
Assistere ad una generale è come spiare dal buco della serratura: si ha la stuzzicante impressione di “rubare” le ultime istruzioni prima della prima e questo, per un critico musicale ma anche per un appassionato di lirica, è davvero un “boccone ghiotto”. Quando poi la generale è aperta ai giovani studenti delle elementari e delle medie, che hanno preparato in classe l’appuntamento in teatro venendo a conoscenza con il magico mondo dell’opera, lo spettacolo è doppio.
Quello che avviene sul palcoscenico si interseca con ciò che avviene in platea in quel colorato alveare nel quale si muovono con discrezione le insegnanti a sedare qualche discussione di troppo o ad abbassare il livello della conversazione.
Ho avuto la possibilità di partecipare alla generale di un’opera che conoscevo piuttosto bene nella versione che viene solitamente proposta in tutti i teatri ma che, questa volta, si presenta nella sua “versione originale”, quella della vittoria al famoso concorso Sonzogno già abbandonata all’epoca della prima esecuzione il 17 maggio 1890 al Teatro Costanzi di Roma.
Sentiamo dalle parole del direttore d’Orchestra, il M° Akitoku Nakai, al quale dobbiamo la trascrizione dell’autografo e il paziente lavoro di reintegro di tutti i passaggi espunti, il ripristino delle tonalità originali e il recupero del libretto dal manoscritto stesso, non sempre identico a quello dell’edizione a stampa, di cosa si tratta:
“L’opera Cavalleria rusticana, vincitrice del concorso indetto da Sonzogno, è conosciuta nella sua versione tradizionale, ma esiste anche un’altra versione: il manoscritto originale. Le differenze principali risiedono nella durata della musica e nella sua altezza. Durante la prova finale del maggio 1890, il direttore Mugnone, di fronte alla difficoltà di eseguire la musica così come scritta a causa della mancanza di tempo per le prove, propose a Mascagni varie modifiche. Alla fine, su un totale di 2123 battute, ne furono tagliate 250, relative soprattutto alle parti corali. Inoltre, le tonalità di quattro brani, comprese le arie e i duetti di Santuzza e Turiddu, furono abbassate di un semitono. Questi cambiamenti alterarono significativamente l’impressione dell’opera.
La versione tradizionale è la partitura con questi cambiamenti. D’altra parte, il manoscritto originale – la partitura manoscritta di Mascagni – è disponibile negli archivi dell’Università di Stanford. Questa versione non era stata eseguita in precedenza e il suo contenuto completo era sconosciuto da tempo. Nella mia ricerca, ho ripristinato tutti i tagli e le trasposizioni presenti nel manoscritto originale, rivelando che il manoscritto originale è in linea con la struttura della tragedia greca. Soprattutto le parti corali, che rimangono intatte, svolgono un ruolo cruciale, influenzando il dramma in modo simile al coro della tragedia greca.
Inoltre, la struttura tonale del manoscritto originale mostra che tutti i brani sono in completa interrelazione, impiegando una tecnica compositiva in cui testo e musica sono pienamente integrati. Questa struttura intricata, simile a una messa o a un oratorio, rende il canto più impegnativo a causa del tono più alto, ma apporta anche una chiara sfumatura religiosa ed enfasi all’opera.
Mascagni, che lavorò nel coro di una chiesa e studiò composizione con Soffredini a Livorno, compose molti brani di musica sacra. Comporre un dramma da una prospettiva biblica era naturale per lui. Secondo le linee guida del concorso, che cercava di perseguire un suono nuovo pur basandosi sulla tradizione dell’opera italiana, il manoscritto originale di ‘Cavalleria’ può essere considerato un nuovo stile operistico, combinando la musica sviluppata a Livorno con la musica sacra e la trama di una tragedia greca.
Mentre l’eccellenza della versione tradizionale è dimostrata dalla storia, il manoscritto originale fa luce su un nuovo aspetto delle sofisticate tecniche e idee compositive di Mascagni, approfondendo ulteriormente il fascino e l’impatto emotivo dell’opera”.
Questo allestimento, andato in scena il 7 dicembre in occasione del 160esimo compleanno di Pietro Mascagni, è una coproduzione che vede, oltre al teatro Goldoni di Livorno in collaborazione con il Mascagni Festival, il Teatro dell’Opera Giocosa di Savona e la Kitakyushu City Opera giapponese (fondata 34 anni fa con lo scopo di contribuire alla promozione della cultura musicale giapponese e per un proficuo scambio culturale internazionale).
La bacchetta del M° Akitoku Nakai, nel grande rispetto per la partitura, cerca con successo dall’orchestra del Teatro Goldoni tutte le sfumature presenti, sacrificando, a nostro avviso giustamente, una certa irruenza verista che caratterizza normalmente la direzione di quest’opera. Del resto, Nakai è giapponese e, come Puccini ci insegna, “…noi siamo avvezzi alle piccole cose, umili e silenziose”; questo a significare che una lettura più intimistica e meno roboante non nuoce ai contenuti e regala suggestioni nuove che ben si adattano a questo allestimento che porta la firma del teatro Goldoni per scene e costumi, entrambi efficaci nella loro semplicità che non distrae ma aiuta ad entrare in quell’atmosfera sospesa dove si sviluppa la storia fino al drammatico epilogo. Un buon aiuto lo offrono anche le luci di Matteo Catalano, essenziali ma pertinenti e descrittive.
Carlo Antonio De Lucia, che ha curato la regia, così ci introduce alle sue scelte: “Io che affermo, fra le poche cose note che affermo, che ‘La migliore regia è quella che non si vede’ sono state felice di mettermi al servizio, nella messa in scena, di questo Mascagni cùpido, prima che le sforbiciate di Mugnone (accettate poi dal Pietro per tutti gli oltre 50 anni dopo) intervenissero come bromuro a riportare nell’alveo della maggiore teatralità il frutto massimamente energetico di questo geniaccio. Quindi che ho fatto??: nulla!! L’ho lasciato correre, non ho messo camicie di forza a nessuno, ché grazie a Dio non soffro di ‘Sindrome del creatore’ ma solo di ‘preoccupazione dell’esecutore’. Credo che il pubblico non vedrà una Cavalleria troppo discosta da quella a cui è abituato, e che ben conosce, ma ‘sentirà’ invece qualcosa di diverso che gli farà credere che il Maestro, ancora, passeggi fumando il suo sigaro di sotto al gran portico del Goldoni”.
In effetti, forse troppo evanescente è apparsa la presenza della sua mano come ad esempio nell’uso del coro (quello del teatro Goldoni in collaborazione con il Coro Kitakyushu City Opera diretti da Maurizio Preziosi) fisso e compattato in una staticità da commedia greca, come pure la scelta di mettere (o lasciar mettere) il solista di turno al centro del palco per la sua romanza indipendentemente a chi essa fosse rivolta senza dare indicazioni ulteriori. In altre situazioni ha invece ottemperato al suo proposito evitando di aggiungere alla già abbondantemente eloquente musica, gestualità ridondanti e scontate.
Tra gli interpreti, spicca la voce di Stavros Mantis, Alfio, sicura e dal bel colore che disegna da sola il personaggio forse poco caratterizzato scenicamente. Bella anche la prestazione di Claudia Marchi come Mamma Lucia.
Victoria Khorushunova, Santuzza, mostra una grande intensità interpretativa sorretta da un bel timbro: siamo certi che potrebbe raggiungere risultati ancora migliori se osasse qualcosa in più nel dare più spazio alle variazioni emotive del personaggio. Alberto Profeta è un Turiddu dal timbro pregevole come pure un bel timbro ha la voce di Laura Del Río, Lola, anche se, alla fine, non riesce a catalizzare l’attenzione del pubblico come ci si potrebbe aspettare.
Stefano Mecenate













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