
Esiste un problema che nessuno vuole affrontare fino in fondo perché farlo significherebbe mettere sotto accusa non un partito, non una coalizione, non una maggioranza o un’opposizione, ma l’intero sistema.
La politica italiana assomiglia sempre di più a un’automobile lanciata ad alta velocità senza volante. Il motore gira, le ruote si muovono, il carburante viene consumato, ma nessuno è realmente in grado di decidere la direzione.
Da decenni assistiamo alla stessa rappresentazione. Volti che cambiano, simboli che cambiano, slogan che cambiano. Quello che non cambia mai è il livello generale della classe dirigente. Sempre più spesso ci troviamo davanti a persone prive di competenze specifiche, con una preparazione culturale modesta, raramente supportate da esperienze professionali significative e quasi sempre concentrate esclusivamente sulla propria sopravvivenza politica.
La politica italiana non programma, non pianifica, non costruisce. Reagisce. Tampona. Rinvia. Naviga a vista.
La rincorsa quotidiana non è verso il bene comune ma verso la tutela delle proprie terga, delle proprie posizioni e delle proprie rendite elettorali. Tutto il resto diventa secondario.
Non esiste più una visione nazionale condivisa. Non esiste un progetto di lungo periodo. Non esiste una strategia industriale degna di questo nome. Non esiste una seria politica demografica. Non esiste una seria politica energetica. Non esiste una seria politica educativa.
Esiste soltanto la gestione dell’emergenza permanente.
Ancora più grave è la progressiva scomparsa del concetto di collettività. Ognuno difende il proprio piccolo interesse particolare. Categorie contro categorie. Territori contro territori. Generazioni contro generazioni.
Lo Stato viene evocato quando deve distribuire risorse e dimenticato quando pretende il rispetto delle regole.
Le leggi vengono considerate ostacoli da aggirare piuttosto che strumenti per garantire una convivenza civile. Il senso civico si è trasformato in un reperto archeologico. Il bene comune è diventato una formula vuota da utilizzare nei discorsi ufficiali.
Ma sarebbe troppo semplice attribuire tutte le colpe alla politica.
La politica non cade dal cielo.
I politici vengono eletti dagli italiani.
Se il livello della rappresentanza continua a peggiorare, forse occorre avere il coraggio di guardare anche dall’altra parte dello specchio. Una classe dirigente mediocre non nasce nel vuoto. È spesso il riflesso di una società che ha progressivamente rinunciato alla competenza, al merito, alla responsabilità e alla partecipazione.
La verità è che una parte del Paese sembra aver smesso di pensare al futuro. Si vive nell’immediato. Si vota nell’immediato. Si ragiona nell’immediato.
Eppure le nazioni che rinunciano alla prospettiva finiscono inevitabilmente per consumare il capitale economico, sociale e culturale accumulato dalle generazioni precedenti.
L’Italia continua a vivere di rendita sulla propria storia, sul risparmio privato, sul patrimonio accumulato e sulle capacità residue di milioni di cittadini che ogni giorno lavorano, producono e resistono.
Ma nessuna rendita è eterna.
Se una classe politica priva di visione incontra una società che ha perso fiducia nelle istituzioni, nel merito e nel senso di appartenenza nazionale, il risultato è inevitabile.
Un Paese immobile, litigioso, diviso e incapace di affrontare le sfide che lo attendono.
Se tanto mi dà tanto, il problema non è chi governa oggi.
Il problema è che l’Italia sembra aver smesso di sapere dove vuole andare domani.
Abbiate pazienza, oggi mi prende così.
Piero Terracina

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