
Si parla continuamente dei coloni israeliani in Cisgiordania, quasi fossero una misteriosa popolazione di invasori arrivati dal nulla, decisi a impossessarsi di una terra con la quale non avrebbero alcun legame. Ma chi sono realmente questi coloni? Da dove vengono? E soprattutto, che cosa ci fanno in quella regione? Per rispondere bisogna conoscere la storia, possibilmente quella vera, non quella confezionata per alimentare la propaganda politica.
Cominciamo da un particolare che molti sembrano ignorare. La Cisgiordania comprende una parte considerevole degli antichi territori della Giudea e della Samaria, regioni nelle quali la presenza ebraica risale a quasi tremila anni fa. Qui sorsero città, comunità, luoghi di culto e centri della civiltà ebraica molti secoli prima della nascita del cristianesimo e dell’Islam. Hebron, Betlemme, Gerico e Gerusalemme appartengono a una storia che non comincia certamente nel 1948, quando venne proclamato lo Stato di Israele.
A Hebron, per esempio, esisteva una comunità ebraica secolare. Nel 1929, durante le violenze antiebraiche, furono massacrati 67 ebrei e i sopravvissuti vennero evacuati dalle autorità britanniche. Alcune famiglie tornarono successivamente, ma nel 1936 anche quella presenza terminò. Nel Gush Etzion, a sud di Gerusalemme, esistevano comunità agricole ebraiche fondate prima della nascita di Israele, distrutte durante la guerra del 1948. Quando nel 1967 gli israeliani tornarono in quelle località, in alcuni casi non stavano fondando comunità completamente nuove, ma ricostituendo insediamenti dai quali gli ebrei erano stati allontanati. Una differenza storica tutt’altro che trascurabile.
E veniamo al punto centrale. Dal 1948 al 1967 la Cisgiordania rimase sotto il controllo della Giordania, che la annesse nel 1950. Non era uno Stato palestinese indipendente, ma un territorio amministrato da Amman. Nel 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni, Israele conquistò la Cisgiordania e Gerusalemme Est. Da quel momento cominciò la costruzione degli insediamenti israeliani moderni, prima per ragioni prevalentemente strategiche e di sicurezza, successivamente anche per motivazioni religiose, nazionalistiche ed economiche.
Oggi, dunque, con il termine coloni si indicano i cittadini israeliani che risiedono negli insediamenti costruiti oltre la linea armistiziale del 1949. Sono centinaia di migliaia di persone, ma considerarli un’unica categoria politica e ideologica è un errore grossolano. Ci sono famiglie religiose convinte di vivere nella terra dei propri antenati, israeliani laici, lavoratori che hanno acquistato abitazioni meno costose rispetto a quelle disponibili nelle grandi città e persone nate in quegli insediamenti, che non hanno mai conosciuto un’altra casa. Ci sono anche gruppi estremisti che rivendicano il controllo dell’intero territorio e ricorrono alla violenza contro i palestinesi. Confondere tutte queste realtà significa rinunciare a comprendere il problema.
Naturalmente esiste una questione giuridica che non può essere ignorata. La comunità internazionale considera gli insediamenti contrari al diritto internazionale e la Corte internazionale di giustizia lo ha ribadito nel 2024. Israele contesta questa interpretazione, richiamando i propri legami storici con il territorio e la particolare situazione giuridica precedente al 1967. Ma la questione fondamentale è distinguere tra il rapporto storico di un popolo con una regione e la legittimità delle politiche con cui uno Stato ne modifica l’assetto territoriale. Sono due questioni differenti e confonderle non aiuta nessuno.
Esiste poi un altro aspetto sul quale non possono esserci equivoci. Il diritto alla sicurezza degli israeliani non autorizza aggressioni, intimidazioni o espropriazioni arbitrarie ai danni dei palestinesi. Chi aggredisce contadini, incendia proprietà o tenta di cacciare intere famiglie dalle proprie abitazioni deve risponderne davanti alla legge, esattamente come chi organizza attentati contro i civili israeliani. La responsabilità penale è individuale e non può trasformarsi in una condanna collettiva.
Il problema, tuttavia, è anche politico e istituzionale. Una convivenza fondata sul diritto richiede istituzioni autorevoli, una magistratura indipendente e un’autorità capace di garantire il rispetto delle leggi. Ed è proprio qui che emerge una delle grandi contraddizioni della questione palestinese. Dopo decenni di trattative, accordi falliti, divisioni interne e responsabilità politiche, i palestinesi non dispongono ancora di uno Stato pienamente sovrano, democratico e dotato di un ordinamento giuridico unitario. L’Autorità palestinese possiede proprie istituzioni, ma non esercita un’effettiva sovranità sull’intero territorio. Una condizione che non cancella i diritti della popolazione, ma rende assai più difficile costruire quella responsabilità istituzionale reciproca senza la quale qualsiasi prospettiva di convivenza rimane soltanto una dichiarazione d’intenti. E su questo le responsabilità della dirigenza palestinese, come quelle israeliane, non possono essere ignorate.
Ed è proprio qui che il dibattito pubblico mostra tutti i suoi limiti. La storia ebraica della Giudea e della Samaria non può essere cancellata per sostenere una rivendicazione palestinese, così come quella stessa storia non può essere utilizzata per negare i diritti delle popolazioni arabe che vi abitano da generazioni.
La Cisgiordania non è un territorio senza passato, né una terra sulla quale una sola popolazione possa rivendicare una memoria esclusiva. È una regione contesa, nella quale convivono rivendicazioni nazionali, religiose, storiche e giuridiche che nessuno slogan potrà mai risolvere.
Perciò, prima di utilizzare la parola colono come sinonimo automatico di criminale, sarebbe opportuno distinguere tra chi abita in un territorio, chi rivendica un diritto storico e chi commette materialmente un abuso.
Perché conoscere la storia non significa giustificare tutto ciò che avviene nel presente. Significa, molto più semplicemente, evitare di raccontare soltanto la parte che fa comodo.
E soprattutto significa comprendere una cosa: gli ebrei non sono comparsi in Giudea e Samaria nel 1967. Erano parte della storia di quella terra migliaia di anni prima che qualcuno decidesse di chiamarla Cisgiordania.
Piero Terracina

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