Non ci piace alcuna distinzione di genere, tantomeno ci piacciono le banalità sessiste, ma è indubbiamente vero che ci sono diversità di approccio e di analisi dei problemi che distinguono un uomo da una donna, riconducibili perlopiù ad un pragmatismo sano, razionale, operativo senza il quale, ammettiamolo, le donne nei secoli non sarebbero sopravvissute alle oggettive situazioni di discriminazione, subordinazione e segregazione cui sono state costrette. In questa chiave abbiamo letto, e francamente approvato, la relazione tenuta da Antonella Mansi, Presidente di Confindustria Toscana, all’assemblea regionale della sua associazione, in presenza del Governatore della Regione Enrico Rossi, chiamato in causa a rispondere con concretezza sul fallimento del cosiddetto “modello toscano” che, alla prova della crisi economica mondiale, ha mostrato tutta la propria inadeguatezza, soprattutto in termini di capacità produttiva, di sfruttamento delle risorse, di adeguamento alle necessità logistiche ed imprenditoriali, tutte voci in negativo di una crescita lentissima ed appena ai limiti della sufficienza.
La definizione – splendida – che abbiamo utilizzato nel titolo di questo pezzo, è della Mansi, che ha mirabilmente sintetizzato il presunto “modello toscano” con questa frase: “Capisco la logica del cipresso, ma non capisco l’ideologia del cipresso”, con ciò indicando impietosamente tutta la fuffa ideologica che sta dietro al mancato sviluppo di una regione che dovrebbe essere fra le prime del nostro paese, che avrebbe tutto per essere un traino a livello nazionale della nostra economia – e non solo di quella – e che invece si dibatte in un limbo di terza categoria dove si vivacchia ma non si cresce di un millimetro. L’analisi precisa, circostanziata ed impietosa della Mansi radiografa senza sconti e zone d’ombra la condizione di stallo che la Toscana vive da ormai troppo tempo e che è il frutto di scelte politiche maturate in oltre cinquant’anni di governo ininterrotto della sinistra che ha fatto dell’alto consenso elettorale un mezzo di conservazione piuttosto che un volano dello sviluppo. La capillare penetrazione nelle realtà locali, il radicamento territoriale, la possibilità di governare ovunque, nei piccoli comuni come nei grandi, in Regione come in tutti gli enti locali, non si sono trasformati in un verticale innalzamento di capacità mirate ad una crescita costante e produttiva che ricadesse sull’intera comunità, quanto piuttosto in una mera occupazione del potere a tutti i livelli che ha di fatto costituito uno stallo sempre più accidioso: in sintesi, se la cantano e se la suonano fra di loro, con l’unico obbiettivo di mantenere un consenso clientelare che ha costi altissimi in termini di spesa pubblica, a fronte di modestissimi ritorni in termini di benessere diffuso. Per anni siamo stati cullati nell’illusione – specie dal precedente Governatore Martini – che la Toscana non fosse una regione ma un Granducato, immune da ogni contagio esterno fino al punto di non applicare neanche le leggi dello stato, una sorta di isola felix dove l’ombra di un cipresso è sufficiente a fermare le grandi infrastrutture necessarie a collegarci con il resto del mondo, dove il cinquanta per cento dei cittadini – dato diffuso dalla Regione – vive e lavora grazie al partito di maggioranza, dove una impressionante burocrazia locale mette in ginocchio la piccola e media impresa, di cui il nostro territorio è disseminato, dove le nostre Università, un tempo di eccellenza, sono dominate dalla lobby del partito e non sono più in grado di attrarre intelligenze se non supinamente allineate, dove il mito fasullo della sanità toscana si scontra ogni giorno con la realtà di carenze, ritardi, strutture insufficienti che i cittadini conoscono bene. Come ha ben detto la Mansi nella sua conclusione: “Basta con la sindrome di Asterix, bisogna aprire il fortino! Non sono pazzi tutti gli altri, fuori dalle nostre mura c’è il mondo”, ovvero: finiamola con la sindrome da Granducato e misuriamoci a livello nazionale e mondiale secondo le nostre effettive possibilità. La politica è stata chiamata direttamente in causa, ma le prime risposte non lasciano sperare nulla di buono: il Governatore Rossi ha sostenuto che il “modello toscano” è vivo e lotta con noi, ovviamente, promettendo solo tagli alla spesa pubblica che però, ne siamo quasi certi, non andranno in alcun modo a toccare i clientelismi perché non scherziamo, alle prossime elezioni bisogna vincere ed il consenso, qui, lo si governa con i posti di lavoro mica con i programmi convincenti per uno sviluppo che ricada positivamente su tutti noi. Dunque, ci pare che il progressivo tramonto di una Toscana sempre meno competitiva e produttiva sia destinato a continuare, ma siamo grati ad Antonella Mansi di averci provato, di aver smosso le acque, soprattutto di averci offerto un’analisi impietosa e realistica della situazione come solo una donna pragmatica ed in cerca di vere soluzioni sa fare. Se questo fosse un paese civile, e purtroppo non lo è, si darebbe finalmente più spazio alla straordinaria risorsa dell’intelligenza femminile invece di relegarla al punto da risultare l’ultimo dei paesi europei per l’occupazione femminile; ma tant’è, siamo in Italia, che ci volete fare?!
ChiBo

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