Dicono che soffra della sindrome del Delfino, ovvero l’attesa eterna dell’ascesa al trono. Altri invece ipotizzano una più semplice insofferenza da ingratitudine verso chi, dicono, l’ha sdoganato. Ma in realtà ci pare che lo strano caso del Signor F. ovvero il Presidente della Camera Gianfranco Fini, sia più ragionevolmente riconducibile ad una crisi di identità, non tanto, o non solo, sua ma del risultato sbilenco di quella fusione a freddo malriuscita altrimenti detta Pdl. Epperò, poiché questa è l’ipotesi più rognosa, perché necessita di fastidiosi – e forse anche imbarazzanti – approfondimenti, nessuno pare prenderla in considerazione, per cui la nostra nota vena di controcorrentisti ci porterà a spendere due parole in proposito. Consideriamo l’uomo e la sua storia, che nasce indubbiamente a destra, e per di più all’ombra di Almirante, uomo che riuscì a farsi stimare persino dai suoi più accaniti detrattori in virtù di una non comune capacità di dialogare in anni difficilissimi e che, preso nella morsa cattocomunista che elezione dopo elezione, governo dopo governo, avviluppava l’Italia, riuscì a compiere un’operazione non da poco, ovvero quella di mantenere un’identità precisa al proprio movimento ed al proprio partito. Si può affermare senza tema di smentite che l’Msi di Almirante aveva una forte connotazione identitaria che, nella sua sostanziale minorità numerica, costituiva una sorta di formidabile collante che funzionò soprattutto da ponte fra le generazioni, quella che il fascismo l’aveva vissuto e quella che, essendo nata dopo, non riusciva però a riconoscersi nell’epica mistificata della Resistenza e cercava un valore di Patria che in quegli anni – affatto formidabili, e ci dispiace per Capanna – invece veniva rinnegato e fatto a pezzi come il più retrivo e passatista, ovvero fascista, dei sentimenti. La generazione dei Fini, degli Alemanno, dei La Russa, degli Storace, è dunque cresciuta in questo brodo di coltura, fatto di una percezione a volte anche reale di persecuzione, di una costante convinzione della necessità di stringersi intorno ad un certa idea di Patria, di tentazioni populiste che hanno poi dato vita alla cosiddetta Destra sociale che, in realtà, non era affatto nuova ma la più diretta discendente dell’eredità del passato, insomma di un coacervo di valori che, piaccia o no, marcava fortemente una identità, e dunque di conseguenza un senso altrettanto forte di appartenenza. Ma le svolte che la storia, e più specificamente la nostra piccola storia italiana, hanno imposto al partito, non più di Almirante ma di Fini, hanno tolto senza aggiungere, ovvero hanno affievolito decisamente e inevitabilmente il senso dell’identità, senza però bilanciare questa perdita con una consapevolezza culturale di matrice riconoscibile e definita, che avrebbe potuto funzionare da bussola per l’orientamento nei nuovi territori del bipolarismo e, soprattutto, di una destra non più marginale ma forza di governo del paese. Non ci addentreremo qui nell’annoso dibattito sulla incapacità intellettuale che ha determinato il mancato sviluppo di una cultura di destra, come invece si è verificato in altri paesi, ma è certo che questa lacuna ha pesato enormemente nel momento in cui, venuto meno il collante identitario, Fini e gli altri hanno dovuto misurarsi con le sfide della contemporaneità e soprattutto con quelle poste dalla necessità di reinventarsi completamente ma non autonomamente, poiché il prezzo da pagare per tale rivolgimento di fronte è stata la sottomissione a Berlusconi. Che il Pdl sia nato da un atto di cesarismo, e che dunque sia inevitabilmente destinato ad implodere alla fine del suo fondatore, è evidente a chiunque voglia leggere i fatti con un minimo di onestà intellettuale, poiché questo partito che non c‘è è destinato alla stessa fine che toccò all’impero di Alessandro Magno, smembrato in pezzi fra i suoi generali e caduto nell’oblio per sempre. Che Fini, più di altri, se ne renda conto, non ci stupisce, essendo l’unico vero politico della triade governativa, considerato che Berlusconi è l’imperatore e dunque procede per investitura divina, e che Bossi è in realtà un animale politico, nella sua capacità di intercettare gli umori della pancia della provincia e farne una forte arma di pressione, il che non è la stessa cosa che condurre un’azione politica mirata al bene di un intero paese. Detto questo, ci pare che Fini, da un po’ di tempo a questa parte, si sia semplicemente limitato a dire cose che a molti di noi sembrano ovvie, come ad esempio la necessità della laicità dello stato a garanzia della tutela di tutti i cittadini, a ricavare qualche sana lezione di realismo dalla sua vita privata, sostenendo che il vuoto legislativo riguardo alle coppie di fatto va sanato, ed a scoprire l’acqua calda sulla riforma della giustizia, che deve essere ampia ed articolata e non limitarsi a provvedimenti specifici e mirati sul problema del momento senza sanare la voragine che pare aver ingoiato l’intero sistema giudiziario italiano. Che queste semplici constatazioni suonino come eretiche alle orecchie di certi personaggi del Pdl, è solo la dimostrazione della totale mancanza di un senso laico ed oggettivo dello stato, che purtroppo non può appartenere a chi sta in parlamento solo per far numero e tenere in piedi uno status quo ante che non si desidera cambiare in alcun modo. Personalmente, non crediamo che Fini sia così desideroso di fare le scarpe a Berlusconi, altrimenti non avrebbe sciolto An per entrare nel Pdl, e forse questo neanche gli avrebbe nuociuto politicamente, ma pensiamo invece che avverta più lucidamente di altri il sinistro scricchiolio di un sistema basato solo sul personalismo e che, per ovvi motivi anagrafici e naturali, non può durare a lungo. Quello che però manca al Signor F. è certamente quel sicuro punto di riferimento identitario che un tempo aveva ed ora non ha più, essendo dunque costretto a navigare a vista concedendosi persino qualche spolverata di liberalismo; ma soprattutto gli mancano le truppe, ovvero uomini che lo seguano sulla strada che ha intrapreso e che siano disposti a fornirgli almeno un minimo di sostegno politico sulla via della ricerca di una nuova identità. Per cui, il Signor F. oggi somiglia più ad un generale senza truppe che non ad un padre della patria in pectore: quale dei due ruoli voglia rivestire, ecco, questo forse non è chiaro neanche a lui. Come Diogene, cerca l’uomo ed anche gli uomini, che poi li trovi è tutto da vedere.
ChiBo

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