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Macelleria cipriota

di Enrico Cisnetto | 30 Marzo 2013

La crisi dell’euro. E dell’Ue

Distratti da Grillo, non ci accorgiamo di quello che i “nordici” ci stanno combinando.

cipriotaComunque vada, sarà un disastro. Se a Cipro, come taluni temono, il blocco alla libera circolazione dei capitali non dovesse funzionare, assisteremmo ad una fuga di massa del denaro dalle banche dell’isola verso altri lidi, con il conseguente crollo del paese e la sua inevitabile uscita dall’euro, ma probabilmente si sarà scongiurata un’analoga fuga “per imitazione” dagli altri paesi ritenuti a rischio contagio (Italia compresa). Se, invece, l’operazione cipriota dovesse funzionare, allora ai problemi di Nicosia sarebbe messa una pezza, ma si aprirebbe un gigantesco “buco” nei sistemi bancari dei paesi del possibile “contagio”. Presi come siamo dalla telenovela italiana del “governo che non c’è” (tentativo Bersani) e da quella del “governo che non c’è più” (Monti dopo il caso India e il mancato decreto sui debiti delle pubbliche amministrazioni verso le imprese), non ci siamo accorti più di tanto delle implicazioni della “macelleria” fatta a Cipro.

L’Italia non è in prima fila, davanti al plotone d’esecuzione tedesco-olandese, ma quando si stimolano istinti primari di sopravvivenza possono succedere cose anche irrazionali, e ci si trova spinti nell’occhio del ciclone senza neppure accorgersene. Il ministro tedesco Schauble, panzer della linea dura, ha ricordato agli europei che le garanzie offerte dai governi valgono solo se i governi che le forniscono hanno la capacità finanziaria di sostenerle (e dunque valgono molto poco). Il suo collega olandese dal nome impronunciabile, Jeroen Dijsselbloem, eletto ministro delle Finanze da pochi mesi e già diventato presidente dell’Eurogruppo sostituendo un grande vecchio dell’establishment europeo come Jean-Claude Juncker, ha detto che Cipro non resterà” un caso isolato e che le banche deboli meritano di fallire, ed i loro creditori, i correntisti, meritano di perdere i loro risparmi. Mettendola così, sembra davvero che vogliano provocare una bank run nell’eurozona.

Per carità, i “nordici” hanno le loro ragioni quando contestano la coesistenza di elevati debiti pubblici e di altrettanto grandi ricchezze private, perché è vero – e in Italia, se ci facessimo un esame di coscienza su cosa è accaduto negli anni delle vacche grasse, dovremmo ammetterlo – che quelle fortune, piccole e grandi, in buona misura sono state accumulate a spese dello Stato. E, dunque, è logico chiedere ai privati detentori di patrimoni (si tratta naturalmente di definirne l’entità) di mettersi una mano sulla coscienza e una al portafoglio. Ma avendo bene a mente due cose fondamentali. La prima: il prelievo può (deve) essere forzoso, ma non può essere in alcun modo punitivo. E tra i due concetti c’è una differenza più grande di quanto non possa apparire a prima vista: se pensi e comunichi una manovra di sviluppo, è solo forzoso, mentre se la manovra è redistributiva, e magari condita da parole d’ordine tipo “anche i ricchi devono piangere”, allora diventa anche punitiva. La seconda: non si possono applicare misure del genere in momenti di recessione, perché significa aggravarla.

Bill Emmott dice che quando le crisi sono di natura bancaria, come quella di Cipro, la risposta deve essere una combinazione di sostegno finanziario e punizione. Giusto. Ma punizione verso chi? Un conto sono gli azionisti, i manager, e un altro i correntisti. A Cipro ci sono correntisti “speciali” perché trattasi di off-shore? Vero. Ma questo l’Ue lo sapeva anche prima di ammettere l’isola nell’eurosistema. Bisognava evitarlo. Insomma, non basta avere ragione, bisogna vedere le conseguenze che si innescano. Gli Usa hanno fatto bene a far fallire la Lehman? Sul piano teorico sì, su quello pratico molto meno. E anche in termini di moral suasion, non mi sembra che la lezione sia servita a molto.

A volte serve più la fantasia che il rigore. Per esempio, nel caso di Cipro si potrebbe prendere i classici due piccioni, favorendo il passaggio di Nicosia sotto Ankara, dal punto di vista monetario e anche politico. C’è già un piano di Egemen Bagis, ministro forte del governo turco. Qual è il secondo piccione? Portare la Turchia in Europa. È da tempo che Erdogan e i suoi vorrebbero, ma finora gli europei – mostrando tutta la loro miopia, non solo economica ma anche e soprattutto geo-politica – hanno nicchiato. Ora che la Turchia, hub energetico di importanza strategica primaria, si avvia a diventare la decima potenza economica mondiale (pur rallentato, il tasso di crescita si mantiene sopra il 4%), è il momento di riaprire il discorso. E il salvataggio di Cipro è l’occasione giusta. Altro che rapinare i conti correnti e bloccare i capitali.

Pubblicato in : Editoriale

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

Interazioni del lettore

Commenti

  1. michele

    1 Aprile 2013 alle 23:26

    Io mi chiedo chi ha fatto entrare in Europa tanti falsificatori di bilancio!!!E comunque mi sembra molto molto sospetta questa difesa ad oltranza che tutti i media stanno facendo dei capitali mafiosi russi ed italiani. A me sembra del tutto giusto prelevare un pò di capitali mafiosi ( non mi sembra che c/c di 100.000 euro e superiori siano tipici di ciprioti con redditi intorno ai 10.000 euro annui) per il bene di Cipro e dell’Europa

    Rispondi

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