
Nel momento in cui, con la rivolta dei Sindaci, è esplosa ai limiti dell’incontrollabilità la questione dell’immigrazione, va fatta una riflessione sulla sentenza della Cassazione che ha stabilito la non liceità dell’uso della parola “clandestini” riferita a chi sbarca in Italia per disperazione e povertà, non solo per sfuggire a guerre e dittature.
Non si tratta di semantica, dire clandestini è offensivo e punibile penalmente. E’ una svolta di rilievo anche costituzionale, perchè la Cassazione subordina la libertà di espressione politica di un partito – bene primario di una democrazia liberale – all’ancora più essenziale rispetto della dignità dell’immigrato.
Nella fattispecie, la Lega di Seregno aveva bollato come “clandestini” indesiderabili alcuni immigrati giunti in città. La Cassazione ha stabilito che il termine implica un disvalore, un marchio di colpevolezza a priori, inaccettabile in uno stato di diritto. L’uso poteva avere un senso, finchè riguardava i pochi ingressi sul territorio nazionale senza i documenti richiesti.
E’ invece improponibile, sancisce la Suprema Corte, oggi che il fenomeno ha dimensioni di massa e quest’anno ha già abbondantemente superato le 100 mila unità nella sola Italia, dopo esattamente 20 anni di politiche tutte fallite, a partire dall’adozione del Trattato di Dublino (1990), accettato distrattamente dal Governo Berlusconi nel 2003.
D’ora in poi, è perseguibile penalmente chi – in un manifesto, un comizio, una dichiarazione pubblica – usa il termine “clandestini”, per l’oggettivo carico di dispregio che contiene. Salvini è ben informato, perché il suo partito, condannato in Cassazione, pagherà anche una sanzione pecuniaria.
La sentenza è importante perché fa crollare il muro che divide la platea di coloro che scappano in quanto perseguitati per ragioni politiche, religiose, etniche e di coloro che lo fanno per fame.
E’ una rivoluzione per un sistema costruito, dalla Bossi-Fini in poi, su questa distinzione, con infinite attese di un documento, discriminazioni, drammi umani e familiari.
E’ vero, come si dice, che la prospettiva non può essere quella di accogliere in Italia tutta l’Africa, ma questa verità va gestita come è accaduto con la pandemia, marginalizzando i dissensi ideologici e cercando una convergenza operativa anziché lasciar correre una convenienza elettorale sulla pelle dei morti in mare e dei disagi sociali in terra. Ancora non si è capito che i 20 anni trascorsi sono pochi per un fenomeno universale e la questione non si risolverà da sé, né tanto meno con le cannonate del fantomatico meloniano blocco navale?
Una sentenza di Cassazione non può sostituire politiche sbagliate, ma proviamo almeno ad usarla come strumento culturale, visto che la politica ha alimentato per decenni solo gli opposti estremismi negazionisti o buonisti.
Ancora siamo rimasti alle illusioni di inizio secolo e cioè che bastasse fare la faccia feroce per dissuadere le partenze dei disperati che erano chiusi nei lager libici? Nulla sapevano, né loro né tantomeno le migliaia di minori non accompagnati, degli interessi elettorali dei costruttori nostrani di fortune politiche ed elettorali.
Per una classe politica che ormai ha strizzato il limone della convenienza, sarebbe ora di capire che occorre una convergenza nazionale, anche per essere più credibili in Europa, luogo che resta decisivo. Non è un’utopia, ma forte interesse collettivo.
Se invece sarà ancora irresistibile usare ad alta voce, tra scrocianti applausi, il termine “clandestini” come sinonimo di delinquente, aumenteranno solo ulteriori distinguo, e si favorirà il quadro attuale dell’ipocrisia che chiude un occhio sulla fuga verso l’estero di quelli più “fortunati” e li chiude entrambi su contenitori che assomigliano a prigioni o su quartieri sempre più degradati.
Giorgia Meloni contraddica una volta di più i programmi su cui ha costruito il successo elettorale nel 2022 e dichiari – con il coraggio che non le manca – che il blocco è stato un errore e che occorre un accordo politico bipartisan. Altrimenti il suo Governo sarà ricordato soltanto per aver battuto tutti i record numerici sugli sbarchi.
Beppe Facchetti

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