Se come appare abbastanza probabile i risultati dei ballottaggi confermeranno e rafforzeranno le tendenze emerse nel primo turno si aprirà per il nostro Paese e per le forze riformiste in generale una nuova stagione.
Un successo ai ballottaggi avrebbe sicuramente il significato di una sconfitta netta del “neolaurismo”, in verrsione Berlusconi-Bossi-Moratti-Lettieri.
Si fa davvero fatica a pensare che milioni di cittadini siano talmente fragili da cadere nella trappola di chi dimostra di considerare, proprio mentre ricorre il 150° anniversario dell’unità d’Italia, lo stato unitario come una sorta di grande torta da tagliare a fette e da distribuire a destra e a manca, pensando così di attrarre voti.
Nel dopoguerra, si parlava molto dei boss che sarebbero arrivati addirittura a distribuire una scarpa prima del voto e l’altra a voto avvenuto.
Si trattava, occorre ricordarlo, di gente che veniva considerata “di malaffare”, della quale era consigliabile parlare il meno possibile. Ora, invece, le proposte oscene le fanno direttamente i leader di governo e le vanno a spiattellare 24 ore su 24 in radio e televisioni.
Se, come è possibile, queste ultime ridicole e offensive trovate sortiranno effetti diversi da quelli sperati da chi le ha pensate e proposte, potrà aprirsi davvero una nuova stagione, che avrà le sembianze di una nuova festa di liberazione, che potrebbe trovare il suo punto culminante in una grande partecipazione al voto referendario del 12-13 giugno p.v.
E’, però, vero che la sconfitta definitiva del berlusconismo non significherebbe di per sé la certezza che si è trovata finalmente la cura giusta per tutti i mali che affliggono il Paese. Significherebbe, tuttavia, che si sono poste almeno le premesse indispensabili. Basi dalle quali partire per approdare rapidamente all’elaborazione di un programma di risanamento politico, sociale e produttivo del Paese, che partendo dall’emergenza guardi con chiarezza ai prossimi anni. Gli schieramenti politici dovrebbero, quindi, essere in sintonia con il programma e non viceversa.
Nel compiere questo sforzo di elaborazione politica e programmatica e di tessitura delle alleanze, occorre recuperare, e subito, una grande capacità di collegamento con l’Europa. Continuare a ripetere che, senza l’Europa non si va da nessuna parte, anche se è corretto, non ci fa compiere passi in avanti. L’Europa ha grandissimi problemi sociali e politici, difficili da affrontare.
Nel farlo, le istituzioni europee arrancano e quando la mediazione finisce per prevalere sui contenuti, le risposte sono tardive e talvolta anche inefficaci. La situazione in Europa si complica, anche per il fatto che un vero sindacato europeo ancora non c’è e che particolarismi e nazionalismi ne frenano il definitivo decollo.
Va tenuto conto anche che le forze riformiste danno sì qualche segnale di ripresa, ma si dimostrano impacciate e in ritardo nel fare i conti con fenomeni, che spesso vengono etichettati come “frammentazione e disgregazione” e che, invece, andrebbero letti come spia del sorgere di nuovi movimenti e di modi diversi, soprattutto da parte dei giovani, di intendere la politica e la stessa democrazia, come sta succedendo in Spagna.
La crisi del berlusconismo pone, oggi, problemi non solo alle forze politiche italiane, ma anche all’insieme delle forze sociali. La Confindustria sembra, al momento, incapace di affrontare sia la crisi del Paese sia quella più specifica che investe il mondo imprenditoriale, il quale tende sempre più a trascurare il valore di una rappresentanza collettiva, che dovrebbe essere invece esaltata, anche quando si intendano difendere interessi settoriali.
Sul versante della piccola e media impresa, che rappresenta buona parte della realtà economica e produttiva del Paese, la nuova alleanza promossa dalle associazioni del lavoro autonomo, stenta ad affermarsi e, in più di un’occasione, dimostra di essere eccessivamente sensibile alla difesa di interessi corporativi. Va detto, con chiarezza, che problemi seri si pongono anche al sindacato, che, piaccia o no, se vuole contribuire a creare le condizioni per far uscire il Paese dalla crisi deve recuperare slancio progettuale e, soprattutto, unità.
Slancio progettuale nella elaborazione di piattaforme, che diano risposte ai problemi di oggi e anticipino le soluzioni per quelle di domani. Rifiutare la logica dei due tempi non può più rappresentare un’affermazione che si fa nel corso dei convegni.
Occorre recuperare l’unità perché è dimostrato che, senza di essa, con l’intero mondo del lavoro diviso in due metà, che grosso modo si equivalgono e che giustificano la loro esistenza, rimproverando all’altra metà mancanza di autonomia, sudditanza al governo o all’opposizione, non si possono nutrire grandi ambizioni.
Gli appelli di Napolitano all’unità non fanno affatto il gioco di una delle due metà. Continuare ad accreditare questo sospetto significa non solo offendere la sensibilità del Presidente, ma cercare di tirarlo dalla propria parte; gli appelli continui in senso contrario del Ministro Sacconi non portano vantaggi a quella delle due metà, della quale, in certi momenti, il Ministro sembra volersi intestare la rappresentanza.
Forse, è venuto il momento di prendere atto che il sindacato è, sì un’organizzazione della rappresentanza di interessi, ma che, come in passato ha più volte dimostrato, il suo interesse principale rimane il Paese nel suo complesso.
Acquisire questa consapevolezza dovrebbe significare che ci si può dividere anche “di brutto” sui tanti aspetti del ruolo e della funzione sindacale, si possono avere giudizi diversi e anche molto contrastanti sull’operato del governo, delle opposizioni, di singoli ministri, ma è politicanmente e anche moralmente obbligatorio scegliere di andare uniti agli appuntamenti che chiamano in causa i destini del nostro Paese.
Che in questa fase, siano in ballo i destini dell’Italia lo hanno capito gli elettori del primo turno e dovrebbero capirlo meglio anche le forze politiche e sociali. Se non saremo in grado di recuperare uno spirito di appartenenza e di partecipazione trasparente alla cosa pubblica, continueremo a far dipendere le nostre decisioni dagli indici, quasi costantemente negativi, dei vari istituti politico-finanziari internazionali.
A partiti e sindacati si impone la scelta di guardare maggiormente ai problemi di giovani, donne e anziani, piuttosto che alle pagelle licenziate da tutti questi eterei istituiti transnazionali.
Silvano Miniati e Silvano Sgrevi (avantidelladomenica.it)
*Network Sinistra riformista

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