
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel nome che già circola nei palazzi romani per la nuova bozza di legge elettorale: Stabilicum. Come spesso accade nella politica italiana, la denominazione informale è più sincera del testo normativo. L’obiettivo dichiarato è la stabilità; la domanda inevitabile è a quale prezzo democratico.
La proposta — abolizione dei collegi uninominali, ritorno al sistema proporzionale, introduzione di un premio di maggioranza e assenza di preferenze — rappresenta l’ennesimo tentativo di risolvere per via ingegneristica un problema che è, prima di tutto, politico: la fragilità del sistema dei partiti.
Negli ultimi trent’anni l’Italia ha oscillato come un pendolo impazzito tra maggioritario e proporzionale. Ogni riforma è nata non da una riflessione costituzionale di lungo periodo, ma dall’esigenza contingente delle forze politiche del momento. Il risultato è un laboratorio permanente di formule elettorali che promettono governabilità e producono, puntualmente, nuove tensioni istituzionali.
Lo Stabilicum si inserisce perfettamente in questa tradizione.
Eliminare i collegi uninominali significa rinunciare a ciò che, almeno teoricamente, aveva ricostruito un rapporto diretto tra eletto ed elettore. Il collegio non era soltanto uno strumento maggioritario: era un territorio, una responsabilità personale, una riconoscibilità politica. Con il ritorno pieno al proporzionale, il Parlamento torna ad essere soprattutto espressione delle segreterie.
Ed è qui che emerge il nodo più controverso: liste bloccate senza preferenze. In altre parole, cittadini chiamati a votare partiti, non persone; simboli, non rappresentanti. Si consolida così una democrazia mediata, filtrata, verticalizzata, nella quale la selezione della classe dirigente resta saldamente nelle mani degli apparati.
A rafforzare questa impostazione vi è un ulteriore elemento destinato a incidere profondamente sul rapporto tra elettori e governo: il nome del candidato alla Presidenza del Consiglio non comparirà sulla scheda elettorale, ma sarà indicato esclusivamente nel programma depositato dalle coalizioni o dai singoli partiti. L’elettore, dunque, voterà una lista o una coalizione senza trovare sulla scheda il riferimento diretto al futuro capo dell’esecutivo, la cui indicazione resterà formalmente politica e non elettorale.
Il meccanismo centrale dello Stabilicum è rappresentato dal premio di maggioranza. Esso verrebbe attribuito alla coalizione che superi il 40% dei voti validi, garantendo un incremento di 70 seggi alla Camera dei deputati e 35 seggi al Senato. Qualora nessuna coalizione raggiungesse tale soglia ma una o più superassero il 35%, sarebbe previsto un turno di ballottaggio tra le coalizioni meglio piazzate, finalizzato all’assegnazione del premio.
Si tratta, dunque, di un sistema proporzionale corretto da un forte meccanismo maggioritario, pensato per assicurare una maggioranza parlamentare chiara senza ricorrere ai collegi uninominali.
Il paradosso dello Stabilicum è evidente: si ritorna al proporzionale per rappresentare tutte le forze politiche, ma si introduce contemporaneamente un premio consistente per produrre artificialmente governabilità. Si vuole la stabilità senza assumere fino in fondo la logica del maggioritario.
Ma la stabilità non è un prodotto legislativo. Non nasce da un algoritmo elettorale, bensì dalla credibilità dei partiti, dalla chiarezza delle coalizioni, dalla responsabilità politica davanti agli elettori. Quando queste condizioni mancano, ogni legge elettorale diventa un cerotto istituzionale.
Esiste poi una questione democratica più profonda. Negli anni si è progressivamente ridotto lo spazio decisionale dell’elettore: prima le coalizioni obbligate, poi i capilista bloccati, ora l’assenza totale di preferenze e la scomparsa del nome del possibile premier dalla scheda elettorale. Il cittadino vota, ma sceglie sempre meno. E una democrazia in cui la scelta si assottiglia rischia di alimentare ulteriore disaffezione, astensione e sfiducia.
Lo Stabilicum appare dunque come il tentativo di congelare il sistema politico più che di riformarlo. Stabilizzare gli equilibri esistenti, ridurre l’incertezza elettorale, proteggere i gruppi dirigenti dalla volatilità del consenso.
È comprensibile la paura dell’ingovernabilità. Meno comprensibile è la convinzione che essa si combatta riducendo il potere dell’elettore.
Ogni legge elettorale racconta un’idea di democrazia. Questa bozza sembra dirci che il problema non sia la debolezza della politica, ma l’imprevedibilità dei cittadini.
Ed è proprio qui che lo Stabilicum mostra il suo limite più grande: promette stabilità istituzionale, ma rischia di produrre instabilità democratica. Perché un sistema è davvero stabile solo quando chi vota percepisce che il proprio voto conta, sceglie e incide.
Senza questa convinzione, nessuna formula elettorale — qualunque nome latino le si voglia attribuire — potrà mai garantire ciò che promette.
Cesare Mannucci

L’ennesimo pastrocchio delle forze politiche italiche, in barba agli elettori e alla Costituzione, che, come ricorda l’ottimo amico Giorgio Pizzol, prevede il sistema proporzionale puro, con le preferenze, per garantire agli elettori la possibilità di esprimere equamente il proprio voto.
Personalmente non voto dal 2004. Perché sono democratico, rispetto la Costituzione della Repubblica italiana e soprattutto penso che queste forze politiche siano totalmente impresentabili e dannose per i cittadini italiani.