Il teatro del Giglio apre la sua stagione lirica 2023 – 24 e il centenario pucciniano nel migliore dei modi.
L’allestimento, prodotto dal Ravenna Festival nel 2015 e ripreso dal Teatro Alighieri nella stagione 2023 in coproduzione con il Teatro del Giglio, il Galli di Rimini, il Comunale di Ferrara e il Verdi di Pisa, attira immediatamente l’attenzione per una apparente “estranietà” al contesto cui siamo normalmente abituati a collocare questo piccolo gioiello di Puccini.
Superato il primo momento di smarrimento, si entra con facilità nel mood narrativo che Cristina Mazzavillani Muti (regia e l’ideazione scenica) suggerisce attraverso un elegante allestimento che “contiene” la vicenda dedicandole la massima attenzione.
Complici di questa fascinosa suggestione, le luci di Vincent Longuemare, il visual di David Loom, il video programmer Davide Broccoli e i costumi di Manuela Monti.
Per la Mazzavillani Muti “questa Bohème è intrisa di uno spirito ironico, disincantato e a tratti anche feroce e impietoso come se le atmosfere tipiche del Simbolismo ci trascinassero in quelle cupe e claustrofobiche dell’Espressionismo, presaghe dell’orrore del conflitto mondiale che sarebbe seguito di lì a poco».
Ma Cristina Mazzavillani Muti va oltre: “Sento la solitudine livida e insoddisfatta che attanaglia ogni personaggio e laddove c’è lo scherzo sento il beffardo, dove c’è il farsesco avverto la cattiveria sottile. Dove c’è il pianto sento l’urlo e dove c’è amore intravedo invece incomprensione, mentre dove c’è amicizia sento incomunicabilità. E in questo freddo, in questo ghiaccio che tutto avvolge, vorrei che la poesia, la malinconia, il senso di morte incombente su tutto e su tutti, il mistero sul senso stesso della vita ci convincessero e commuovessero nel profondo. A segnare questa Bohème è il desiderio di formulare un dramma di incomunicabilità, dove ci si interroga – senza illusioni – sulle ragioni dell’esistenza, sul valore della ricerca artistica, sullo sgretolarsi del sentimento.
Ecco che quei “giovani spensierati” che sperimentano, nella povertà della soffitta come in una Parigi spumeggiante alla vigilia di Natale, la loro vita provvisoria e leggera, si caricano di storie interiori decisamente più pesanti; drammi personali si intersecano con vicende collettive, ognuno seriamente impegnato a conoscere e a conoscersi, a misurarsi con una società che non hanno ben chiaro quanto appartenga davvero loro, portatori di sogni e di speranze…
Mimì – …Egli ha letto quel che il core asconde… / Ora colui che legge dentro a un cuore / sa l’amore ed è… lettore.
Schaunard – Esperto professore…
Colline – … che ha già diplomi e non son armi prime / le sue rime…
Schaunard – … tanto che sembra ver ciò ch’egli esprime!…
Marcello – O bella età d’inganni e d’utopie! / Si crede, spera, e tutto bello appare!
Rodolfo – La più divina delle poesie / è quella, amico, che c’insegna amare!
Mimì – Amare è dolce ancora più del miele…
Marcello – … secondo il palato è miele, o fiele!…
La “tridimesionalità” dei personaggi si fa sempre più evidente nel corso della narrazione musicale; i luoghi si fanno emblematicamente eloquenti con quelle scene essenziali ed efficaci: nulla è di troppo, distrattivo, anche quando invade la scena e la travolge; così è nell’inquietante terzo atto, nella ripetitività di quella neve che scende e avvolge, dove la straordinaria e struggente dolcezza della musica e delle parole trova la sua massima espressione.
Ma un’altra cosa ci ha particolarmente colpiti in quest’epoca di approssimazione e stravolgimenti gratuiti e discutibili: l’attenzione e l’amore che Cristina Mazzavillani Muti mette nella regia.
Attenta, scrupolosa ad ogni dettaglio, scolpisce efficacemente ogni personaggio, anche quelli minori che, come dovrebbe essere, assumono quell’importanza che il compositore e i librettisti hanno voluto per loro.
Nessuno di loro è “macchietta”, nessuno passa inosservato: ad ognuno dedica rispetto e restituisce l’emozione che porta con sé.
Davvero emozionante aver vissuto questo momento magico in una stupenda bomboniera com’è il teatro del Giglio, proprio quello nel quale Giacomo Puccini ha portato, con orgoglio e timore, le sue opere poco dopo essere state proposte nelle prime dei grandi teatri.
A fianco della Mazzavillari Muti, in un connubio quasi perfetto, l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini diretta da Nicola Paszkowski che ha saputo interpretare con grande passione le emozioni di questa partitura regalando quelle suggestioni necessarie a vivere quella storia nelle sue molteplici sfaccettature.
Venendo al cast, un primo giudizio di “assieme” è decisamente positivo: un cast coeso che sceglie di fare “gioco di squadra” anziché cercare più facili prestazioni individuali; un cast che ha evidentemente fatto tesoro delle indicazioni registiche e interpreta (e non recita) i rispettivi ruoli con convinzione ed efficacia; un cast che si entusiasma ed entusiasma partendo proprio dai ruoli “comprimari” come Benoit, interpretato da Fabio Baruzzi, o Alcindoro, Graziano Dalla Valle.
Molto suggestiva l’idea di affidare ad un mimo, Ivan Merlo, il ruolo attoriale di Parpignol: il gesto, lo sguardo, con uguale maestria raccontano il piacere di regalare ai bambini l’effimera ma meravigliosa felicità di un giocattolo, e lo stupore (fors’anche la tristezza, sentendolo irraggiungibile) di quel corpo della bella Musetta, cadutogli davanti quando ella mima un falso incidente per allontanare l’ingombrante amante.
Ben interpretato da Luca Dall’Amico il complesso personaggio di Colline, apprezzata la romanza Vecchia Zimarra ma non solo, e molto interessante la prova di Clemente Antonio Daliotti, uno Schaunard padrone della scena e dalla vocalità fresca ed espressiva.
Il Marcello di Alessio Arduini è estremamente efficace sia dal punto di vista attoriale che vocale, puntuale nel suo ruolo e capace di dare alla voce quelle nuance che descrivono efficacemente le variazioni emotive che vive nel corso della storia.
Pregevoli le prove delle due voci femminili: incredibile quella di Vittoria Magnarello, al debutto nel ruolo e alle prime esperienze sul palco di un teatro. Doti vocali decisamente pregevoli hanno regalato momenti di grande intensità; e seppure talvolta può essere apparsa meno sicura sulla scena è pienamente comprensibile. Sta di fatto che la sua Mimì è da ricordare con piacere augurandoci che il suo futuro sia altrettanto positivo incontrando altre occasioni che la aiutino a crescere e ad amare davvero questo “mestiere”.
Decisamente più sicura di sé Alessia Pintossi, Musetta: domina la scena con una voce importante dal fraseggio accurato e dall’intonazione perfetta ma anche con una recitazione pregevole che mostra come sia entrata in profondità in questo personaggio ricco di contraddizioni ma proprio per questo di fascino e di stimoli.
Fuori dal coro di questi complimenti, ahimè, il tenore Alessandro Scotto di Luzio la cui performance è risultata piuttosto deludente: vocalmente impreciso, con significativi problemi nel registro acuto, non è riuscito, se non occasionalmente, a dare un’anima al suo Rodolfo che è risultato, alla fine, piatto ed anonimo.
Bene il Coro del Teatro Municipale di Piacenza (direttore Corrado Casati) e quello delle Voci Bianche del Teatro del Giglio e della Cappella di santa Cecilia di Lucca (diretto da Lorenzo Corsaro). Gradevole la prova della Filarmonica Giacomo Puccini d Nozzano, diretta da Nicola D’Arrigo, che, dopo aver suonato al termine del secondo atto, ha offerto un fuori programma al termine dell’opera riproponendo, insieme al coro e ai cantanti, il finale dell’atto.
Stefano Mecenate
Le immagini della galleria sono di Andrea Simi










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