Un “Contratto di governo” senza capo né coda
Dopo due anni di tarantola elettorale e mentre incombono sei mesi di lotte accanite per le “Europee”, l’Italia ha ancora un Arbitro vero: il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, che quotidianamente garantisce l’unità di un Paese dalle crepe sempre più profonde. Il suo ruolo è fondamentale perché per la prima volta da 160 anni il paese ha un governo privo di un “Progetto”. Lo si sapeva dal maggio scorso; ma ora è chiaro anche a chi finse di non vedere. Il governo dice e disdice sulla portata generale della “manovra”, cioè la prevedibile legge annuale di bilancio, e su tanti suoi aspetti, dal raddoppio dell’Ires a carico delle associazioni “no profit” alle mance maleodoranti celate nei suoi articoli e commi, come documentato dall’inchiesta condotta dal “Sole-24 Ore”. Nessuna sorpresa. Basta rileggere la premessa del famoso Contratto per il Cambiamento e confrontarla con la realtà. I “contraenti” vi affermarono: “Intendiamo incrementare il processo decisionale in Parlamento e la sua cooperazione con il Governo”. Si è visto come è finita. È accaduto l’opposto, sino alla paradossale richiesta di voti di fiducia per approvare il nulla; e poi su una legge di bilancio che nessun parlamentare ha potuto leggere né meno ancora discutere e approvare “articolo per articolo e con votazione finale”, come richiesto dall’articolo 72 della Costituzione. Il Legislativo è stato ripetutamente umiliato. I parlamentari conniventi ne porteranno la responsabilità dinnanzi alla Storia. Sono divisi su tutto tranne che nell’occupazione del potere e nell’assalto a ogni possibile fonte di prebende per amici, parenti e benefattori.
Vigilia di “regime”? C’era una volta il “Partito unico”
Recentemente alcuni si sono domandati se la crisi politica in corso abbia affinità con quella che nel 1924-1925 segnò l’eclissi del liberalismo. Le differenze tra l’oggi e quel passato sono molte e profonde. La principale difformità è il terreno di confronto/scontro odierno tra maggioranza di governo e opposizione. Anzitutto, nel 1925 l’esecutivo era sorretto da un partito unico, nato con le elezioni del 6 marzo 1924, quando la Lista Nazionale (nota come “listone”, comprendente fascionazionalisti, liberali, cattolici, democratici ed ex socialisti in libera uscita) ottenne circa il 66% dei voti validi e due terzi dei seggi. Il governo attuale, invece, è sorretto da due partiti diversi per origini e programmi, aspramente contrapposti nella campagna elettorale conclusa con le votazioni del 4 marzo 2018 e rimasti in perpetuo dissenso proprio sull’attuazione del programma frettolosamente abborracciato nel poco radioso maggio 2018: flat tax, reddito di cittadinanza, pensione di cittadinanza, “migranti”…
In secondo luogo nel 1925 il governo aveva un Progetto enunciato in forma chiara. Si basava su una “idea dell’Italia”, coltivata dai nazionalisti e da questi innestata sul tronco del fascismo (movimento prima, partito poi), radicalmente opposta a liberalismo, socialismo e democrazia. Quel governo propugnò un programma discutibile e per molti versi persino repellente ma coerente e organico: la restaurazione dello Stato dopo anni di guerra civile strisciante e l’attuazione di un disegno pedagogico, incardinato sul ripristino del “dovere”. Anche quel “regime” risultò spesso un sepolcro imbiancato (parecchi gerarchi di varia levatura predicavano bene e razzolavano male) e condusse infine alla disfatta militare del Paese, da taluni vissuta come “morte della Patria”: formula, invero, storicamente errata perché nel settembre 1943, sia pure “divisa in due”, l’Italia sopravvisse e imboccò la via della ricostruzione).
Ora i “contrattisti” sono due, divisi su tutto
A differenza di quanto è avvenuto in passato, i capisaldi del Contratto per il governo del cambiamento non investono le Istituzioni configurate dalla Costituzione. Essi sono di natura meramente economicistica e sindacale. Si sintetizzano in trattamenti pensionistici, elemosine di sopravvivenza e altre piccole partite. Il Contratto dà per scontata la contrapposizione tra i due firmatari. Perciò prevede il famigerato Comitato di conciliazione “per giungere ad un dialogo in caso di conflitti”, mai formalmente istituito ma praticato nei fatti con le ripetute riunioni di emergenza di presidente del Consiglio (sempre più patetico), capo politico del M5S, segretario federale della Lega, taluni ministri ed eventuali “uditori”, a imitazione del Gran Consiglio del Fascismo, che a metà febbraio del 1923 (quando ancora non era “costituzionalizzato”) “una tantum” convocò un “esperto di massoneria”, famoso come menagramo.
Proprio per la sua inconsistenza progettuale, all’origine il Contratto non ha costituito motivo di allarme in chi (industriali, banche, sindacati… spesso tardigradi) ha ritenuto che prima o poi la retorica giallo-verde avrebbe fatto i conti con la realtà, come appunto è avvenuto dopo mesi di logoranti polemiche contro l’“Europa”. Altrettanto era accaduto quando, a regime fascista ormai ben saldo e dinnanzi all’involuzione dalle libertà statutarie al regime di partito unico lento pede Luigi Einaudi arrivò a deplorare “il silenzio degli industriali”.
La contesa economicistica contiene però, sia pure sottotraccia, il progetto di modifica radicale dei rapporti tra esecutivo e legislativo, a tutto vantaggio del primo: quindi un disegno politico, di quando in quando enunciato e subito celato, tipico di chi allunga il braccio e nasconde la mano. L’obiettivo è il discredito del Parlamento con la violazione sistematica di procedure che non sono affatto formalità ma sostanza della repubblica parlamentare.
Perciò dovrebbero suscitare allarme la retorica giallo-verde contro la pluralità dell’informazione e la drastica riduzione del sostegno finanziario italiano alla vita dell’ONU, passata sotto completo silenzio nella comunicazione (per disinformazione colpevole o sottovalutazione del suo implicito messaggio: due volti di una stessa medaglia). Quel taglio, però, non è affatto un dettaglio. Per l’Italia, infatti, l’ammissione nell’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 1955 significò la certificazione della svolta politico-culturale del Paese, grazie alla de-fascistizzazione (altra cosa dalla “epurazione”, ispirata da faziosità e attuata con storture e iniquità). L’ingresso nell’ONU conclamò il suo ritorno a un ruolo protagonistico nella promozione dei diritti dell’uomo, a una missione civile dopo gli anni del nazionalismo più bellicoso, completo di motti ottusi (“Noi tireremo diritto”, “chi se ne frega” e simili: rivelativi della dissociazione dalla realtà che l’11 dicembre 1941 condusse Mussolini a dichiarare guerra agli Stati Uniti d’America).
La seconda profonda differenza tra l’Italia odierna rispetto a quanto avvenne nel 1924-1925 sta nella mancata risposta culturale alla pochezza del Contratto giallo-verde e al suo insanabile contrasto con i diritti sanciti dalla Costituzione. Vale d’esempio il curioso “codice etico dei membri del Governo” in forza del quale non possono far parte dell’Esecutivo quanti “appartengano alla massoneria”, senz’alcuna spiegazione di merito e in violazione della Carta costituzionale. Il “silenzio degli intellettuali” forse è stato ispirato dalla previsione della precarietà del governo per le sue contraddizioni interne e dal calcolo che non valga la pena discutere questioni troppo alte (come la violazione dei diritti di libertà associativa) dinnanzi a chi, dopotutto, mostra quotidianamente la sua pochezza culturale. Però questa indulgenza o compiacenza è un errore o più probabilmente la rinuncia all’antico “Primato morale e civile”.
Gli intellettuali fascisti
Perciò merita riflettere sul 1925, un anno di profonda cesura nella storia d’Italia. Il 3 gennaio lo aprì Mussolini alla Camera. Il duce rivendicò il ruolo politico del fascismo (una “rivoluzione”), sfidò il Parlamento e incriminarlo per attentato e, contrariamente a quanto scrivono tanti biografi di Vittorio Emanuele III (come Frédéric Le Moal), respinse sdegnosamente ogni responsabilità nella morte di Giacomo Matteotti, il cui elogio anzi pronunciò.
La vittoria politica doveva però assumere forma storico-filosofica. Occorreva segnare netto il solco tra il prima e il poi, tra il fascismo e i suoi avversari, veri o presunti.
Aprì il fuoco il “Manifesto degli intellettuali fascisti agli intellettuali di tutte le Nazioni”, scritto da Giovanni Gentile quale sintesi del primo Convegno degli istituti fascisti di cultura, organizzato a Bologna (29-30 marzo) da Franco Ciarlantini, ex sindacalista rivoluzionario, interventista, iscritto al PNF appena dal 1° febbraio 1923.
Il filosofo rivendicò al fascismo, “movimento recente ed antico dello spirito italiano”, il ruolo di depositario dell’“idea di Italia” e di profeta per tutte le altre nazioni. “Politico e morale”, il fascismo aveva carattere “religioso”, intransigente, opposto al “liberalismo agnostico e adbicatorio” (sic). Era il partito dei giovani, nel solco di Giuseppe Mazzini, “fede energica, violenta”, volta a “instaurare una nuova legge”. Gentile liquidò sprezzantemente con fomulette paleo-hegeliane la “piccola opposizione al Fascismo, formata dai detriti del vecchio politicantismo italiano: democratico, razionalistico, radicale, massonico”, destinata a soccombere per la “legge storica che non ammette eccezioni”: il trionfo del principio superiore sull’inferiore, del totale sul parziale.
Il Manifesto degli intellettuali fascisti venne pubblicato il 21 aprile, sacro alla fondazione di Roma, una data laica, anzi neopagana, scippata alla Terza Italia massonica, come il XX settembre (ma solo fino al 1929). Il fascismo di Gentile non era ancora quello del Concordato con la Chiesa. Perciò il suo “Manifesto” ebbe l’adesione di personalità molto lontane dalle successive involuzioni dell’ideologia fascista: Gabriele d’Annunzio, Salvatore Di Giacomo, Curzio Malaparte, Filippo Tommaso Marinetti, Ferdinando Marini, Salvatore Pincherle, Luigi Pirandello, Margherita Sarfatti, Ardengo Soffici, Ugo Spirito, Giuseppe Ungaretti, Guido da Verona, Giulio Aristide Sartorio: massoni, liberi pensatori e persino perseguitati dal regime.
E quelli antifascisti
Pochi giorni dopo Benedetto Croce accolse l’invito rivoltogli dal teosofo, massone e leader liberaldemocratico Giovanni Amendola a “parlare” e a “rispondere”. Promise un testo breve “per non fare dell’accademia e non annoiare la gente”. In realtà, letto a distanza di tempo, il manifesto degli intellettuali antifascisti pubblicato il 1° maggio seguente, risulta prolisso e spesso involuto. Croce respinse l’insinuazione che gli antifascisti rifiutassero “la doverosa sottomissione degli individui al tutto”, ma rivendicò la “sollecitudine per la libertà, forza e garanzia di ogni innalzamento”, il “possesso di una tradizione, diventata disposizione del sentimento, conformazione mentale o morale”. Non nascose “il favore col quale venne accolto da molti liberali, nei primi tempi, il movimento fascista” foriero di nuove e fresche energie entrate nella vita politica, “forze di rinnovamento e (perché no?) anche forze conservatrici”. In Senato egli aveva votato a favore del governo anche dopo l’ “affare Matteotti”. Il manifesto crociano fu sottoscritto da Sibilla Aleramo, Piero Calamandrei, Guido De Ruggiero, Gaetano De Sanctis, Luigi Einaudi, Guglielmo Ferrero, Arturo Labriola, Giorgio Levi Della Vida, Eugenio Montale, Giuseppe Rensi, Gaetano Salvemini, Adriano Tilgher e tanti esponenti del pluralismo “liberale”, nelle sue diverse radici e tendenze.
Il Capo di uno Stato in confusione
E il Re? Quale fu la sua posizione dinnanzi a quella lotta per il pimato culturale e civile in Italia? Sovrano di tutti gli i cittadini, Vittorio Emanuele III non manifestò mai alcuna propensione per l’“ideologia” del regime e le sue molteplici enunciazioni, sino a quella “canonica” consegnata all’ “Enciclopedia italiana”, ove ne venne ribadita la concezione spiritualistica, etica, religiosa, ecc., l’avversione per il liberalismo, il socialismo, la democrazia, il culto della “schiatta (non razza) storicamente perpetuantesi”. Era consapevole che il fascismo non aveva avuto all’origine alcun progetto culturale. La sua dottrina (come scrisse lo stesso Mussolini) era stata l’ “azione”, scaturita dalla “ganga delle contingenze”. Il sovrano non si erse dunque ad arbitro della tenzone tra intellettuali (dalle differenze spesso assai labili), né del contrasto tra la maggioranza di governo e le opposizioni che disertarono l’Aula arroccandosi sull’“Aventino”. A chi gli chiese di intervenire, e quindi di esercitare poteri non riconosciutigli dallo Statuto, si limitò a ricordare che i suoi occhi e le sue orecchie erano i due rami del Parlamento. E furono questi ad approvare nel corso dell’anno leggi sempre più liberticide: con clamori assordanti a Montecitorio, nel silenzio o con poche astensioni al Senato, ancora in massima parte a-fascista e persino potenzialmente anti-fascista, ma ormai prono. Lo si vide con l’approvazione della legge sull’appartenenza dei pubblici impiegati ad associazioni. Seguirono il 24 dicembre 1925 l’elevazione del presidente del Consiglio a “Capo del governo”; il 31 dicembre l’assoggettamento dei giornali al controllo governativo e, infine, il conferimento al governo della facoltà di emanare decreti con valore di legge (31 gennaio 1926).
Furono le Camere a creare il regime, ad abdicare giorno dopo giorno alla rappresentazione del Paese.
E oggi? Il “silenzio degli intellettuali”
In quell’Italia neppure gli antimussoliniani più intransigenti ritennero di addebitare al Re un alto tradimento dello Stato, a differenza di quanto avvenne nel maggio 2018 quando due capipartito da sponde contrarie minacciarono l’incriminazione del Presidente della Repubblica per attentato alla Costituzione perché colpevole, a loro giudizio, di intralciare l’avvento del governo di loro predilezione. Ne derivò uno sconcerto che però non prese corpo in alcun “Manifesto” né di “intellettuali” né di costituzionalisti: segno dell’opacità dell’anno che si chiude e cattivo presagio per quello venturo.
Amare sorprese potrebbero attendere il Paese, stremato dall’aumento delle tasse, dalla contrazione dei redditi, dall’impoverimento dei risparmi e dalla riduzione del potere d’acquisto di stipendi e salari, quando, in coincidenza con l’elezione del Parlamento europeo, si svolgerà la fase agonica della lotta tra i “contraenti” dello scorso maggio per il primato sugli italiani anziché per quello dell’Italia nel quadro dell’Unione Europea e delle democrazie parlamentari.
È giocoforza prepararsi a un anno difficile.
Aldo A. Mola

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