
(fonte Wikimedia Commons)
Non si ha il coraggio di dire che gli oltre 120 mila migranti arrivati in Italia da inizio anno non rappresentano certo un’invasione; sia perché una buona parte di loro prosegue il proprio cammino verso l’Europa del Nord sia perché il nostro è un grande Paese in crisi demografica – dal 2014 l’Italia ha perso circa due milioni di abitanti – che per questo ha bisogno di forza lavoro in molti settori e di persone per ripopolare città e territori, soprattutto al Sud, se non vuole arretrare e ripiegare su se stesso.
Non si ha la forza di dire che bisogna consentire di emigrare dall’Africa subsahariana con regolari e controllati permessi, col passaporto su voli regolari, evitando i più costosi – e a rischio di morte – attraversamenti del deserto e del mare nelle mani di aguzzini.
Non si ha senso di responsabilità per dire che occorre una politica per l’accoglienza che indirizzi i migranti verso i territori spopolati e i settori di lavoro dove c’è carenza di manodopera.
L’esperienza di Mimmo Lucano a Riace, forse proprio per questo perseguitato dalla magistratura, insegna che è possibile ripopolare e salvare con i migranti interi paesi.
In definitiva, non si vuole avere il coraggio di prospettare l’immigrazione come un problema serio e allo stesso tempo una sfida che può essere vinta e costituire una grande opportunità di crescita e dinamismo per un paese troppo invecchiato e stanco.
Non si fa una politica lungimirante ma si strumentalizza un fenomeno per mettere paura ai cittadini con teorie false e razziste e si mira a conquistare voti promettendo che si fermeranno i “flussi migratori”.
Poi siccome accade che, malauguratamente, gli arrivi aumentino proprio quando la destra è al governo, ecco allora che si riproduce l’emergenza e la necessità di intervenire, di dire e di fare subito qualcosa per provare a recuperare la faccia che Meloni mette quasi su tutto e che ormai è abbondantemente persa.
Così, dopo l’inutile inasprimento delle pene per i cosiddetti “clandestini”, la ignobile gara tra Meloni e Salvini nel mostrarsi più inflessibili contro i migranti scivola pericolosamente sul tema dell’uso della forza militare.
Entrambi, presidente e vicepresidente del governo, parlano di impiego delle forze di Difesa, di blocco navale e, per chi entrasse, di galera più lunga in campi di concentramento da costruire in tutta fretta e – precisano – distanti dall’abitato.
Lunedì il governo si riunirà e il clima suscitato è di aspettative di grandi novità nelle politiche contro i migranti, i derelitti e i naufraghi.
Ormai si attende una vera dichiarazione di guerra per difendere la patria e l’identità nazionale.
Vedremo fino a che punto avranno la spudoratezza di spingersi e di passare ai fatti.
Si può ancora sperare che in gran parte saranno parole, perché a impedire che accada il peggio ci sono i trattati internazionali, la legge del mare, l’Unione Europea con le sue regole.
Soprattutto, nonostante i cambiamenti climatici, tra poco arriverà l’autunno e il mare diventerà impraticabile per i barchini dei migranti, la cui tragedia sparirà per un po’ dalle prime pagine dei giornali e dalle aperture dei telegiornali.
Resterà comunque la mancanza di una politica seria su uno dei temi più importanti della nostra vita comune; soprattutto si consoliderà l’idea che è normale ciò che invece è orrendo come appunto il fatto usare la vita delle persone per la propaganda politica, calpestarne i diritti umani, di essere indifferente di fronte alle sofferenze e alla morte del prossimo.
Cresce il dubbio e il ragionevole timore che tutto questo accumulo di odio finisca prima o poi per scatenarsi e che un giorno si arrivi davvero a quello che Meloni si lasciò sfuggire in una trasmissione televisiva e che oggi, nel ruolo di premier, dice di considerare criminale: affondare i barchini con la Marina militare.
Salvini ne parla apertamente, anzi rivendica questa primazia dell’orrore mentre bacia il crocifisso e propone una legge che obblighi ad esporlo.
Bisogna davvero riconoscere che, quanto a difendere Dio e la patria, il truce”, rispetto a Meloni, è sempre un po’ più avanti con il lavoro.
Enrico Rossi

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