Ci siamo abituati, negli anni ’80, alla propinata illusione dei “meriti e bisogni” e delle “povertà vecchie e nuove”. Slogans di un ideologismo idiota e falso fomentato e possibile dalle deficienze di un progetto politico sincero e post-moderno (orribile circoscrizione storicistica).
Ancorato alla apparente emergenza del “tutto possibile e subito” della tematica economica e sociale degli Stati Uniti d’America. Giocata in “battaglie navali” tra gli imbecilli osannati delle analisi tecnocratiche. Nuovi “regipalle” (termine per definire i serventi degli aritocratici del tempo che fu, adoperati quali antesignani degli stimolatori) di ogni forma di sfruttamento uomo-uomo.
Slogans di cui la “sinistra” odierna, sinistramente, si viene, in vario modo, a dichiare legittima erede e vessillifera. Peraltro con il consueto –o favorevole- ritardo di contemporaneità.
Io, no!
Già in quell’epoca, opponendo che si confondesse –come si è confuso e si confonde- il merito con la povertà, che si rendesse possibile una manipolazione strumentale tra il bisogno e la conquista del bisogno, la distribuzione elitaria del bisogno, contestai, inascoltato ed escluso, una simile, beffarda, “esortazione” al nuovo sociale”.
Non credo, ancora, nella conquista, nella dimostrazione dei “meriti” di una bambina ovvero dei “meriti” di un ex lavoratore. Tali per attingere alla necessità dei propri bisogni: se bisogno, altrimenti, non è che il morire al pronto soccorso di un ospedale o non avere una casa per essere cittadini o mancare dell’essenziale per essere umani, eruditi, consapevoli e vivi.
Inseguo le mie fantasticherie sociali. Vero! Voglio esser fantastico e sincero. Per quel che penso e sono.Giacobino demodé.
E penso che la truffa al disadattamento, provocata dagli slogans, abbia sollecitato attese di fameliche certezze che hanno disperso ogni patrimonio di ricerca di valori e di applicazione, ad essi, delle intelligenze e delle sensibilità sociali; financo mistificando le genetiche.
Discorso complesso che investe più soluzioni, più campi. Valga per tutti, uno.
Su questi slogans si è costruito il mito delle impellenti necessità dei giovani. Eretto un santuario desolato di frenesia e di impossibilità.
Una volta, narrano le storie delle nostre umili famiglie, il più anziano “tirava” per il più giovane, e così via. Vi era, cioè, in una pur deprecata società contadina e non industriale (altra “battaglia navale”), patriarcale, lo svolgersi e l’affermarsi di un principio di solidarietà, di unione, di sacrificio in cui il più anziano assumeva la responsabilità delle vite che lo seguivano. Come succedeva nelle botteghe d’arte e di mestieri.
La frenesia dei “meriti e bisogni” in cui ciascuno è proiettato ad allontanare le “povertà vecchie e nuove” -dove queste, senza risorse, sono solo l’investitura sociale della conflittualità permanente, della violenza, del ribellismo- ha stravolto, ignorato, il significato della parola “disperazione”. In essa confuiscono e confluiranno tutte le impossibilità dei 40-65 a partecipare alla vita economica e produttiva. Reietti dalle possibilità occupazionali o dall’intraprendere imprenditoria autonoma. E’ l’età in cui o si è stati o non si è più.
Ad essi è sottratto ogni incentivo; soppressa ogni risorsa; depauperata ogni possibilità di essere diversi o alternativi a sè medesimi. Condannati alla salificazione della propria esistenza, nell’altrui declamazione di inettitudine, di inutilità.
Sono già, saranno, carne da macello. Uomini senza patria e senza bandiera. Lasciati alla morte isolata. Abbandonati dai figli, lanciati alla “vittoria” in ogni rivolo di dispersione –anche di perdizione-, e repulsi dagli uomini dei“meriti”.
Manca una guerra? Ma, si è istituita una nuova classe. Può servire per la carne in scatola!
(f)

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