
Ci sono momenti nella storia in cui il silenzio diventa una complicità imperdonabile, e la diplomazia un paravento dietro cui nascondere la propria viltà. Viviamo in uno di questi momenti. Da una parte c’è un Occidente rammollito, anestetizzato dal proprio benessere, convinto che la libertà sia un diritto acquisito per sempre e non un privilegio da difendere ogni giorno col coltello tra i denti. Dall’altra c’è la Russia, o meglio, quel potere cupo, zarista e sovietico insieme, che non ha mai smesso di masticare rancore e che oggi ci dichiara guerra senza nemmeno avere il coraggio di chiamarla con il suo nome.
La chiamano “minaccia ibrida”. Che formula ipocrita, degna dei burocrati di Bruxelles o dei professori universitari che amano i salotti e temono la realtà. Chiamatela col suo nome: è una guerra vigliacca. È la guerra di chi non schiera subito i carri armati alle frontiere — o non solo quelli — ma ti avvelena i pozzi dell’anima. È la guerra dei sottomarini che recidono i cavi internet in fondo all’oceano, dei pirati informatici che mandano in tilt gli ospedali, dei flussi di disperati usati come arieti umani contro i confini della Polonia o della Finlandia. È la penetrazione sottile della menzogna, il fango delle fabbriche di troll che fabbricano dubbi per distruggere l’unica cosa che ci tiene in piedi: la fiducia nelle nostre istituzioni, per quanto imperfette esse siano.
E mentre questa piovra allunga i suoi tentacoli, cosa fa l’Occidente? Chiacchiera. Si avvita in uno scontro retorico sterile, fatto di dichiarazioni scritte con il bilancino da diplomatici terrorizzati da un’ombra. Mosca lancia anatemi, agita lo spettro dell’apocalisse nucleare con la rozzezza di un bullo da osteria, e noi rispondiamo con i comunicati stampa, con le “profonde preoccupazioni”, con i distinguo moralistici di una sinistra intellettuale che odia l’Occidente più di quanto ami la verità. C’è una simmetria perversa in questa retorica: da un lato l’arroganza imperiale che usa le parole come clave, dall’altro la nostra debolezza che le usa come scudi di cartone.
E non c’è nulla di nobile nella nostra tolleranza verso chi ci vuole distruggere. Ci siamo dimenticati che la democrazia non è un pranzo di gala; è una trincea. Quando un regime ti bombarda di fake news, ti sabota le infrastrutture e ti minaccia ogni giorno di ridurti in cenere, non si risponde cercando il compromesso o girando la testa dall’altra parte per non disturbare i mercati. Si risponde riscoprendo l’orgoglio di ciò che siamo, la ferocia della nostra libertà.
Ma l’Occidente preferisce dormire. Preferisce credere che la tempesta passerà da sola, che basti non provocare il lupo per non essere sbranati. È la stessa illusione di Monaco nel 1938, (nel dibattito attuale (ad esempio sulla guerra in Ucraina o sulle minacce ibride), chi evoca “Monaco 1938” lo fa per avvertire che spingere per una pace rapida che sacrifichi pezzi di sovranità o di territorio non fermerà i piani a lungo termine di una potenza aggressiva, ma sposterà solo la linea del fronte più avanti nel tempo) la stessa cecità che precede ogni catastrofe. Questa cosiddetta guerra ibrida non si vince solo con i missili Patriot o con i decreti cyber-sicurezza. Si vince nella testa, nella pancia, recuperando il coraggio di dire che la nostra civiltà, con tutti i suoi difetti, è infinitamente superiore a un sistema basato sulla paura, sul veleno e sul silenzio dei cimiteri. Fino a quando non ritroveremo questa rabbia e questa chiarezza, saremo solo vittime designate di una retorica che precede, immancabilmente, il rumore degli stivali.
Giuseppe Basilico

Lascia un commento