo dolore che colpisce Lee.
Ed è così che il film di Kennet Lonergan non ti prende solo gli occhi, ti prende il cuore che senti sempre più pesante. E tutto diventa livido in questo film: la terra desolata della periferia è livida, come la fotografia del film, come livido e desolato è il dolore di Lee.
Un film di una sceneggiatura perfetta, di una regia equilibrata e senza sbavature, un film che evidenzia la perdita, la rassegnazione impossibile, dopo la tragedia non c’è desiderio di riscatto. Lee subisce e accetta il dolore quasi fosse una conseguenza del suo errore. “Nessuno te ne può fare una colpa,…” afferma il poliziotto, ma non è vero Lee se ne fa una colpa una colpa assoluta, una colpa che prosciuga e annienta i suoi sentimenti, una colpa che asciuga tutte le sue lacrime ma lascia intatto tutto il suo dolore.
Ha paura della responsabilità che dovrebbe assumersi come tutore del nipote Lee, ma sarà proprio Patrick che lo porterà lentamente a una qualche forma di dialogo. Non c’è un happy end finale nel film di Lonergan ma nell’ultima scena zio e nipote a bordo del peschereccio pescano insieme. Il cerchio si chiude (la scena iniziale e quella finale sono uguali ) e forse Lee inizierà lentamente quella salita che potrà portarlo fuori dal buco nero del dolore e della colpa.
Maria Rita Monaco

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