Luigi Einaudi, nato a Dogliani nel 1874, presidente della Repubblica dal 1948 al 1955, tenne la cattedra di Scienza delle Finanze presso l’Università di Torino fino al 1960. Gli succedette un allievo allora giovanissimo, Francesco Forte, che fece la sua prima lezione a Torino nell’ottobre 1961. Oggi novantaduenne, Forte non ha perso il gusto di scrivere di economia e politica. Infatti la storia di Einaudi socialista la troviamo in un suo bel libro dal titolo “Einaudi versus Keynes. Due grandi del Novecento e la crisi dei nostri giorni”.
(Francesco Forte, Einaudi vs Keynes) Nel marzo del 1894, all’età di venti anni, Luigi Einaudi firmò il suo primo articolo per Critica Sociale nella forma di una lettera al Direttore, sulla questione della propaganda socialista <nei paesi caratterizzati dalla piccola proprietà terriera>. Era un articolo presentato da Turati come degno di attenzione perché la divulgazione socialista nella piccola proprietà agricola era quanto mai difficoltosa. Per questo, nel presentare lo scritto di Einaudi la Direzione della rivista rivela come esso <rimase alcune settimane sul tavolino per avere la meritata e ragionata risposta>.
Il teorico del liberismo italiano, europeista ante-litteram, era allora un semplice studente. Un giovane che, come egli stesso ebbe a dire, <si dedicava furiosamente alla lettura di migliaia di cose sociali ed economiche>. La collaborazione di Einaudi alla Critica Sociale durò circa un decennio e proseguì fino al 1903 quando si staccò dai socialisti assumendo posizioni sempre più liberiste. Sono gli anni che segnano il primo decollo industriale italiano.
Che un teorico del liberalismo inizi la sua carriera su una rivista socialista non è assurdo: innanzitutto il liberalismo che cova nella formazione giovanile di Einaudi sembra trovarsi in sintonia con il socialismo di Turati che, dal canto suo, vede l’emancipazione dei lavoratori solo se partecipi, economicamente e politicamente, dello sviluppo capitalistico dell’Italia, ma in un quadro di maggiori libertà democratiche, sia istituzionali che sociali, ispirate al “collettivismo”, che viene inteso come associazione, autogoverno, non comunismo. Fin qui la visione dei due è assai simile.
In secondo luogo, in quegli anni l’Italia, da poco unificata in un unico Stato, sta diventando nazione europea attraverso lo sviluppo e la crescita di una società industriale, e la Critica Sociale promuove ed ospita un ampio e vivace dibattito tra differenti prospettive sulle misure da prendere in economia, in campo sociale, in tema di libertà politiche e civili. Sul piano teorico insiste sul ruolo del movimento dei lavoratori all’interno dello sviluppo capitalistico del Paese e sulla condivisione e l’utilizzo della democrazia rappresentativa di matrice liberale da parte dei socialisti.
L’ Italia a vent’anni dal compimento risorgimentale, sta diventando adulta con Roma capitale. E l’intreccio tra progresso economico e progresso sociale è per Einaudi – come per Turati – inestricabile. Ciò vale per gli altri autori di scuola liberalsocialista della Critica Sociale, in primis Montemartini, Cabiati, Griziotti, Vanoni.
La sua collaborazione più significativa con la rivista fu una serie di saggi sulla politica ferroviaria italiana pubblicati nel 1903, e uno studio sulla politica commerciale uscito in diverse puntate tra il 1902 e il 1903: entrambi i lavori, fatti in collaborazione con Attilio Cabiati. Pur costatando gli indubbi vantaggi che sono derivati allo sviluppo dell’industria dal protezionismo (inaugurato nel 1878 e rafforzato nel 1887), Einaudi ne mette a fuoco i limiti e l’inefficienza in un mutato clima economico e sociale.
Da Zibaldone di Lorenzo Borla (11 dicembre 2021)

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