Forse uno dei film più belli di Ozpetek che mescola generi e storie, passando dalla commedia alla suspence, al dramma con personaggi veri o fantasmatici.

C’è un evidente gioco di specchi fondamentale nella struttura del racconto (cosa vedi nello specchio, chi c’è nello specchio, come ti vede lo specchio , cosa riflette lo specchio?) E nello specchio affiorano e si riflettono, i personaggi di un’altra storia, “fantasmi” che esigono attenzione e comprensione . personaggi che si specchiano negli occhi di Pietro e fanno sì che anche Pietro si specchi e si scopra nei loro, quasi avessero bisogno di questo continuo confronto per potresti riappropriare della loro storia personale e portarla fino in fondo; sono personaggi quasi pirandelliani, sono 8 stavolta, ma come i “Sei personaggi” sono alla ricerca di un regista che li aiuti a capire la loro storia, che li faccia finalmente arrivare ad una conclusione, alla conoscenza della loro fine.
Ozpetek mescola generi e storie, passando dalla commedia alla suspence, al dramma con personaggi veri o fantasmatici.
C’è un giovane incerto su quasi tutto, perfino sulla sua sessualità.Pietro è , come da sua stessa definizione, “un gay che non riesce ad essere gay, figuriamoci ad essere etero” ma solo su una cosa non ha dubbi : vuole fare l’attore e non importa se la sua inflessione dialettale (arriva da Catania a Roma) lo mette in difficoltà come pure la sua mancanza di impostazione scenica.
Pietro vive nel ricordo e nel rimpianto di un “amore” non corrisposto e non si accorge della possibile “storia” che potrebbe nascere con il vicino di casa Paolo con il quale riesce solo a scambiare una serie di sguardi che non portano ad altro.
Per mantenersi e potersi permettere una casa lontano dalla cugina troppo invadente non esita a fare il pasticciere, tutta la notte impasta e informa cornetti , mentre parla dei suoi sogni con gli addetti alle torte che, stranieri, non capiscono una parola dei suoi lunghi monologhi. Ma in questa “non comprensione” si può leggere la difficile integrazione di chi non è “omologato” in questa nostra società del politicamente corretto che finge di accettare tutti per meglio differenziarli ed emarginarli.
C’è una sorta di veggente che tutto sa e tutto può. Un cameo di Maurizio Coruzzi che, smessi i panni di Platinette , impersona il grande sapiente in un ambiente che sa quasi di solfureo.
Quale occasione migliore per un aspirante attore finire in una casa “abitata” da strane presenze che all’inizio lo impauriscono e poi diventano sempre più materiali e tangibili?, In cambio della sua attenzione cercano di insegnargli come ci si muove in scena, quali atteggiamenti tenere, come impostare la voce, come usare il corpo…peccato che lo facciano con le stesse mosse, le stesse intonazioni, gli stessi particolari di attori teatrali degli anni ’40.
“Dove siete? Non avete il coraggio di farvi vedere, vero? Bei consigli mi avete dato, mi hanno preso per pazzo.” Grida Pietro tornando dall’ennesimo provino fallito all’indirizzo dei suoi “maestri”.
Ma chi è la “magnifica presenza” del titolo? Forse Elio Germano (Pietro) che diventa quasi regista per permettere ai “fantasmi” di conoscere e accettare la propria storia, per potere essere finalmente liberi e pacificati, in grado di trasmettere il fuoco della passione da attori di teatro, ad un aspirante attore.
Oppure è Livia un’Anna Proclemer “ magnifica presenza” del nostro teatro che, nelle poche scene in cui appare dà uno spessore particolare e un’emozione fremente alla storia/vita dei fantasmi confinati nel villino di Monteverde. Ed è proprio partendo da questa interpretazione cinica da prima donna quale è stata per anni nella storia del nostro teatro che il regista ci porta alla modernità del contemporaneo con il Teatro Valle attualmente occupato e autogestito.
Come in altri film di Ozpetek è il passato che invade il presente , lo condiziona in un certo senso inserendo una sorta di saggezza di chi è disposto a mettersi in gioco: “Non ti svegliare. Finché dormi sei il mio segreto. Se ti svegli sarai vero…e di tutti” sussurra lo scrittore a Pietro che finalmente ha preso sonno allontanandosi dalle paure che i “fantasmi” suscitano in lui.
E sarà dell’empatia che lega ogni giorno di più Pietro e i fantasmi che coabitano con lui e dall’incontro con l’unica attrice sopravvissuta che si dipanerà la matassa della storia degli “8 personaggi” denunciati e traditi da Livia, la sopravvissuta “Eravamo in guerra ma noi bevevamo champagne”che in quel teatro, che è la vita quotidiana, si parlerà finalmente di fascismo e antifascismo (evidente la nostra incapacità chiudere i conticon il passato) in quella recita terribile delle passioni umane evocata dal cameo di Anna Proclemer.
Tutto concorre a sottolineare la cifra di Ozpetch, dalla musica al continuo intersecarsi tra passato e presente, e se qualche volta si ha l’impressione che il film si avviti su se stesso, possiamo tranquillamente dire che il regista, ancora una volta, ci ha provato e, lasciatemelo dire, fortuna che c’è ancora chi tenta di dare una certa professionalità e un po’ di cuore e intelligenza al cinema italiano.

Bellissima recensione sono d’accordo su tutto, e aggiungo che per amare questo film bisogna amare anche il teatro e conoscerlo…
Infatti il film è anche e soprattutto una dichiarazione d’amore per il teatro