La mondializzazione ha causato un assottigliamento della forza lavoro occupata, trasformando la disoccupazione di massa da elemento congiunturale in fenomeno strutturale.

Nella contrapposizione, i vincitori perseguirebbero l’obiettivo di limitare il rafforzamento del contropotere dei perdenti. Strumentale a ciò sarebbe la redistribuzione del reddito globale dal basso verso l’alto mediante una appropriata attività legislativa.
I vincitori riuscirebbero così a sfruttare la globalizzazione non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello politico. Sino al punto che i vincitori avrebbero “tolto di mezzo” le basi materiali dell’esistenza stessa dei perdenti; nel senso che le fabbriche sarebbero state rimosse pressoché completamente dai luoghi in cui la coscienza di classe di questi ultimi era inizialmente maturata. Non solo. I vincitori avrebbero anche condizionato, secondo modalità diverse, i governi nazionali, orientandoli ad adottare politiche pubbliche di austerità che avrebbero preso la forma di tagli crescenti e continui dello Stato sociale a danno prevalentemente della classe dei meno abbienti.
La situazione che si sarebbe determinata configurerebbe così un “grande conflitto sospeso”, in quanto i perdenti, malgrado la loro numerosità, non riuscirebbero a “dare corpo” ad un soggetto politico capace di rappresentarli adeguatamente. Un risultato che sarebbe riconducibile ad un progressivo impoverimento della politica, sempre più schiacciata dall’ideologia e dalla pratica del neocapitalismo.
Dando spazio a queste considerazioni, Gallino aggiunge però che un fatto nuovo potrebbe comunque manifestarsi. Seppure in un momento in cui nessuno sembra ergersi a difensore dei perdenti, potrebbe avvenire che siano proprio questi ultimi, nella forma di movimenti spontanei di vario genere e composizione, a riuscire a colmare il vuoto, così da reinventare un nuovo rapporto con i partiti tradizionali. Anche perché gli stessi partiti, per rimettersi in condizione di “pensare ed agire”, potrebbero trovare conveniente accogliere istanze e idee dei movimenti.
Il libro di Gallino è suggestivo. Ma l’impressione che se ne trae è che lamenti eccessivamente la perdita degli assetti produttivi e sociali del passato e che, in difesa dei perdenti, si limiti a proporre l’esigenza di un rinnovato rapporto con la classe politica per arginare gli esiti negativi dei mutamenti del sistema produttivo. In altri termini, le tesi esposte nel libro sembrano convergere verso una prospettiva in qualche modo angusta e per di più simile a quella che solitamente caratterizza il modo di pensare e di agire dei partiti politici tradizionali, i quali continuano a conservarsi in orizzonti economici, istituzionali e sociali totalmente superati dall’esperienza. Ciò accade perché i partiti mancano di considerare i mutamenti intervenuti nella struttura del processo produttivo con la mondializzazione delle economie nazionali.
La mondializzazione ha causato un assottigliamento della forza lavoro occupata, trasformando la disoccupazione di massa da elemento congiunturale in fenomeno strutturale. Un mutamento profondo che, al contempo, ha prodotto un aumento della ricchezza disponibile che ha avvantaggiato quanti oggi appaiono come vincitori. In questo quadro è emersa una società fondata, non più sull’eguaglianza dei diritti dei cittadini rispetto al lavoro, ma sulla diversità della loro condizione occupazionale, che in sostanza priva chi perde il posto di lavoro della possibilità di accedere ad un’adeguata fonte di reddito.
L’irreversibilità della condizione di disoccupati strutturali oggi si pone come un problema largamente irrisolto e, soprattutto, come una situazione che non sembra potersi “flessibilizzare” in termini soddisfacenti con la salvaguardia del tradizionale Stato sociale, sia pure riformato. Gli interessi dei perdenti potrebbero però trovare soddisfazione. Ma serve una riforma strutturale del mercato del lavoro, pienamente coerente con i mutamenti intervenuti nel sistema produttivo. Non si tratta di una meta facilmente raggiungibile. Occorre un dibattito più ampio e maturo di quello che si è sinora profilato. E soprattutto più aperto a valutare l’opportunità di una governance dell’economia mondiale basata su due politiche interconnesse: l’istituzionalizzazione di un reddito di cittadinanza incondizionato a tutti coloro che vengono “espulsi” involontariamente dalla loro occupazione e la ridistribuzione della ricchezza concentrata prevalentemente nella classe dei cosiddetti vincitori. Sembra questo l’unico percorso in grado di rimuovere la grande resistenza delle classi politiche odierne a riformare pienamente antiche e obsolete istituzioni economiche e sociali.

Lascia un commento