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Malattie d’Europa e cure nostrane

di Fabrizio Binacchi | 5 Maggio 2013

Il governo Enrico Letta può servire molto all’Europa non solo come modello di grande coalizione ma come tappa per riflettere che ci vogliono le riforme della riforme, che sono ora più che mai necessarie le nuove visioni, delle nuove pre-visioni che comprendano il concetto della comunità ritrovata non della diffidenza consolidata. 

enrico_letta_2La 48 ore europea  del neo ma già piuttosto presidente Enrico Letta ha segnato una serie di svolte. La prima: che siamo un po’ tutti più europei. Non c’è un’Europa matrigna e cattiva che se non fai bene i conti ti bacchetta e ti lascia aperta la procedura di infrazione ma siamo tutti Europa da Bruxelles ad Atene da Berlino a Roma da Lubiana a Oslo. E la scommessa dei prossimi mese è di farla sentire alle popolazioni la nuova Europa. La seconda: che non ci sono malattie economiche solo italiane o greche o spagnole ma che ci sono malattie europee, che riguardano pure Francia e Germania, e quindi occorrono riforme europee. Senza sbagliare cure come è successo purtroppo in passato. Terzo: fare i conti bene in casa per confrontarsi nella casa più grande che è l’Euriopa e che le cure nostrane sono solo una pre-terapia per una cura generale effettiva. Capito questo, al netto dell’Ocse, saremmo già a buon punto. Anche il bla bla bla su imu e rigore, su crescita e tenuta delle imprese  si svuoterebbe finalmente di significato. Perché il percorso sarebbe quello del “fare subito” non del “rinviare” . Quindi il viaggio quasi lampo di Letta all’indomani della fiducia è servito alle diplomazie ma soprattutto alle genti. Anche parlando un po’ in inglese, un po’ in italiano e un po’ in francese nella conferenza stampa post cappuccino con  Barroso, il presidente del consiglio italiano ha messo a segno punti internazionali e nazionali. Ha spiegato che “o siamo tutti Europa o l’Europa delle pagelline non ha senso” , che ci vogliono austerità e rigore insieme con progetti e visioni di crescita e sviluppo non solo e non per gli stati nazionali ma per la stessa Europa. L’Unione europea non è un’altra cosa rispetto al destino degli stati singoli. E questo fa la differenza. L’Ocse loda l’Italia che “ha compiuto notevoli progressi rafforzando le finanze pubbliche e adottando una vasta serie di riforme destinate ad incoraggiare la crescita economica”. Ora però “il nuovo governo deve garantire il rafforzamento di tali progressi e il perseguimento della medesima strada”. Parole chiave, ma mettetevi d’accordo sui numeri. Certo i tre incontri hanno avuto valenze diverse: nella prima tappa a Berlino ha spiegato alla Merkel che, pur con  le elezioni tedesche alle porte, si deve capire che l’Europa non è una più una successione di vertici più o meno notturni con tensione reciproca su quella o questa diffidenza ma una convergenza comune su punti anche distanti. Poi a Parigi con Hollande la scena più confortante e quasi più familiare: una intesa non solo politica ma proprio di visione strategica. Parigi e Roma guidano il gruppo di Stati che hanno capito per primi che senza sviluppo e segnali di ripresa non si possono imboccare le strade del risanamento. A Bruxelles il coronamento anche affettivo nel quale oltre al rispetto e alle cortesie si è arrivati a chiamarsi in conferenza stampa per nome. Enrico, Manuel. Un buon inizio. Il governo Enrico Letta può servire molto all’Europa non solo come modello di grande coalizione ma come tappa per riflettere che ci vogliono le riforme della riforme, che sono ora più che mai necessarie le nuove visioni, delle nuove pre-visioni che comprendano il concetto della comunità ritrovata non della diffidenza consolidata.

Pubblicato in : CornerBlog

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

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