
A distanza di un anno, l’OCSE ha pubblicato il suo primo bilancio sulla global minimum tax che avrebbe garantito gettiti senza variazioni negative.
Per anni si è temuto che tassare maggiormente le grandi multinazionali avrebbe potuto spingerle a spostare investimenti, ridurre la presenza in alcuni Paesi o rivedere i propri piani di crescita. A oltre un anno dall’avvio della global minimum tax, però, le prime verifiche disponibili raccontano uno scenario diverso da quello ipotizzato dai più critici.
L’OCSE ha pubblicato la prima valutazione basata sui dati raccolti dopo l’entrata in vigore della riforma e il quadro che emerge, almeno in questa fase iniziale, appare piuttosto stabile. Le casse degli Stati hanno registrato un incremento delle entrate fiscali, mentre non sono emersi segnali che facciano pensare a un rallentamento degli investimenti o dell’occupazione nelle aziende coinvolte.
Naturalmente si tratta di una fotografia limitata al primo periodo di applicazione della normativa, ma rappresenta il primo riscontro concreto dopo anni di simulazioni e previsioni.
La minimum tax non coinvolge l’intero tessuto imprenditoriale. Le regole si applicano esclusivamente ai gruppi multinazionali che superano i 750 milioni di euro di fatturato annuo, cioè alle realtà di maggiori dimensioni operanti su scala internazionale.
L’obiettivo della riforma era ridurre la convenienza a localizzare gli utili nei Paesi caratterizzati da una fiscalità particolarmente favorevole, introducendo un livello minimo di imposizione pari al 15%.
Secondo l’analisi dell’OCSE, nel corso del 2024 le società interessate hanno effettivamente visto aumentare la propria aliquota fiscale effettiva. Nei gruppi che in passato beneficiavano dei regimi più vantaggiosi l’incremento è arrivato fino a circa 1,7 punti percentuali, mentre la crescita media si è attestata poco sopra un punto.
Le stime elaborate dall’organizzazione internazionale indicano un incremento compreso tra 79 e 109 miliardi di euro nel primo anno di applicazione della misura. Si tratta di un aumento che corrisponde a una quota compresa tra il 2,4% e il 3,4% delle imposte raccolte a livello mondiale sul reddito delle società.
Parallelamente al gettito fiscale, lo studio ha cercato di verificare se le imprese avessero modificato il proprio comportamento in risposta alla nuova disciplina.
Per ora non risultano variazioni statisticamente rilevanti. L’OCSE non ha rilevato una riduzione degli investimenti, né un calo dell’occupazione riconducibile direttamente all’introduzione della minimum tax. Anche osservando il biennio precedente all’entrata in vigore della riforma, non emergono cambiamenti tali da far pensare che le multinazionali abbiano anticipato decisioni strategiche in previsione del nuovo sistema.
In altre parole, almeno secondo i dati disponibili, la riforma non sembra aver alterato in modo significativo le scelte industriali delle imprese coinvolte.
Oltre al bilancio sul primo anno di applicazione, l’OCSE ha aggiornato anche le proprie elaborazioni considerando le modifiche introdotte nel 2026 con il cosiddetto Side–by-Side Package.
Il nuovo assetto modifica alcuni aspetti della disciplina e introduce un trattamento differente per le multinazionali statunitensi, con l’obiettivo di rendere più semplice il coordinamento delle regole fiscali internazionali.
Secondo le simulazioni, la piena applicazione della riforma potrebbe determinare un ulteriore aumento delle aliquote fiscali effettive, con effetti più marcati nei principali hub internazionali.
Parallelamente dovrebbe ridursi anche il divario di tassazione tra le diverse giurisdizioni, limitando il vantaggio competitivo dei Paesi che negli anni hanno attirato gli utili delle multinazionali grazie a un’imposizione particolarmente contenuta.
Tra gli obiettivi della minimum tax figura anche il contrasto al cosiddetto profit shifting, cioè il trasferimento degli utili verso Stati caratterizzati da una fiscalità più favorevole.
Le elaborazioni dell’OCSE indicano che questo fenomeno potrebbe diminuire in misura significativa, favorendo una distribuzione più equilibrata della base imponibile tra i diversi Paesi.
Guardando invece agli effetti di lungo periodo, le simulazioni prevedono un aumento del gettito mondiale compreso tra 91 e 155 miliardi di dollari ogni anno. Si tratta, almeno sulla carta, di risorse aggiuntive che potrebbero rafforzare i bilanci pubblici senza incidere in maniera evidente sulle decisioni di investimento delle grandi imprese.
Resta comunque una valutazione destinata ad aggiornarsi con il passare del tempo. La global minimum tax è ancora in una fase iniziale e serviranno ulteriori rilevazioni per capire se gli effetti osservati nel primo anno continueranno a confermarsi anche negli esercizi successivi.
Finora, invece, non sono stati segnalati dall’Ocse gli effetti traslativi della minimum tax sugli utenti e sui consumatori.
Salvatore Rondello

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