Fate caso a ciò che colpisce in Romano Prodi: quell’aria imperturbabile per la quale taluno lo raffigura come un gioioso parroco di campagna ed altri come un insaccato nel quale ogni lama penetra senza fare rumore.
La spiegazione non è avvolta nel mistero. Si fonda sulla sua capacità di affrontare le situazioni senza mai essere sfiorato dal dubbio. E questa qualità si è radicata nella nostra memoria in tre momenti.
Il primo, quando, presidente dell’IRI volle vendere per pochi piccioli le industrie alimentari a Carlo De Benedetti, che sta a Prodi all’incirca quanto Bush sta a Berlusconi. Il prezzo era congruo per Prodi: senza dubbio. Fu bloccato e ci guadagnarono le casse dello stato. Anni dopo tracciando il bilancio della sua esperienza all’IRI vanterà il risanamento dei conti: grazie
ai proventi delle privatizzazioni, indubitabilmente.
Strapazzato da Di Pietro, interessato a carpirne i segreti sulle partecipazioni statali, fu indotto a denunciare al Presidente della Repubblica, Scalfaro, quanto quel PM milanese fosse, senza ombra di dubbio, villano. E da Presidente del Consiglio chiamò Di Pietro al governo: un gran ministro, indubbiamente.
Infine Prodi è il Presidente della Commissione europea che senza alcun dubbio si è battuto per mantenere l’Italia ancorata all’asse franco tedesco in Europa. E il candidato premier che non ha dubbi, dopo lo stop di Chirac alla conquista di Suez-Elecrabel da parte dell’Enel, che, a livello europeo si debba contrastare l’asse franco tedesco.

Prodi è solo un ometto meschino e livoroso che sfodera al momento giusto l’affabilità mielosa del curato. Al suo confronto la nullità di Berlusconi è gigantesca.