Premetto che Madama Butterfly è, tra le opere di Puccini, una di quelle che preferisco e questo talvolta può condizionare, nel bene o nel male, il mio giudizio “emotivo”.
Ma questa volta non ho avuto dubbi: la parte razionale, “tecnica”, e quella emozionale hanno ragionato all’unisono dando a questo allestimento realizzato dalla Fondazione Teatro Goldoni di Livorno e dalla Cooperativa Francesco Tamagno di Torino un giudizio più che positivo nonostante alcune defaillances del cast.
Giudizio positivo che va, in primis, al regista, un attento e sensibile Alberto Paloscia che ha saputo entrare in profondità in questo delicatissimo dramma d’amore nel quale ogni particolare assume un valore importantissimo e dove il contrasto Oriente-Occidente si gioca su elementi quasi imponderabili ma di significato enorme.
Il regista ha saputo “raccontare” con maestria questo contrasto partendo dalle contraddizioni di entrambe le realtà, troppo radicate nelle loro certezze e presunzioni per prestare ascolto e attenzione all’altra, considerando anche che l’una, quella occidentale, ha la convinzione di poter dettare le regole del gioco in virtù di un potere economico e militare.
Il tenente F.B. Pinkerton non è che uno dei tanti che, alla fonda in Giappone per motivi militari, decide di usare il tempo sposandosi una delle tante ragazze disponibili a questi matrimoni a tempo destinati a portare a casa un po’ di denaro necessario, una volta scaduto il contratto matrimoniale per la ripartenza dell’ospite, per iniziare una vita meno disagiata.
Nulla di strano per quei tempi e per quel luogo: anche se il personaggio ci risulta oltremodo antipatico con la sua superficialità e la sua tracotanza, non è che un esempio di un modo di colonizzare un territorio senza violenza (almeno fisica) che l’America (ma non solo) adottava nei confronti delle popolazioni a loro avviso meno civilizzate.
L’eccezione è lei, la giovane geisha Cio Cio San, Butterfly, che crede in questo sogno che la libera da una condizione umiliante e investe tutta se stessa in questo unilaterale amore senza fine.
Contrariamente alle sue “colleghe”, non accetta l’idea che quell’americano sia un compagno “a termine”, che le sue parole siano volatili e illusorie quanto le sue promesse, che sarà americana solo per il tempo di permanenza di lui in Giappone dopo di che lui finalmente si sposerà “con vere nozze, ad una vera sposa americana” come dice ironico e irridente al Console Sharpless, da troppo tempo in Giappone per condividere quella moda di matrimonio a scadenza.
Con grande bravura, Paloscia disegna anche i personaggi a contorno dei due protagonisti, ognuno dei quali prezioso elemento di quell’affresco storico nel quale Puccini ha messo tutta la sua professionalità, la sua arte, il suo cuore.
“Butterfly è l’opera più sentita e più suggestiva ch’io abbia concepito” scrisse il compositore lucchese il giorno dopo il terribile fiasco della prima scaligera del 17 febbraio 1904 sottolineando il suo incondizionato amore per questo suo piccolo gioiello.
Suzuki, la fedele ancella di Butterfly, la tradizione giapponese che guarda con diffidenza ed ostilità questo arrogante straniero farsi largo nel cuore e nei pensieri della sua giovane signora sottraendola alla giapponesità fino al punto di rinnegare déi e familiari. Inutilmente cercherà di farla ravvedere e, paziente e rispettosa, le sarà a fianco fino al tragico epilogo, unica certezza dopo il tradimento di quel fedifrago e vigliacco occidentale al quale precluderà la vista di lei morta perché indegno di vederla in quell’ultimo gesto che le ha restituito la dignità negata da lui e dai suoi conterranei.
Lo zio Bonzo, voce possente di quel radicalismo ideale e religioso che non ammette deroghe, che viene a redarguire prima e a stigmatizzare poi una nipote che ha osato allontanarsi dalla religione dei padri per inseguire un folle e riprovevole sogno.
Il cinico e opportunista il mediatore Goro che ha procacciato Pinkerton a Butterfly; personaggio sicuramente ambiguo che però, preso atto dei reali intendimenti del tenente americano, insiste per un nuovo matrimonio, questa volta con un autoctono, che ponga rimedio alla condizione di abbandono per la ragazza restituendole la sicurezza economica. In fondo, lo fa anche nell’interesse della ragazza oltre che per suo interesse, ma questo si scontra con la determinazione di Butterfly a sentirsi ancora e per sempre la signora Pinkerton nonostante lo sposo manchi ormai da tre anni.
E il principe Yamadori, tracotante signore non abituato a vedersi negare le sue richieste, che si confronta e si scontra con l’irremovibilità di quella ragazzina non capendo come sia possibile rinunciare ad una così prestigiosa offerta di matrimonio per rincorrere un sogno che è ormai delirio…
Dall’altra parte, un saggio e un po’ stanco Sharpless, Console americano a Nagasaki, che inutilmente prima cerca di mettere in guardia lo strafottente Pinkerton “badate, ella ci crede…” e poi di convincere Butterfly a rinunciare al suo sogno “ Ebbene che fareste, Madama Butterfly,s’ei non dovesse ritornar più mai?” per accettare la proposta di Yamadori.
Troppe cose ha visto nei lunghi anni di carriera, eppure quella quindicenne lo ha colpito fin dall’inizio: “di sua voce il mistero l’anima mi colpì. Certo quando è sincero l’amor parla così. Sarebbe gran peccatole lievi ali strappare desolar forse un credulo cuor. Quella divina mite vocina non dovrebbe dar note di dolor”
E la risposta sarcastica del tenente poco lo aggrada: “Console mio garbato, quetatevi! Si sa, la vostra età è di flebile umor. Non c’è gran male s’io vo’ quell’ale drizzar ai dolci voli dell’amor!” tanto che glie lo rinfaccerà pesantemente quando, tornato dall’America con la moglie Kate, informato di essere divenuto padre, verrà per prendere il figlio mai conosciuto.
“Ve ‘l dissi… vi ricorda?quando la man vi diede:«Badate! ella ci crede» e fui profeta allor. Sorda ai consigli, sorda ai dubbi, vilipesa, nell’ostinata attesa tutto raccolse il cor”.
Il lavoro di Alberto Paloscia è stato davvero certosino e il risultato è stato emozionante: il secondo e il terzo atto sono stati un continuo susseguirsi di momenti di intensa tensione e i protagonisti sono stati fatti muovere con grande capacità interpretativa, sottolineando con gesti misurati ed espressivi il crescendo che porta a quel finale dove la morte restituisce dignità e rispetto a quella creatura tradita e rinnegata proprio da chi le aveva promesso amore e sicurezza.
Non da meno è stato Stefano Romani che ha diretto egregiamente l’Orchestra Filarmonica Pucciniana mostrando la bellezza di questa partitura che raccoglie pagine di straordinaria drammaticità e dolcezza; una direzione nella quale, al pari della regia, tecnica e passione hanno equamente contribuito al successo come testimoniano i calorosi applausi tributati da un pubblico che ha generosamente riconosciuto l’impegno di tutto l’organico musicale.
La scenografia di Giacomo Callari, essenziale ma pertinente ed efficace, ha fatto da ottima cornice alla vicenda, sottolineando come quella “casa a soffietto, salda come una torre da terra fino al tetto…” rappresenti per i due protagonisti due realtà totalmente diverse: luogo di piacere e distrazione per Pinkerton, luogo di riscatto e di amore domestico per Butterfly.
Musicalmente parlando, questa Butterfly ci ha regalato il piacere di apprezzare la voce di Silvia Pantani, Butterfly, che, dopo qualche momento di incertezza nel primo atto, è cresciuta offrendo una prestazione davvero pregevole, commuovendo via via che si giunge al finale, nel quale ha saputo cogliere tutte le sfumature di quel personaggio identificandosi totalmente in esso.
Pregevole la prova del labronico Didier Pieri, Goro, perfettamente nel personaggio, come pure quella di Alessandro Ceccarini, il Principe Yamadori.
Più che convincente l’esperto Sergio Bologna nei panni di Sharpless che ha interpretato con successo in molte occasioni nei teatri di molti Paesi mentre discontinuo, pur possedendo doti vocali potenzialmente valide il tenore torinese Giuseppe Raimondo, Pinkerton, che non ha convinto molto pur raccogliendo abbondanti applausi. Decisamente sotto tono Laura Brioli, Suzuki, che ha mostrato evidenti limiti nel registro acuto mentre ha ben padroneggiato quello più grave.
Buona la performance di Piermaria Piccini, lo zio Bonzo, Maria Salvini, Kate, Paolo Morelli, il Commissario imperiale; dolcissima la piccola Penelope Ondina Coppola, Dolore, il figlio di Butterfly e Pinkerton; complessivamente positiva la prova del Coro lirico livornese diretto da Flavio Fiorini.
Si conclude con questa opera la stagione lirica del teatro Goldoni che ha visto qust’anno in cartellone l’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti con la regia di Ludek Golac, Sì di Pietro Mascagni con la regia di Vivien Hewitt, e La Boheme di Giacomo Puccini con la regia di Bruno Ravella.
Stefano Mecenate



















Lascia un commento