Il COVID-19 ha messo in forte crisi la politica delle certezze e delle promesse, mostrandola inadeguate ad affrontare gli eventi del vivere. Non era preparata all’improvviso arrivo di un nuovo virus (di origine animale scientificamente comprovata) che si diffonde con estrema rapidità e dunque, stante l’alto numero di contagiati, provocare molti morti, pur avendo un coefficiente mortalità basso. In questo caso, la politica delle certezze e delle promesse è scossa ancor di più dal fatto che, non esistendo un vaccino per il COVID19, la sola terapia di effetto è evitare il più possibile i contatti fisici tra i cittadini. Tale terapia adottata dal Conte2 in Italia, sta provocando un grave rallentamento dell’intera attività economica. E siccome una situazione del tutto analoga sta verificandosi nei paesi dell’UE, si profila una concreta dura crisi economica nei prossimi mesi. Che ci sarà, è ormai sicuro (e potrà peggiorare se non si contiene il COVID19). La sfida è non restare a guardare lamentandosi ed agire per costruire un argine alla crisi economica dietro l’angolo.
Il vertice in videoconferenza di giovedì 26, è iniziato assai male (la proposta dell’Eurogruppo di una linea economica vecchio stampo) ed è finito dopo 6 ore di contrasti con un mandato al Presidente della Commissione e al Presidente del Consiglio tra gli Stati di elaborare in due settimane una nuova proposta alla luce della lettera di 9 paesi (Italia, Francia, Spagna, Belgio, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo e Slovenia) di mercoledì 25 centrata sull’idea di un strumento comune di debito e perciò in contrasto con la proposta di inizio vertice.
I nove hanno scritto “Bisogna lavorare su uno strumento comune di debito, emesso da un’istituzione europea, per raccogliere fondi sul mercato alle stesse condizioni per tutti i Paesi Ue, assicurando un finanziamento stabile di lungo termine per le politiche necessarie a contrastare i danni provocati dalla pandemia…. mediante gli investimenti necessari nel sistema sanitario e per le politiche temporanee a protezione delle nostre economie e del modello sociale”. Da ricordare, in aggiunta, che nelle stesse ore della lettera apparivano un’ampia intervista dell’ex Presidente BCE, Draghi, al Financial Times (in cui afferma che “il ruolo dello Stato è utilizzare i bilanci per proteggere cittadini ed economia contro gli shock di cui il settore privato non è responsabile”) e dichiarazioni dell’attuale Presidente BCE, la signora Lagarde (in cui ha annunciato interventi tali da ritrovare il vigore dell’ economia UE, pronti a tradursi nell’attivare per la prima volta il meccanismo ideato da Draghi nel 2012 che consente alla banca centrale di acquistare titoli del debito pubblico degli stati membri.). Due importanti interventi che convergono su questioni di fondo dell’economia politica in termini analoghi a quelli della lettera.
Le prossime due settimane saranno uno scontro forte tra i fautori di provvedimenti vecchio stampo e i sostenitori di un nuovo dinamismo economico UE , con i paesi dell’est finora defilati (se ne ignora la posizione). Al riguardo è inutile fare i soliti giornalisti tesi a predire gli eventi prima che avvengano. E’ invece utile una rapida riflessione sui termini del problema e su come lo risolverebbe la cultura liberale.
Contrariamente agli strilli degli antieuropeisti, l’UE non c’entra con il COVID19 perché incompetente in materia sanitaria. Invece ha qualche voce in capitolo in materia economica e non può utilizzarla senza aver prima colto il senso della crisi post COVID19. Non è guerra, come si usa dire (la guerra la fanno gli umani per prevalere sugli umani). Ma si prospetta il dilagare del non utilizzo dei mezzi produttivi (derivante dal blocco dei contatti fisici e di gran parte delle attività). E come sosteneva già 90 anni fa il liberale Keynes, bisogna che le Istituzioni si attivino presto per rimettere in uso quei mezzi. Un intervento non in nome dello statalismo, anzi al contrario in nome del salvaguardare la libertà dei cittadini (la libertà , cosa diversa dalla solidarietà). Il che è l’essenza delle libere istituzioni. Ne consegue la primaria necessità di assicurare gli investimenti a sostegno dell’attività economica fornendo le risorse a ognuno.
Sul punto i cosiddetti rigoristi sono molto recalcitranti, perché pretendono che chi ha debiti (come l’Italia) prima si ravveda. Ma una pretesa del genere confonde cose diverse. Un conto è gestire nell’ordinario la cosa pubblica mantenendo un rapporto sopportabile tra debito accumulato e PIL (per non dover pagare troppi interessi sul debito), un altro conto è mettere sotto la tenda ad ossigeno il paziente perché respiri. Disporre delle risorse per vivere e produrre è oggi la tenda ad ossigeno per i cittadini. Le colpe di una malagestione di bilancio passano in secondo piano quando l’emergenza ha cause diverse e coinvolge tutti.
L’obiezione dei rigoristi è che dare risorse prima di ravvedersi, consentirebbe di usarle per gli abituali sprechi da cicale. Ma ciò è bloccato dal pericolo COVID19 in agguato. Anzi è possibile il contrario, e cioè che il rimettersi in moto con le risorse di nuovo disponibili, si traduca in una crescita complessiva che riequilibri il rapporto debito accumulato PIL. In più il tentativo rigorista di affrontare la questione utilizzando il MES (Meccanismo europeo di stabilità) è una riprova del come loro siano lontani dall’idea di una UE che si avvicina ai cittadini: infatti il MES è un ente intergovernativo fuori del diritto UE e del percorso che collega ai cittadini con il voto nonché attivo nel segreto delle trattative internazionali. Inoltre il COVID19, contagiando tutti, ha azzerato l’ipotesi che i contagi fossero dovuti a responsabilità politiche o sanitarie.
Nei prossimi giorni, il punto di contrasto sarà la prospettiva da dare all’UE. Perché i liberali sono sempre stati contrari, dai primi anni ’90 in poi, alla furia di non attendere mai i tempi per far maturare le condizioni dell’irrobustire i legami europei tra gli stati membri imperniandoli di più sulle scelte dei cittadini. Una furia dovuta dalla crescita del potere elitario delle burocrazie ferme all’UE dei governi. Ma oggi, sotto l’urto del COVID19, la prospettiva si è rovesciata. E’ chi non avverte la necessità di rispondere alla pandemia tutti assieme, che ostacola una maggiore integrazione democratica UE intorno ai cittadini. Il Coronabond tra tutti gli stati UE risponderebbe alla crisi indotta dal COVI19 e farebbe un passo verso un bilancio comune, che tutte le monete hanno. La Merkel dice di non volerlo per non assumersi rischi. Ma se non si assumono nemmeno durante le pandemie, allora si affossa il disegno europeo sotto la valanga dell’alleanza elites nazionalismi chiusa ai cambiamenti imposti dagli eventi.
Vediamo cosa faranno la Von der Leyen e Michel per avviare il superamento della politica delle certezze e delle promesse. Intanto, in Italia, si smetta di fare appelli (frammisti a suggestioni antiUE) per il governo di unità nazionale di per sé privo di dialettica democratica ed elusivo dei problemi reali ridotti alla spartizione del potere.
Raffaello Morelli (Losguardolungo.it)

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